Il centenario della nascita del celebre architetto Carlo Scarpa (1906-1978) unito al clima di attesa per il prossimo allestimento presso Palazzo Roverella di Rovigo di una importante mostra dedicata alle opere del pittore Mario Cavaglieri (1887-1969), ha dato vita, la scorsa estate, ad un incontro culturale nel Delta, presso la Stazione di sosta di Ca’ Cornera. L’iniziativa, ideata da Paolo Gasparetto gestore di Ca’ Cornera, con il sostegno della Crivellari Office Forniture di Taglio di Po, ha avuto come protagonista l’arch. Guido Pietropoli con la relazione “Mettere in Mostra” Mario Cavaglieri a Rovigo nel 1978, seguita da una Esposizione di disegni, oggetti e fotografie di Carlo Scarpa dell’archivio Pietropoli allestita nel Granaio di Ca’ Cornera. Una manifestazione molto seguita, impreziosita da un Omaggio Musicale con il soprano Manuela Rasori accompagnata da Roberto Calidari al clavicembalo, e conclusasi con una cena dedicata ai sapori del Delta. E’ stata l’occasione per l’arch. Guido Pietropoli di far rivivere, con il ricordo e la proiezione di alcune immagini, un momento importante della sua gioventù, tornando agli anni successivi alla laurea quando collaborò a qualificanti iniziative come assistente del grande architetto Carlo Scarpa. Il quale, nel 1978, si fece promotore dell’allestimento a Rovigo di un’ampia mostra dedicata al pittore Mario Cavaglieri, anticipando quindi l’evento d’arte che caratterizzerà Rovigo nel corso del 2007.
Il ricordo delle giornate intense dell’allestimento rodigino del 1978 ha dato anche vita ad uno scritto curato dallo stesso arch. Guido Pietropoli per le pagine della rivista Limina, che qui riprendiamo per gentile concessione dell’autore.
Non ricordo quando si cominciò a parlare di allestire a Rovigo una mostra del pittore Mario Cavaglieri.
Certo della necessità di una mostra si discuteva da molto tempo, sia da parte dei pochi che conoscevano profondamente l’opera dell’artista esule in Francia, sia in ragione dell’imperativo morale che obbligava la città di Rovigo a rendere il doveroso omaggio ad un suo figlio così illustre nell’occasione dei cento anni della nascita.
Non conoscevo Mario Cavaglieri prima del luglio 1978, e questa ignoranza mi era costata un serio rimprovero da parte di Carlo Scarpa che, durante una cena in casa ai “Nani”, mi disse: “Voi a Rovigo avete uno dei più grandi pittori di questo secolo… Mario Cavaglieri”
Constatata lo mia totale ignoranza aveva teatralmente esagerato la sua espressione di stupore, si era alzato di scatto per andare a prendere il catalogo della X Quadriennale del 1972 ed aveva concluso: “Guarda qui… non ti pare moderno? Dovreste fare una grande mostra a Rovigo, è assolutamente necessario!”.
Molto confuso, assentii. Al mio ritorno a Rovigo raccontai l’episodio all’avvocato Mario Degan che mi testimoniò lo sua grande ammirazione per l’opera del nostro concittadino e, ancora una volta, l’assoluta necessità di celebrarlo adeguatamente con una mostra importante.
Ero decisamente frastornato, le riproduzioni che avevo visto mi avevano preso ed emozionato profondamente ma non riuscivo a capire come quell’artista aristocratico e sensuale potesse inserirsi nella strada maestra dell’arte moderna o, almeno, in quella dello sperimentalismo e dell’avanguardia che era l’unica tracciata nei testi correnti di critica e storia dell’arte.
Con il passare degli anni, capii che esistono molte strade maestre dell’arte moderna e spesso esse non sono quelle della “critica militante”; capii ancora che la sopravvivenza di un’opera d’arte è molto più garantita dalle sue qualità espressive, dal suo dono d’amore e di vita, piuttosto che dalla pertinace volontà del critico d’arte di consegnarla all’eternità.
Carlo Scarpa era certamente più libero di me dai molti pregiudizi mentali che assalgono un giovane architetto; la sua frequentazione di molte Biennali, di molti artisti, molte stagioni dell’arte, molte illusioni e disillusioni avevano formato il suo gusto verso il riconoscimento di valori autentici. Non ultimo, il suo notevolissimo curriculum di allestitore di musei d’arte antica gli permetteva di modulare il suo giudizio su uno spettro di esperienze assolutamente d’eccezione.
Si venne finalmente alla grande mostra e, nelle grandi occasioni, come accade nelle famiglie che non possiedono palazzi nobiliari o adeguate foresterie, l’Accademia dei Concordi mise a disposizione tutto lo spazio della pinacoteca, accettando di annullare temporaneamente se stessa con lo smantellamento e chiusura in caveau di un patrimonio di opere certamente d’eccezione. Carlo Scarpa fu invitato a progettare e curare l’allestimento, ma gli fu anche chiesto di fare l’impossibile per riscattare una situazione di disponibilità economica molto esigua.
Raramente vidi un entusiasmo così immediato nell’accettare un incarico irto di difficoltà, soprattutto per un architetto notoriamente avezzo a pretendere tutto quanto gli sembrava necessario alla realizzazione di un’opera.
La prospettiva di poter vivere accanto alle opere di Cavaglieri, di poter entrare in quel mondo intimamente, questa sorta di invitation au voyage l’aveva acceso di entusiasmo. Alla prima visita nella pinacoteca i quadri erano stati allineati lungo le pareti sulle quali aloni grigio bruni ricordavano i posti delle opere d’arte antica spodestate per la singolare bisogna e le sale strette, lunghe e, di altezza ridotta, non permettevano alcun virtuosismo allestitivo.
Tutta la storia di questo progetto fu di scelte di grande modestia ed intelligenza visiva, così da privilegiare l’opera d’arte. L’evocazione dell’aura e delle temperie culturali e artistiche, che gli allestimenti di Scarpa avevano sempre ricercata, non fu perseguita in questo di Rovigo perchè Scarpa giudicò già formidabile l’atmosfera ed il coinvolgimento generato dai grandi quadri di Cavaglieri. “Basterà esporli come se fossimo invitati dall’artista nel suo atelier e dovremo fare molta attenzione agli effetti che le contiguità quadro/quadro stabiliscono”.
Decise pertanto di disegnare delle semplici pedane alte 38 centimetri e larghe 75 realizzate in tubi quadri di acciaio e paniforte truciolare per il piano ed il mantello anteriore. Su di esse fece collocare dei pannelli inclinati sostenuti da supporti in ferro. Fece togliere tutte le cornici originali dai quadri; alcune erano decisamente vistose, altre decisamente non intonate. Tutt’intorno fece inchiodare un listello di legno dolce appena mordenzato.
Le opere avevano riacquistato una unitarietà sorprendente, era come se fratelli separati e vissuti in circostanze e località molto lontane si fossero riconosciuti nuovamente a casa propria.
Mano a mano che la mostra veniva montata si aveva la netta sensazione che si sarebbe delineato un edificio completo con le diverse stagioni di una vita. Scarpa era in uno stato di particolare leggerezza e serenità operativa; non pretese materiali o prestazioni particolari; era molto soddisfatto di non apparire e totalmente coinvolto nell’atmosfera di questa alta borghesia dei quadri. Viveva quei giorni in una sorta di full immersion nell’aura di Cavaglieri, tanto che per strada o al ristorante mi indicava quella passante o quella cameriera dicendomi: “Vedi… quella è proprio una donna di Cavaglieri!”.
Fu una fine di aprile-primi di maggio di una stagione radiosa e tersa; si terminò in perfetto orario (cosa eccezionale per Scarpa) e credo che furono giorni estremamente sereni e piacevoli per lui e per la signora Nini; non così il ritorno a Vicenza, che portò la terribile notizia della morte del nipote Bastiano, figlio di Tobia.
Da quel momento il professore non fu più lo stesso, ed il 28 novembre anch’egli morì a Sendai in Giappone, vittima di un banale incidente.
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Guido Pietropoli. “Mario Cavaglieri (1887-1969)”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/mario-cavaglieri-1887-1969/