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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

L’ultima chiesa dei Bentivoglio

Notizie storico architettoniche sulla chiesa di Giacciano

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 22–25

Fra i tanti aspetti di magnificenza e mecenatismo dei Bentivoglio, dopo che nei primi decenni del ‘500 si stabilirono a Ferrara (in seguito all’espulsione da Bologna dominata dal papa alleato con i Pepoli), ve n’è uno assai poco indagato dai ricercatori: riguarda la bella chiesa di Giacciano. Si tratta sicuramente della costruzione che in Polesine resta maggiormente legata alla storia e al nome dei Bentivoglio.

Questa sacra realizzazione non rappresentò un’eccezione, giacché i Bentivoglio manifestarono in più occasioni interesse per gli edifici legati al culto e la relativa attività di juspatronato. Infatti, nel breve arco temporale compreso tra la loro ascesa politica in Ferrara e la rovina economica del casato (dovuta all’enorme debito contratto dal marchese Enzo con la Camera Apostolica per la bonifica della Transpadana Ferrarese)1 i Bentivoglio si resero protagonisti della costruzione di almeno tre pregevoli chiese: Santa Vittoria in Ferrara, Collegiata di Gualtieri, Parrocchiale di Giacciano, e di altrettanti oratori privati nelle loro grandi residenze di Ferrara, Gualtieri e Trecenta.

Diciamo innanzitutto che la chiesa di Giacciano – piccola borgata della Transpadana ferrarese nel governatorato di Trecenta, allora ai confini con lo Stato Veneto – per essere l’ultima nata fra le chiese bentivolesche, presenta soluzioni architettoniche in parte derivate dalle precedenti, in parte assolutamente originali. Va inoltre sottolineato che sicuramente fu la chiesa più amata dagli ultimi esponenti del casato marchionale.

La costruzione della chiesa

La chiesa di Giacciano fu eretta dal marchese Ippolito Bentivoglio, tra il 1668 e il 1676, su un lotto di terreno ubicato all’incrocio tra la strada del Borgo Novo (attuale via Madonnina) e la strada arginale del fiume Castagnaro (ramo dell’Adige, detto anche Canal Bianco, per il colore biancastro delle acque atestine, ricche in carbonati di calcio). Il corso d’acqua, oggi denominato Fossa Maestra, non più legato all’Adige, riceve le acque delle Valli Veronesi.

Nonostante le difficoltà economiche in cui si dibatteva il casato, ormai prossimo al tracollo finanziario, fin dall’inizio la sacra struttura fu progettata per essere una decorosa sede parrocchiale, essendo formata dal classico impianto a chiesa centrale, affiancata su un lato dalla casa canonica2 e dall’altro dal recinto cimiteriale, trasferito fuori dal suo originario contesto, in seguito alle disposizioni del periodo napoleonico. In posizione arretrata, ma aderente al lato sinistro dell’abside, fu costruito anche il campanile, non troppo alto, a causa dei problemi di portanza del suolo alluvionale, chiuso da un tiburio a cupolino di gusto bizantineggiante.

L’archivio del casato è stranamente avaro di notizie documentali riguardanti la progettazione, l’iter costruttivo e i costi sostenuti per l’erezione di questo complesso3. Il progetto viene perciò attribuito, pur se in via ipotetica, allo stesso marchese Ippolito4, personaggio eclettico, di vasta cultura e di un certo rilievo sociale (ricoprirà la carica di Giudice dei Savi per due mandati, a partire dal 1669), che si sarebbe quantomeno avvalso dei consigli dell’amico architetto Carlo Pasetti ed ispirato nelle dimensioni e negli equilibri delle masse alle altre chiese bentivolesche, costruite alcuni decenni prima dal prozio Ippolito nel feudo di Gualtieri, con il concorso dell’Aleotti. Le forme della chiesa di Giacciano sono infatti eleganti e ben proporzionate e denotano l’influsso, sia pure indiretto, di qualche grande progettista.

La chiesa venne dotata di beni fondiari e diritti di decima da parte della stessa famiglia Bentivoglio, al fine di garantire la sussistenza del sacerdote residente e quindi eretta, il 17 febbraio 1677, in parrocchia sotto il titolo di S. Ippolito Martire, riservandosi i proprietari il solo diritto di nomina del parroco presso il vescovo di Ferrara. 5

All’epoca infatti, il territorio di Giacciano era parte dello Stato Pontificio e la comunità contava 900 anime (500 da comunione), soggette alla pieve di Trecenta e alla diocesi di Ferrara, quindi impossibilitate ad accedere alla vicina e più antica chiesa di Baruchella, in quanto posta nello Stato Veneto. La nuova chiesa di Giacciano rispondeva pertanto all’esigenza della popolazione di avere un comodo servizio religioso ed un luogo di riferimento in cui aggregarsi e riconoscersi.

I Bentivoglio, già detentori di notevoli proprietà nel Bolognese e nel Ferrarese, ebbero in Giacciano (e nella contigua Presa di Zelo) gli ultimi possedimenti fondiari e una grande residenza di campagna, con il brolo circondato da una lunga cinta murata. Essi mantennero con questa loro chiesa un profondo legame, beneficiandola (fino a quando le sostanze del casato lo permisero) con speciali elargizioni, fra le quali ricordiamo il dono dei preziosi paramenti liturgici appartenuti al card. Cornelio Bentivoglio (purtroppo trafugati di recente) e onorandola con le spoglie mortali degli ultimi esponenti, che qui vollero essere tumulati.

I monumenti sepolcrali e gli aspetti artistici

Nella chiesa di Giacciano si conservano per questo le pregevoli stele sepolcrali del marchese Carlo Guido (1769 – 1843) e della prima moglie Adelaide Foscarini, prematuramente defunta all’età di 32 anni. Un monumento funebre quest’ultimo, noto come “la Dolente”, in fine marmo di Carrara e di grande pregio artistico, per la sua capacità di tradurre nel marmo le più intime e delicate espressioni del dolore umano, opera eseguita o forse solo ultimata, nel 1823 da Cincinnato Baruzzi, su un bozzetto del grande Canova, in quanto suo allievo e continuatore della famosa bottega, dopo la morte del maestro, avvenuta l’anno precedente6.

Dal punto di vista architettonico, la chiesa presenta una pianta a basilica absidata con tre navate: la centrale destinata ad aula per i fedeli, le laterali a cappelle votive, tre per parte, unite tra loro da un originale passaggio sotto archi a tutto sesto, che si collega prospetticamente alle porte d’accesso laterali.

La facciata, partita da quattro lesene doriche e da due cornici trasversali che delimitano i tre spazi della simbologia cristiana, è solenne ed elegante, grazie anche alle cinque cuspidi sugli angoli d’attacco, che ne slanciano la prospettiva verso l’alto.

Il timpano si fa notare per un contorno dentellato a “cassetti” che concorre ad esaltare la verticalità dell’insieme.

Presenta tre porte d’accesso che ci ricordano la rigida stratificazione sociale dei secoli passati: per gli uomini a destra, per le donne a sinistra e una più grande al centro per il vescovo, clero e nobiltà. Sopra la porta centrale, abbellita da stipiti e architrave in leggero rilievo, c’è un grande lucernario circolare (oculo), chiuso da una vetrata policroma raffigurante S. Ippolito, che ricorda i rosoni delle cattedrali romanico-gotiche.

Nell’interno, a sbalzo sopra la bussola dell’ingresso centrale, corre la cantoria, evidentemente aggiunta nella terza decade dell’Ottocento per accogliere un prezioso organo del Callido, dono del marchese Carlo Guido, di cui si è da poco concluso il restauro. La primitiva cantoria in legno intagliato è invece posta dietro il monumentale altare maggiore, nell’emiciclo absidale. Quest’ultimo, illuminato da due fenestrature laterali a semiluna, si presenta ampio nelle dimensioni forse più del necessario, almeno in apparenza. In effetti, risponde ad una funzione acustica – ben nota ad un progettista esperto di teatri qual era il marchese Ippolito – grazie alla quale i suoni vengono diffusi e amplificati in direzione dell’aula. Un effetto questo che si apprezza particolarmente in occasione di concerti vocali o strumentali, che qui trovano la possibilità di esprimersi al meglio.

Tutti gli altari laterali, ricchi di marmi policromi, sono eseguiti in modo perfetto; la pala e la statua del santo sono all’interno di un vestibolo formato da colonne marmoree corinzie, a loro volta sormontate da tratti di architrave, sui quali sembrano danzare figure d’angeli fra decorazioni a stucco, secondo la scenografia dello stile barocco. Fra questi, spicca per maestosità l’altare del patrono, con la grande pala raffigurante Il martirio di S. Ippolito, attribuita al centese Cesare Gennari (1637-1688), allievo e nipote del celebre Guercino7.

Le cappelle laterali sono chiuse in alto da eleganti volte a crociera: ciascuna racchiude sul lato esterno un lucernario a vetrata policroma, attraverso il quale filtra nella chiesa un primo livello di luce. Altra luce entra dalle vetrate dell’aula, alternate alle precedenti e poste ad un livello più alto, all’interno di nicchie ad “unghia”, ricavate nella volta ribassata del soffitto. Questi flussi luminosi s’intrecciano tra di loro e con quello proveniente dalla finestra circolare della facciata, creando un gioco di luci, specie nelle ore del mattino, chiaramente allegorico della Luce Divina che da ogni parte deve entrare nella vita dei credenti.

Anche questo aspetto denota come la chiesa di Giacciano sia un vero gioiello architettonico, sintesi di elementi stilistici diversi, curati in ogni dettaglio, grazie alla magnificenza e all’amore per l’arte del casato Bentivoglio.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “L’ultima chiesa dei Bentivoglio”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/lultima-chiesa-dei-bentivoglio/

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