Raggiungendo Melara può essere piacevole attuare una sosta presso un interessante punto di ristoro posto ai confini del Polesine, là dove dopo poco ha origine la provincia di Mantova. Si tratta di una restaurata corte, tra le più antiche di Melara, parte di una tenuta agricola chiamata da sempre “Possessioni ferraresi” che, recenti studi da parte dello scrivente, fanno risalire al Sei-Settecento.
La tipologia della corte presenta chiari segni architettonici emiliani, con il pozzo ed il brolo uniti alla casa del reggitore e le stalle nelle immediate vicinanze. Da qualche anno il complesso è stato riportato alla sua bellezza originale grazie alla famiglia Tonini che, all’interno della casa padronale, ha ricavato un albergo-ristorante.
Un nuovo punto di accoglienza, dunque, che si presta molto bene a manifestazioni fra le più disparate sfruttando l’ampio parcheggio e lo spazio retrostante. Così è stato per la presentazione dell’ultimo numero del Ventaglio, alla presenza di autorità locali e provinciali, del coro “La Rocca”, degli amici della redazione della nostra rivista Lino Segantin e moglie, Giuseppe Marangoni e consorte, e dell’associazione “Mellaria”.
L’occasione è stata propizia anche per il riconoscimento di un artista del ferro battuto e del bel canto melarese, Giuseppe Marangoni, classe 1935 (di cui si parla nel numero 41 della rivista). Una bella occasione per rivalutare peculiarità e caratteristiche del territorio, presentando la rivista in un ambiente diverso dal solito per Melara e, nel contempo, attestare stima e riconoscenza per un artista locale. Una nuova pista culturale da valorizzazione, il cui valore è certo ma che solo il tempo ci dirà quanto sia valida intraprendere.
I proprietari nel corso dei secoli
La casa e le adiacenze servivano al fattore che aveva presso la dimora diversi familiari ed un considerevole numero di animali utili alla conduzione della grande tenuta, i cui terreni si prolungavano dalla corte sia a nord che a sud, andando a lambire il corso del Po.
Fu nientemeno che papa Innocenzo X che nel 1650 li cedette in enfiteusi ad un prezzo di favore a Francesco Estense Tassoni, nobile di Modena e Ferrara, nonché Governatore di Ancona, al fine dimostrare la propria riconoscenza per i servigi ricevuti. I terreni e gli immobili del fondo erano dati in uso pagando alla Santa Sede quattro ducati d’oro¹.
La posizione, era ed è tuttora illuminante per spiegarne il nome: perché chiamarle infatti Possessioni ferraresi? Semplicemente perché erano il primo caseggiato che si incontrava entrando nel territorio di Melara dal Mantovano: l’ultimo lembo dello Stato Pontificio, già degli Estensi di Ferrara, sul confine verso lo Stato di Mantova dei Gonzaga. Ancora oggi è confine di Comune, di Provincia e di Regione.
Le “Possessioni” risultano sempre presenti nei catasti pre-unitari quali il “Catasto Carafa”² del 1779, il “Teresiano” compiuto nell’anno 1784³, ma pure nei successivi austriaci e napoleonici dell’Ottocento⁴.
Agli Estensi Tassoni nel Settecento subentrarono i Turola che figurano dimoranti nella vicina Ostiglia già nel primo decennio del Settecento⁵, ma sul finire del secolo abitavano in Mantova ed erano cittadini, oltre che mantovani anche ferraresi ed adr iesi. In particolare Pietro Paolo è ricordato quale benefattore dell’ospedale di Ostiglia⁶.
Le “Possessioni” e il territorio
Come già notato, gli edifici – le “fabbriche” come venivano chiamate nei secoli scorsi quando erano in muratura – erano di non poca importanza: di fatto rappresentavano un piccolo baluardo civile in un’area di confine fra due Stati: quello Estense, poi-Pontificio e quello Gonzaghesco.
Non meraviglia pertanto scoprire che le Possessioni nei secoli XVII-XVIII furono spesso tormentate da varie dispute, sia relativamente al possesso della grande area del terreno circostante, sia sui ricavi derivanti dai raccolti. Dispute che, oltre ai privati, coinvolsero ora Ferrara, ora Mantova, ora la Santa Sede, con una nutrita produzione di atti notarili.
“Fabbriche”, termine usato per indicare qualcosa di solido e di materiale, rispetto alla scarsa consistenza della quasi totalità degli edifici dei nostri paesi. Ancora ad inizio Ottocento dalla famosa inchiesta “Bertani”, fatta eseguire da Napoleone Bonaparte, risultava che nelle nostre zone circa il 90% dei caseggiati erano fatti di canne, paglia e mattoni crudi.
Le “Possessioni” si caratterizzavano dunque per la loro eminenza sul territorio. Le troviamo abbozzate in una prima pianta topografica dell’anno 1753. Questo disegno servì all’impianto dei Pilastri di confine fra lo Stato di Ferrara e di Mantova che poi darà via al famoso “Trattato di Melara” concluso nell’anno 1757⁷. Poi, in pieno Ottocento, i beni passeranno di mano alla nobile famiglia Massari di Ferrara e saranno condotti dai fratelli Zanella per più generazioni.
In una perizia del 30 luglio 1754 vengono stimate le due Possessioni assieme unite, per il valore di quasi 5.000 scudi romani del tempo. Sono sempre i già citati nobili Estensi Tassoni di Ferrara, in questo frangente divenuti marchesi, che investono il già citato Pietro Paolo Turola con un livello relativo alle fabbriche e al terreno circostante. L’atto notarile viene redatto dal notaio ferrarese Gaetano Antonio Meloni ed in esso vi è la descrizione minuziosa delle costruzioni e del loro valore in scudi ferraresi del tempo⁸.
Le Possessioni comprendevano tutto quanto serviva ad una grande corte: case, forno, cantine, due pozzi, fienili, stalle, porcili, pollai ecc., in sintesi quanto necessitava per la propria autosufficienza. Ma la dimora era adatta anche ad ospitare i “padroni” ferraresi che di tanto in tanto facevano visita ai loro possedimenti.
Nel primo Novecento i terreni furono divisi fra vari nuovi possessori e lo stabile principale andò letteralmente in rovina, abbandonato negli anni ‘70. Ma oggi – miracolosamente – dove sorgeva la casa per la conduzione dei terreni troviamo una nuova struttura ricettiva: l’albergo e ristorante “Antiche Possessioni Ferraresi”.
La situazione attuale
Il lungo lavoro di recupero degli stabili delle Possessioni ha avuto un prodromo già nel 1990 quando si incaricò un architetto di Sermide di stendere una relazione sul suo possibile utilizzo⁹.
Ma il nuovo decisivo impulso al suo recupero prese piede solo nel 2004, quando i proprietari Tonini Gianni e Bisestri Andreina ebbero la felice idea di un utilizzo quale albergo e ristorante. I lavori si prospettarono considerevoli: lo stabile, che appariva fatiscente, fu rifatto dalle fondamenta utilizzando le stesse pietre, in una ricostruzione attenta a rispettare esteriormente le linee costruttive pre-esistenti, compresa la meridiana sopra la porta d’ingresso principale.
Dopo i lavori di ristrutturazione durati tre anni, la struttura è stata aperta al pubblico con un servizio di albergo e ristorante.
L’albergo, situato al primo piano, è composto di n. 8 camere matrimoniali, 2 Junior Suite arredate con materiali di pregio in stile antico e 6 camere tradizionali arredate con materiali di pregio, ma in stile moderno. Tutte le camere vengono aperte con tessere magnetiche (badge) e sono dotate di servizi indipendenti con doccia, televisione con abbonamento Sky, internet wireless, frigo-bar, cassaforte per custodia valori e impianto di condizionamento-riscaldamento autonomo.
Il ristorante, situato al piano terra, è composto di due salette e un sala con camino funzionante per una capacità di circa 60 coperti con servizio al tavolo. La cucina prevede un menù con preparazioni tipiche mantovane e ferraresi e preparazioni di cucina innovativa a discrezione dello chef e una carta vini contenente etichette provenienti da tutta Italia, da paesi europei di prestigio come la Francia e una selezione delle migliori acquaviti e liquori internazionali.
Il bar al piano terra è di servizio al ristorante durante il giorno e all’albergo solo per le colazioni.
All’esterno si trova il parcheggio custodito con videosorveglianza a circuito chiuso sia davanti che dietro la struttura con due ingressi indipendenti, uno per il pubblico e uno per i dipendenti e i fornitori. Nel giardino anteriore è stato posizionato un pozzo e sulla facciata dell’edificio è stata ricreata la meridiana con le parole “Sol Bona Ad Gentes Tribuat” (Il sole doni benefici ai membri della famiglia); una tettoia identifica l’ingresso principale.
Nel giardino posteriore si trova infine un’area con 4 gazeebo per la ristorazione estiva con 50 coperti circa.
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Come citare questo articolo
Raffaele Ridolfi. “Le Possessioni Ferraresi”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-possessioni-ferraresi/