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STORIA - TRADIZIONI

Il feudo di Crespino

A partire dal 1623, la famiglia dei Principi Pio di Savoia, ottenne l’investitura dei beni nel paese rivierasco

di Luciana Passarella

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 74–75

Attraversando l’abitato di Crespino e le sue frazioni si possono osservare numerosi segni della presenza in questi luoghi della famiglia Pio di Savoia. Di due testimonianze di tale presenza si è già parlato in questa rivista¹.

L’intento di questa nuova ricerca è di ripercorrere le vicissitudini nel tempo del “feudo di Crespino”, fin quando le fonti ci possono aiutare. A tale scopo possono dare una mano i documenti conservati negli archivi di Rovigo, Ferrara, Modena e, naturalmente, Roma, essendo stato a lungo il territorio sotto il controllo pontificio, in seguito l’esaurirsi del ramo principale della Casa d’Este di Ferrara con la morte di Alfonso II (1598).

Le notizie qui sotto riportate provengono proprio da quella parte degli archivi dell’antico Stato Pontificio che sono ora conservati nell’Archivio di Stato di Roma.

Dal fondo della Reverenda Camera Apostolica, possiamo così venire a sapere che la famiglia dei marchesi Turco, patrizi ferraresi, godeva – per concessione dei Duchi di Ferrara, sin dal XVI sec. – di tre parti del feudo del Passo di Crispino e di altri diritti feudali nelle Ville di Crespino e Colognia. Si trattava di un ius decimandi, di un ius piscandi nello stesso fiume Po, e di altre entrate e beni di diversa natura.

Nel 1622, a soli 26 anni, venne a morire l’ultimo erede della famiglia Turco, il marchese Cesare. Egli lasciò, tra l’altro, circa cento dipinti, grandi arazzi e vari manoscritti poetici che aveva prodotto frequentando l’Accademia degli Intrepidi con lo pseudonimo di Macerato². La sua tomba si trova nella chiesa di Santa Chiara delle Stimmate, nella piazza Ariostea di Ferrara.

Tutti i beni e i diritti goduti a Crespino dal marchese Cesare Turco erano il prodotto della concessione di feudi accordati dai Duchi di Ferrara e dai Pontefici romani, ai quali tutto avrebbe dovuto essere di nuovo devoluto alla morte, senza eredi, dell’ultimo della famiglia Turco. E così stava per avvenire alla morte del marchese Cesare.

Il papa Gregorio XVI (Alessandro Ludovisi), però, volendo favorire Carlo Emanuele Pio di Savoia, patrizio ferrarese e Cardinale Legato nella Provincia della Marca, decise di investire lui di tutti i diritti e feudi in passato concessi alla famiglia Turco. La concessione era fatta, si specificava nel chirografo di Gregorio XVI del 1623³, al detto Carlo Emanuele Cardinal Pio non come cardinale e persona ecclesiastica ma come persona laica e secolare. Tra gli altri privilegi, il papa Gregorio XVI investì il Cardinal Carlo Emanuele Pio di Savoia anche delle tre parti del feudo del Passo di Crispino.

Della quarta parte del feudo, invece, pochi anni dopo (il 21 febbraio 1629), il Cardinal Sacchetti, legato di Ferrara, investì Orazio ed Alfonso Marocelli e i loro nipoti, Girolamo e Pirro Marocelli. La concessione era fatta previo, naturalmente, il pagamento dell’annuo canone di un Giulio di argento e col patto della rinnovazione dell’investitura ogni ventinove anni.

Le cose andarono avanti in questo modo per oltre un secolo, quando nel 1740, il Conte Giuseppe Marocelli, figlio del Conte Annibale, e ultimo rappresentante di quella famiglia, morì senza lasciare figli. Il feudo, di conseguenza, anche in questo caso, doveva essere naturalmente devoluto alla Reverenda Camera Apostolica. Ma, prima che gli atti registrassero questa situazione, si interpose un’iniziativa di Casa Pio di Savoia.

Cogliendo dunque l’occasione che gli permetteva di ricostituire sulla sua persona l’intero feudo, il Principe Gisberto Pio di Savoia, patrizio ferrarese, ed erede del card. Carlo Emanuele, chiese al pontefice Benedetto XIV di subentrare nella concessione di quella quarta parte del Passo di Crespino, un tempo appartenuta alla famiglia Marocelli.

La richiesta fu accolta e il feudo fu dato in concessione, con un chirografo del Papa del 19 ottobre 1740. Nell’atto erano, naturalmente, ricordate le solite clausole inserite nelle concessioni di feudi: in particolare l’espressa proibizione di vendere, cedere, obbligare, assegnare, donare, dare in dote, permutare o in qualunque altro modo, in tutto o in parte alienare la suddetta quarta parte di Passo, senza l’espressa licenza e beneplacito nostro e di questa Santa Sede, sotto pena di caducità da incorrersi ipso iure et ipso facto…nel qual caso la medesima quarta parte di Passo si devolvano alla Nostra Camera et a di lei favore resti consolidato l’utile dominio col diretto e proprietario.

Tuttavia l’atto sovrano del pontefice non fu seguito dal necessario atto notarile, né tampoco fatto esibire né registrare in Piena Camera⁴, come era prescritto nella Bolla di Pio IV “de registrandis”. Cosicché il successivo 6 maggio 1741, il Principe Pio fu costretto a supplicare la somma clemenza del pontefice a sanare il difetto di detta registrazione e prorogargli il tempo a poterla effettuare.

Fu quindi, il Cardinale Camerlengo Annibale Albani, vescovo di Sabina, a far successivamente stendere l’atto notarile di concessione a Gisberto Pio di Savoia, non dimenticando di inserire nel contratto la rituale clausola che la proprietà del feudo era e rimaneva sempre della Reverenda Camera Apostolica.

L’atto di concessione della quarta parte del Passo di Crispino, a favore del Principe Gisberto Pio di Savoia, fu rogato, il 12 maggio 1741, da Gregorio Castellani, segretario e cancelliere della Reverenda Camera Apostolica.

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Come citare questo articolo

Luciana Passarella. “Il feudo di Crespino”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-feudo-di-crespino/

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