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ARTEOGGI

Il paesaggio inquieto di Gabbris

Una duplice mostra, agli Olivetani e alla Pescheria, per ritrovare il Polesine del Novecento

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 112–116

Non è facile mettere insieme poesia, musica e arti, senza limitarsi a un mero accostamento e cercando piuttosto di trovare un punto di sutura profondo, un congiungimento che non significa l’impossibile «opera totale», tanto vagheggiata nei primi decenni del Novecento dalle avanguardie storiche, ma una coincidenza, una sintonia attiva, che si fa suggestione fantasmatica e al tempo stesso luogo vero e proprio.

Ci ha provato, e con successo, la Fondazione Banca del Monte in collaborazione con il Comune di Rovigo e quello di Lendinara e con il patrocinio della Regione e il contributo di Guerrato s.p.a. dedicando una mostra e un convegno a quel Novecento Polesano, che sembra perduto e che invece, di tanto in tanto, lascia intravedere il suo volto tormentato e enigmatico dietro la maschera di un provincialismo che troppo spesso ha soffocato la sua voce e misconosciuto nell’inettitudine la sua verità profonda.

Tutto era cominciato qualche anno fa con l’allestimento di uno spazio permanente dedicato allo scultore Virgilio Milani e il restauro di alcune sue opere (dal bassorilievo del Palazzo Ina alla Fontana della Riconoscenza nel piazzale della stazione), per poi proseguire con una serie di mostre dedicate rispettivamente a Gino Pinelli, Edoardo Chendi e Tono Zancanaro (in collaborazione con l’Accademia dei Concordi) e un convegno con pubblicazione degli atti e spettacolo per Eugenio Ferdinando Palmieri.

Ecco, allora, a cavallo tra febbraio e marzo 2012, una nuova mostra d’arte, che è diventata occasione di una pluralità di interventi e riferimenti. Una mostra intesa come il primo e, in termini cronologici, anche l’ultimo capitolo di una storia d’arte e cultura che investe tutto il secolo scorso, con una prospettiva che è europea e internazionale, dato che uno dei numi che fanno da puntello a questo progetto è quel Giuseppe Marchiori, originario di Lendinara, che è stato uno dei maggiori critici e storici dell’arte del Novecento, autore di innumerevoli saggi e monografie e padreterno del Fronte Nuovo delle Arti. A lui, appunto, è stato dedicato un convegno (in sala Flumina al Museo dei Grandi Fiumi) e nel suo nome sono previste altre iniziative, compresa una schedatura del materiale edito e inedito. Il tutto in vista di un Museo del Novecento in Polesine.

Ma il centro, non certo occulto, era il ritorno alla pittura creativa, dopo quasi trent’anni, dell’artista rodigino Gabbris Ferrari, documentato e testimoniato da una doppia mostra con il titolo «Paesaggio inquieto», curata da Ivana D’Agostino nelle sale dell’ex Monastero degli Olivetani a San Bortolo e in Pescheria Nuova, che ha costituito una autentica riscoperta e ha attirato numerosi visitatori nell’arco di poco più di un mese.

Gabbris Ferrari era diventato pittore, quando era ancora poco più di un ragazzo, affascinato dalle lezioni e dalle opere di Angelo Prudenziato. Da Prudenziato aveva, forse, appreso che la pittura è qualcosa che ha a che fare con tutto ciò che è fisico e tangibile, che le forme sono le cose e che tutto bisogna toccare e sperimentare. Ma presto aveva imparato che la pittura (e l’arte, più in generale) è anche esorcismo, capacità di esprimere che va oltre il tangibile, intuizione e avvicinamento progressivo, memoria incompiuta che continua nel tempo.

E c’erano state le stagioni di una storia personale, che aveva trovato felice, ma provvisoria, risoluzione sui palcoscenici dei teatri, dove la pittura era percepibile dappertutto, ma viveva solamente in funzione di una rappresentazione. Tanto più che, a rileggerle con il senno di poi, le pitture della giovinezza di Gabbris avevano già una loro valenza teatrale, con forme in opposizione, personaggi in movimento. Ma il taglio con la pittura, anche se non era stato netto, c’era stato per davvero. La scena era il luogo delle contraddizioni e il punto di fuga, un bagliore che si consumava in uno sguardo solamente.

Già nelle prime scenografie era apparsa ben evidente una atmosfera ludica, che si giocava tra ironia e forme leggere fino all’instabilità e alla mutevolezza. La pittura era anche diventata, sotto le mentite spoglie del disegno, appunto di viaggio, riflessione e confessione, sfogo, indizio di altri percorsi e perfino (ma lo sapeva Gabbris?) divinazione.

Insomma, pittura prigioniera e al servizio di qualcos’altro, per vent’anni e più, anche se, in segreto, qualcosa ribolliva. Nel tempo erano arrivate ricognizioni ricche di suggestione nella poesia, tanto che l’artista aveva sentito il bisogno di tornare a un vecchio e perduto amore della giovinezza, la recitazione, non intesa come esibizione, ma piuttosto invito a scoprire insieme. E come avviene con il trascorrere degli anni, di molti anni, tutto ritorna, passato e presente si scambiano i ruoli e convivono.

Insomma, il pittore Gabbris era (ri)nato proprio a questo punto, quando il viaggio sembrava approdare in un porto definitivo, che invece, come era capitato a Ulisse e ad altri ancora, era un luogo da cui partire nuovamente, con un itinerario mai casuale e sconosciuto, ma neppure noto, perché deciso e individuato di momento in momento.

È forse per questo che Gabbris, dopo quasi trent’anni di lontananza, ha dipinto e realizzato in pochi mesi, in uno stato di euforia e di turbamento, una settantina di opere, molte di grande formato e di felicità espressiva, in cui gioia e dolore si mescolano e si mascherano in colori luminosi e chiari, in forme sempre più inafferrabili, con presenze misteriose, ma anche rivelatrici. Il fatto è, come ha chiarito l’artista, che «un’opera non nasce quando viene progettata e realizzata, ma quando la si pensa, magari molto indietro nel tempo. E queste opere sono davvero pensate e realizzate in funzione di un passato poetico e personale». Cinque capitoli di una storia artistica, che si inseguono e si mischiano: legni (che vengono dal mare con echi e voci di altre persone e altre storie), geometrie e paradigmi (quasi un sublimato della pittura antica e degli ideali del Rinascimento), paesaggio inquieto (il Polesine trasfigurato, ma non solo), nuova Itaca (i viaggi e i ritorni), sesto senso e albedo (come dire la luce visibile). C’è poi uno splendido catalogo (dedicato a Martino, il figlio perduto dell’artista) che ripropone le settanta opere in mostra e che già per conto suo è un’ulteriore opera d’arte.

In quelle che potremmo definire opere maggiori, senza tuttavia far riferimento a sciocche e inutili graduatorie ma semmai al gusto personale, si avverte un formicolio di personaggi appena evocati attraverso forme diverse e composite, ma sempre in una irrinunciabile bidimensionalità, così che la pittura rimanda al disegno ritrovandone la felicità creativa, ma cancellandone al tempo stesso la dipendenza dal segno nell’insistenza sugli acrilici e sui pastelli, che, appunto, ritrovano la felicità del colore. Conta in queste opere (La macchina del cemento in un luogo indifeso, Macchina volante dalle parti di Pellestrina, A volo di uccello in laguna, Lasciare Venezia, Verso una nuova Itaca, Viaggio in comitiva) l’evocazione diretta, ma anche un più sottile intreccio di memorie e umori, così che libertà e pienezza, felicità e tristezza (mai o quasi disperazione), giovinezza e vecchiaia si mescolano in continuazione, come nella vita. Conta, ancora, il gusto del racconto, ma senza più scansioni temporali, in una sorta di fuga continua e continuo ritorno di tempi e personaggi e oggetti e macchine.

A restituire gli estri e gli sperimentalismi di una ulteriore ricerca, ci sono anche i legni (tutti raccolti in Pescheria Nuova). Legni di recupero, ritrovati sovente là dove il delta si spinge con spiagge e spiaggette improvvise e bianchissime verso il mare. E l’odore di mare e di sabbia ancora si avverte, più nella scansione di forme che nascono da se stesse che non dall’aria. Le composizioni, curiosamente, ritrovano il segno e il gioco dell’abbozzo. Ci sono, infine, altri legni, quelli dell’albedo e dell’alchimia, ridipinti e laccati con colori purissimi e intensi, che danno speciale luce all’alternanza di geometrie lucidissime e fortemente pensate, che puntano alla ripetizione ma non alla serialità e che trovano forse origine e perfino sostanza in altre due opere, che evocano una terza media del 1950 e quei cubi e sfere e piramidi che il primo e lontano maestro, Angelo Prudenziato, usava per far disegnare i suoi allievi, insegnando, con parole semplici e soprattutto esempi pratici, che dalla realtà si poteva giungere, sperimentando, alla metafisica.

Dopo oltre un mese, le due mostre si sono chiuse con una sorta di felice happening organizzato da Donatella Girotto, che ha tirato in campo le altre arti, la poesia e la musica e la danza, facendo appello alla fantasia e a tanti amici per una serata davvero memorabile che ha finito per diventare una emozionata approssimazione alla poesia e alla pittura, alla musica e al teatro.

Proprio i versi, dapprima, introdotti da un ispirato Marco Munaro e detti con straordinaria finezza e talora perfezione da Luigi Marangoni e Letizia Piva, hanno trovato una temperatura emotiva alta e segreta, una strategia dell’immaginario che ha forzato i confini del quotidiano e gli arzigogoli delle geografie, per cogliere paesaggi sognati, ma con i colori e i suoni della realtà. Nell’abbraccio di passato e presente e nelle parole dei poeti, le storie e i sentimenti non mutano, anche in quella prima periferia del centro storico in cui ancora palpitano lontani i sogni infranti degli Umiliati che avevano eretto la loro casa destinata a diventare una chiesa e un monastero che aveva preso i colori degli Olivetani. E nell’eco dei versi splendidi di Umberto Saba e Virgilio Giotti, Biagio Marin e Giacomo Noventa, Andrea Zanzotto e Bino Rebellato, quella sala rivelava un pubblico attento e commosso, ma anche altri artisti e poeti che si erano occultati fra gli amici, per cogliere il singhiozzo dissimulato del tempo perduto in quella perfetta evocazione di una giovinezza favolosa che è la poesia che Eugenio Ferdinando Palmieri aveva scritto in morte di Livio Rizzi.

E non a caso “Il paesaggio inquieto” era il titolo della mostra in chiusura, che subito dopo Gabbris Ferrari aveva illustrato e raccontato con un po’ di commozione tra i grandi quadri di pittura ritrovata e riconosciuta.

Poi la cena in Taverna (che in altri tempi era stata il ricettacolo degli artisti rodigini) tra brindisi e promesse, per correre, infine, con l’accompagnamento della band del Venezze, in Pescheria Nuova a chiudere il cerchio festoso e insondabile con il violoncello profondo di Vittorio Piombo e l’arte scenica sempre stupefacente di Thierry Parmentier. Tutto questo, si sa, finirà presto per concentrarsi in una sorta di palla che saltellerà nel tempo, andando e ritornando, proprio come la gioia e la memoria.

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Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “Il paesaggio inquieto di Gabbris”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-paesaggio-inquieto-di-gabbris/

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