Terezin è una cittadina di poco meno di 3000 abitanti nella valle del fiume Ohre, nella Boemia Occidentale. L’abitato è sovrastato dall’imponente fortezza costruita per volere dell’imperatore Giuseppe II d’Austria alla fine del XVIII secolo e, nella storia del XX secolo, è nota purtroppo per essere stata utilizzata prima come carcere austriaco per dissidenti politici e prigionieri russi della Prima guerra mondiale e poi, dal 1939, con l’invasione tedesca, come lager destinato agli ebrei.
Ma qui si vuole documentare un’altra storia, antecedente alle tragedie del XX secolo. Una storia non meno dolorosa, vissuta durante la Terza Guerra di Indipendenza, che lega la cittadina boema al Polesine e al Veneto.
Il reclutamento dei fanti veneti
Nel 1860 la città si chiamava ancora Theresienstadt (in tedesco “città di Teresa”, nome scelto da Giuseppe II in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa) e aveva metà della popolazione che ha ora. La fortezza era stata costruita alla fine del ‘700 sotto la supervisione dell’architetto militare veronese Clemente Pellegrini a difesa del confine austriaco da possibili invasioni prussiane e quindi era utilizzata come caserma¹. Gran parte dei soldati della guarnigione appartenevano ad un reparto venetianisch, il 38° reggimento di fanteria “Conte Haugwitz”.
Nel multietnico Impero Asburgico il reclutamento dei soldati si basava su rigidi criteri linguistici e geografici: dal momento che un soldato ungherese, un polacco, un croato e un italiano non si sarebbero mai capiti tra loro, ogni reggimento aveva un suo circondario di reclutamento. I circondari “veneti”, dopo il 1860, erano sette per cui parlavano italiano i soldati di sette reggimenti di fanteria, di un reggimento di gendarmi, di due battaglioni di jager (cioè “cacciatori”, fanteria leggera come sono i nostri bersaglieri) e di gran parte degli equipaggi delle navi della Marina.
I fanti del 38°, reggimento intitolato al feldmaresciallo Eugen Wilhelm von Haugwitz, erano reclutati nell’intero territorio della Provincia di Rovigo (o “del Polesine” come si diceva allora) e nei distretti amministrativi di Montagnana, Este, Monselice, Piove di Sacco e Conselve².
La leva nell’Impero d’Austria si svolgeva con modalità curiose. Il numero di reclute da mandare ai reparti era stabilito di anno in anno, e per decidere chi doveva essere arruolato si teneva una specie di lotteria: tutti i coscritti pescavano un biglietto, chi trovava un numero basso partiva, chi un numero alto restava. I renitenti alla leva erano molti, ma grazie al particolare sistema di reclutamento questo fatto non costituiva un problema: se un arruolato non si presentava si scorreva la lista e si chiamava chi veniva dopo di lui. L’estrazione si svolgeva nel capoluogo del circondario di reclutamento, che nel caso del 38° non era la popolosa Rovigo ma la più tranquilla Monselice.
Negli anni dal 1860 al 1866, mediamente 700 reclute all’anno partirono da Monselice con destinazione Theresienstadt. Contadini polesani e padovani, che spesso non si erano mai allontanati del loro Comune, si trovavano per la prima, e forse unica, volta nella vita a salire su un treno, ad attraversare le Alpi, e a vedere, seppur di sfuggita, grandi città come Vienna e Praga.
La vita di guarnigione era noiosa, fatta di rigida disciplina e lunghe marce, ma almeno un letto e pasti caldi erano garantiti. Solo l’addestramento formale (attenti, presentat’arm ecc..) veniva impartito in tedesco, mentre la lingua di servizio era l’italiano, per cui erano gli ufficiali a doversi adattare alla lingua dei soldati e non viceversa.
Ufficiali di madrelingua italiana, comunque, non mancarono mai tra i quadri del reggimento: tra il 1860 e il 1865 italiano fu addirittura il comandante, il colonnello lombardo Carlo Cattanei.
I rapporti dei soldati con la popolazione locale erano, per motivi linguistici, praticamente nulli e le notizie da casa scarse, dato che l’analfabetismo era ancora molto diffuso. Ma l’aspetto più pesante del servizio militare era che la data del congedo era indeterminata: la ferma consisteva, in teoria, di otto anni ma nella realtà il periodo effettivo sotto le armi era minore, ma non definibile a priori. Ciò accadeva perché l’organico di un reggimento di fanteria prevedeva, secondo i regolamenti dell’epoca, 1400 uomini: se con le nuove reclute si raggiungeva tale numero, quelli che erano sotto le armi da più tempo venivano congedati, altrimenti restavano fino alla leva dell’anno successivo.
Il motivo che rendeva il numero di reclute così variabile era essenzialmente uno: per le casse dello Stato era più conveniente trattenere in servizio i soldati che già c’erano piuttosto che organizzare il trasporto di centinaia di coscritti dal Veneto alla Boemia o alla Galizia. Mediamente, quindi, la durata effettiva del servizio di leva per i reparti di reclutamento veneto si aggirava sui tre anni.
Preparativi di Guerra
Nel 1866 le cose però cambiarono di colpo.
Il governo austriaco, intuendo che l’alleanza tra l’Italia e la Prussia sarebbe stato il preludio di un attacco all’Impero, ordinò la mobilitazione generale: questo significò per il 38°Haugwitz richiamare in servizio i riservisti, passando così da 1400 a 3300 uomini.
Presso l’Alto Comando austriaco, tuttavia, si sperava ancora di evitare la guerra: il generale Benedek, capo di Stato Maggiore, aveva spiegato all’imperatore che contro i nuovi fucili a retrocarica Dreyse ma soprattutto contro il migliore addestramento dell’esercito prussiano nulla avrebbero potuto le pur disciplinate truppe imperiali.
Francesco Giuseppe non volle nemmeno prendere in considerazione l’idea di una trattativa, reputandola disonorevole, e minacciando addirittura di destituzione tutto lo Stato Maggiore. L’imperatore faceva grande affidamento sull’aiuto che sarebbe venuto all’Austria da parte degli altri stati della Confederazione Germanica che mal sopportavano, a suo dire, l’imperialismo prussiano. Ma le aspettative dell’imperatore dovevano essere ben presto smentite dalla realtà.
La guerra fu dichiarata il 14 giugno. Solo la Sassonia mandò un piccolo contingente di soldati ad aiutare l’Austria. Tutti gli altri stati della Confederazione, per paura o per opportunismo, non si mossero.
Come aveva previsto Benedek la sua Nord Armee (l’Armata del Nord, per distinguerla da quella del Sud che fronteggiava gli Italiani sul Mincio) disseminata lungo un confine troppo vasto da controllare fu colta di sorpresa dalla rapidità dei movimenti del nemico. Il 38° tentò due volte – a Munchengratz³ il 28 giugno e a Gitschin⁴ il 29 – di fermare i Prussiani, ma fu tutto inutile. A due settimane dall’inizio della guerra il reggimento aveva già perso, tra morti, feriti e prigionieri, 613 soldati, un quinto dei suoi effettivi.
Ma per i fanti del 38°, che intanto si erano ritirati all’interno della piazzaforte di Koniggratz⁵, il peggio doveva ancora venire.
L’attacco prussiano
All’alba del 3 luglio 1866, 220.000 Prussiani attaccarono Koniggratz: un decimo dei 200.000 soldati asburgici che li fronteggiavano appartenevano ad unità di reclutamento veneto.
Dopo otto ore di combattimenti, la Nord Armee di Benedek si ritirava lasciando sul campo 12.000 morti e migliaia di prigionieri, molti dei quali erano feriti intrasportabili. Pochi giorni dopo, davanti alla concreta possibilità di veder sfilare i Prussiani per le strade di Vienna, Francesco Giuseppe firmò la resa.
Dalla battaglia di Koniggratz (o di Sadova, come è chiamata, seppur impropriamente, nei nostri libri di storia) il 38° reggimento fanteria uscì praticamente distrutto: tra gli ufficiali vi furono 11 morti (tra loro 4 “italiani”, il capitano Gosetti, il tenente Bailetti e i sottotenenti Magro e Radda) 4 feriti e 15 prigionieri (di cui 7 feriti), mentre la truppa ebbe 341 morti, 57 feriti e 665 prigionieri (di cui 229 feriti).
Una tragedia ignorata
Trascorsero molte settimane prima che i soldati dell’Haugwitz e degli altri reparti veneti fossero informati che la loro terra d’origine non era più – in base alle clausole del trattato di pace – una provincia dell’Impero asburgico, ma che era entrata a far parte del Regno d’Italia. In ogni caso a nessuno fu consentito di tornare a casa fino al termine del servizio di leva.
Quando finalmente in autunno arrivò il congedo, l’accoglienza per i reduci da parte della loro nuova patria fu gelida: le autorità sabaude, infatti, volevano minimizzare il fatto che decine di migliaia di veneti avevano servito l’Austria e che in un solo giorno, il 3 luglio 1866, ne erano morti 1300, più di quanti ne fossero caduti in tutte le campagne del Risorgimento.
Infatti ancora oggi questa pagina di storia è poco conosciuta o, per meglio dire ignorata, dalla nostra storiografia.
Ma non tutto è andato perduto per recuperare il filo della memoria: conosciamo, infatti, i nomi dei morti, dei feriti e dei dispersi del 38° fanteria. Li pubblicò nei giorni 17 e 18 agosto 1866 uno dei giornali all’epoca più diffusi nella capitale austriaca, la Wiener Zeitung. Qualche cognome è inevitabilmente storpiato, ma a leggere quella lista sembra di scorrere l’elenco telefonico di Rovigo.
La testimonianza più significativa di questa vicenda dimenticata è un quadro, oggi conservato in un museo di Vienna: lo dipinse il pittore Rudolf von Ottenfeld, il cui padre, che si chiamava anche lui Rudolf, prese parte alla battaglia di Koniggratz.
L’opera rappresenta il maggiore von Ottenfeld, comandante del III battaglione del 38° “Haugwitz”, mentre, a cavallo, guida i suoi soldati all’attacco del villaggio di Chlum, nell’ultima fase della battaglia. L’ufficiale non tornò da quell’azione e così avvenne anche per molti dei suoi soldati di origine veneta.
Guardando questo quadro non si può non pensare che quei ragazzi coi baffoni, coi cappotti troppo grandi e i pantaloni azzurri sporchi di terra erano, in fondo, i nostri bisnonni.
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Come citare questo articolo
Giorgio Baccaglini. “Da Rovigo a Terezin e Koniggratz”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/da-rovigo-a-terezin-e-koniggratz/