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STORIA - TRADIZIONI

I Gorghi e il Mito

“T

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 53 2016 pp. 86–89

erra acquatile, terra che ha del mare le insidie e le gravi estatiche calme”, così dice del Polesine Francesco Tullio Roffaré in un suo opuscolo del 1966, dedicato alla Terra Polesana. Terra che si estende a vista d’occhio e che della superficie del mare, da cui emerse, conserva l’estatica bellezza dell’estensione e la caparbia vitalità. Chi percorre gli antichi tracciati delle strade non si rende conto di stare camminando su argini costruiti ad ostacolo delle acque dilavanti. Sono argini che a volte non trovano ragione della loro tortuosità nella pianura circostante, se non si pensa che sono il frutto del lavoro umano per strappare la terra alla palude. A volte gli argini sono alti sulla campagna, atti a disciplinare le rotte dei numerosissimi corsi d’acqua che oggi, come ieri, tagliano il territorio in mille rivoli.

Il paesaggio

Il paesaggio agrario del Polesine conserva il ricordo di questa scrittura nella toponomastica e nella geomorfologia. Vogliamo ricordare in particolare quelle pozze d’acqua, a volte veri e propri laghi, che la voce popolare chiama i Gorghi, ai quali, di quando in quando sono dedicati gli onori della cronaca. Il Polesine è tutt’ora un territorio ricco di questi laghetti naturali; la loro frequenza si ha di solito a ridosso degli antichi corsi d’acqua, o dove la falda freatica è così superficiale da permettere la loro alimentazione e il loro affioramento. Gli storici ricordano con il nome di Po di Adria il grande dosso pluviale che da Castelmassa raggiungeva Adria e che fu attivo fin dall’età del Bronzo, poi progressivamente cancellato. Lungo questo dosso si incontrano – o si incontravano, giacché molti sono scomparsi – alcuni di questi laghetti a volte a forma di catino, a volte a forma allungata.

Il mito

Secondo le storie tramandate, tutti i gorghi occupano lo spazio dove un tempo si trovavano degli antichi borghi che furono sprofondati per una punizione divina, con la pieve ed il campanile compresi, perché gli uomini erano divenuti ingiusti. In particolari occasioni, si dice, dal loro profondo si sente risalire alla superficie un lugubre suono di campane ad annunciare quasi sempre l’evento di cataclismi e di disgrazie. Sicuramente si affermava il pericolo di morte per chi ne avesse sentito il suono. Per questa ragione, nel tempo dell’innocenza e della fantasia, erano considerati luoghi quasi sacri da frequentare poco e con riNel tempo dell’innocenza e della fantasia, questi laghetti erano considerati luoghi quasi sacri, da frequentare con timore e rispetto religioso spetto religioso o non frequentare affatto, e chi era costretto a passare nei pressi, non era raro che si guardasse attorno con sospetto o si facesse il segno della croce contro le apparizioni improvvise di qualcuno o di qualcosa che poteva risalire dal loro profondo. Il poeta rodigino Gino Piva, in una sua composizione, intitolata appunto ‘El gorgo’, se ne fa interprete: Campane, vespro e fior d’amaranto se nega in gorgo quando more el sole e morti se fa vedar, non l’è fole, che gà trovà nel gorgo un camposanto.

I gorghi scomparsi

Proprio per come il territorio del Polesine si è venuto a formare, per l’insabbiamento naturale della palude, le bonifiche, le canalizzazioni, questi specchi d’acqua erano un tempo numerosissimi, tanto che il Bocchi stesso ebbe a dire che ‘dinanzi alla cui quantità la più volonterosa pazienza è costretta a darsi vinta, e rassegnarsi a confessare che non può trovarsi, tranne di pochi, la posizione vera e la corrispondente degli antichi coi nomi dell’età di mezzo e li moderni’. Tra i gorghi scomparsi il Bocchi ricorda un “Gorgo de Preti” che si trovava al Bosco dei Preti presso l’omonima chiavica nel territorio di Adria, il quale propter inundationem aquarum pluvialium discurrentium fu interrato nel 1498 a spese della comunità di Rovigo, perché ad ogni piena dei fiumi arrischiava di inondare e rendere insicura la città. Ricordiamo con il Lorenzi, che ne parla in un opuscolo del 1905, il “Gorgo della Spianata”, alle porte di Rovigo (di cui si è persa la memoria, ma era ancora misurabile di Rizzato Luciano

Lusia (Rovigo) – Località Bornio Via Bertolda, 27 – tel. 0425 669890 e-mail: info@trattoriaalponte.it nel 1904). Poi i “Gorghi di Santa Libera”, che aprivano il loro specchio d’acqua sotto l’argine sinistro del Canalbianco che corre placido lì nei pressi al Passo di Pontecchio. Tutti questi interrati qualche decennio fa per dare spazio all’interporto di Rovigo. A Ceregnano ricordiamo quello in località Grumolo, collocato proprio sotto il paleo alveo della Filistina (anch’esso interrato di recente). Mitico è il “Gorgo della Goresina”, legato ad una tristissima storia d’amore e di morte che vogliamo qui ricordare. Nella Goresina, vicino a Curicchi, un signorotto del luogo voleva sposare la figlia a un altro signorotto molto più vecchio di lei. Al momento di pronunciare il fatidico sì, la fanciulla si ribellò e disse: “Che la terra mi possa inghiottire con tutti piuttosto che prendere quest’uomo come sposo”. A queste parole seguì un vero terremoto. La terra sprofondò trascinando con sé la chiesa, il campanile e tutti quelli che vi stavano dentro. Sul luogo prese vita un gorgo profondo. Unico segno della presenza della chiesa erano dei ribollimenti d’aria, che nel dialetto si dicono bovoli, che di tanto in tanto risalivano in superficie. Anche qui ogni tanto, in particolare nella notte di Natale, si udivano rintocchi di campane risalire dal profondo.

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Anche per lo scomparso “Gorgo di Corcrevà”, località alle porte di Adria, si fa riferimento ad una vicenda di amore e di morte. La bella puta, come ricorda la leggenda, preferì morire annegata nel gorgo piuttosto che accettare le nozze forzate. Rimase là, la bella puta e il racconto popolare vuole che ogni tanto si veda vagare sul luogo l’ombra inquietante di una giovane vestita di bianco che si aggira e che piange e piange con un rumore simile al sibilo del vento. Il mitico “Gorgo della Gottola” invece è legato ad una storia di imbrogli e di truffa. Si raccontava nei filò la storia del comportamento truffaldino di alcuni contadini che ingannarono il loro padrone nella spartizione del grano appena prodotto. Durante la spartizione, alla presenza del loro padrone reso incapace di controllare la regolarità dell’operazione in quanto cieco, i contadini pensarono bene di fargli toccare lo staio destinato a lui, pieno di grano, dalla parte del fondo dove stava poco prodotto, mentre quello destinato alla loro parte era contenuto dallo staio drizzato e strapieno. Cosicché alla fine il mucchio per loro era stragrande e quello del padrone quasi un’inezia. Durante la spartizione, però, il padrone cieco, ogni volta che toccava lo staio destinato a lui, mormorava: “Dio vedrà per me, Dio vedrà per me”. Fu così che, di fronte a questa truffa e a questa grande ingiustizia, Dio volle punire i truffatori, sprofondando nelle viscere della terra il luogo stesso della truffa e tutto il villaggio vicino. La voragine si riempì di acque e formò, appunto, il mitico gorgo della Gottola da cui ogni tanto risalgono alla superficie lamenti ed imprecazioni. Nei tempi antichi, dove oggi restano tracce o memorie di queste pozze d’acqua, secondo le narrazioni popolari, stavano dei villaggi molto floridi e molto abitati. La punizione di Dio onnipotente venne implacabile. Questi villaggi dimentichi della moralità, per una ragione o per l’altra divennero ingiusti verso Dio e verso gli uomini. Furono perciò sprofondati nelle viscere della terra ed al loro posto si formò un lago di acqua verdognola. Ecco il significato del racconto che riguarda il ricco e buon signore della Gottola ingannato dai servi ed ecco ancora lo stesso significato della bella puta di Corcrevà e della Goresina. E’ più o meno quello che accadde al “Gorgo di Castelguglielmo” che si trovava in prossimità della piazza e in luoghi limitrofi. Secondo la testimonianza che ne fa il Mazzucchi si dice che esistesse in quel luogo una pieve con il campanile e le case che, a causa di un cataclisma naturale, mandato per punizione dal Padreterno, furono sprofondate. Dove stava il villaggio, proprio sul luogo esatto, si formò, secondo la tradizione, un gorgo con acque profondissime. Qualcuno dice un lago senza fondo, che ricoprì tutto. Il curioso è che per quanto catastrofico e rovinoso, il cataclisma ebbe a risparmiare la chiesa e il campanile, con tutte le campane, che pur sommersi rimasero ritti ed intatti. Ciò che rese irrequieta la gente che venne dopo ad abitare quel luogo fu che a ogni ritorno del Natale, dal profondo del gorgo saliva ogni volta a turbare le coscienze e a ricordare la punizione di Dio, un cupo suono prolungato di campane che sembravano stormire a festa. Come si può verificare le vicende legate ai gorghi sono analoghe. Sempre c’è di mezzo un’ingiustizia seguita dall’immancabile punizione biblica; e sempre la rivelazione avviene in concomitanza di particolari ricorrenze dell’anno liturgico, come il Natale e o la celebrazione della festa dei morti. Abbiamo finora preso in considerazione i gorghi per lo più scomparsi, dei quali esistono tuttora delle memorie scritte o orali. Nel prossimo numero parleremo dei gorghi ancora attivi che si estendono da Sariano a Trecenta.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “I Gorghi e il Mito”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-gorghi-e-il-mito/

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