Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Rovigo nella Rotonda

Nelle grandi tele secentesche rintracciabili interessanti particolari che fanno riferimento a vari aspetti della città

di Leobaldo Traniello

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 10–13

La Rotonda – cioè la chiesa della B. Vergine del Soccorso – è notoriamente il monumento più famoso di Rovigo, soprattutto per la sua decorazione pittorica interna.

La parte più vistosa, di cui ci interessiamo qui, è costituita dalle 22 tele che celebrano i podestà veneziani inviati dal Senato a governare il Polesine di Rovigo, alternate ad altre 8 che illustrano episodi della vita di Maria, fissate alle pareti dell’aula: 30 grandi quadri, dunque, a cui vanno aggiunte altre due tele di dimensioni notevolmente minori conservate in sacrestia. Nell’insieme – bisogna riconoscerlo – una pregevole pinacoteca che, pur con qualche cedimento di qualità, documenta diversi aspetti significativi della pittura barocca in territorio veneto.

La decorazione dell’interno della Rotonda dovette iniziare nel 1621 e si concluse nel 1684 (il soffitto attuale però è opera del 1870).

I quadri che consideriamo testimoniano, naturalmente, una relazione fra i rodigini e la Madonna, ma anche fra la città e i rappresentanti del potere centrale, e – caso più unico che raro – non sono finiti in museo ma mantengono la collocazione originaria.

Non meraviglia, dunque, che alla Rotonda siano stati dedicati diversi studi, i quali fino agli anni Sessanta del secolo scorso si limitavano a riproporre le notizie raccolte da Francesco Bartoli alla fine del XVIII secolo. Importanti approfondimenti si ebbero a partire dal 1967, quando, per iniziativa della (allora) Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, fu pubblicato il primo studio storico-critico moderno. Seguì una serie di ulteriori ricerche culminate nel poderoso lavoro di Carla Boccato e M. Teresa Pasqualini Canato, Il potere nel sacro (2 tomi, Rovigo, Minelliana, 2001-2004), che ha scavato a fondo nei documenti relativi ai podestà celebrati nella nostra chiesa votiva.

Dati, dunque, gli stretti rapporti anche politici fra la decorazione pittorica della Rotonda e la città di Rovigo, sembra lècito domandarsi come Rovigo è presente nelle tele in questione.

Il primo modo per far presente Rovigo, non poteva essere che ricordarla come “Città delle rose”. Alla fine del XV sec., Ercole Strozzi inventò la derivazione del nome Rovigo dal greco rhodon (= rosa). L’idea fu raccolta da Francesco Brusoni nel poemetto De origine urbis Rhodiginae composto nel primo decennio del XVI sec., ma ebbe piena fortuna con Ludovico Ariosto che nell’Orlando Furioso (1532) ricordò Rovigo come “…la terra, il cui produr di rose / le dié piacevol nome in greche voci”, trovando la consacrazione finale nelle pagine che Andrea Nicolio dedicò alle rose della città nella sua Historia… dell’origine et antichità di Rovigo (1582).

La cultura barocca non poteva trovar di meglio per rappresentare Rovigo in termini figurativi: e infatti a tale allegoria ricorsero Pietro Liberi che celebrò Alvise Foscarini presentato alla Madonna da Rovigo cinta di rose (1656), Pietro Ricchi che ricordò Bartolomeo Querini morto verso la fine del mandato e perciò pianto da Rovigo vestita a lutto con in capo una corona di rose; Giulio Cirelli che accanto a Carlo Bellegno raffigurò Rovigo coronata di rose che riceve i doni dell’Abbondanza (1672), e, di fronte a Giovanni Battista Foscarini, Rovigo che rende omaggio al Podestà, raffigurata con una corona turrita in testa e una collana di rose al collo (1678); Giuseppe Diamantini infine nel quadro dedicato a Nicolò Balbi non dimenticò Rovigo coronata di rose, ma la confinò al limite destro della tela (1680).

Rovigo, naturalmente, poteva essere resa presente anche rappresentando qualche suo edificio significativo, ma i pittori, da questo punto di vista, non risultarono molto sensibili: più che il Castello e la Rotonda non seppero vedere. Il Castello compare nella celebrazione di Pietro Morosini, dipinta da Antonio Randa (1644): è il primo dei grandi “telèri” realizzati per la Rotonda), in relazione ai fatti militari determinati dalla Guerra di Castro che sfiorarono il Polesine ma, fortunatamente, senza reali conseguenze (dunque, il quadro è una specie di ex-voto).

Il Castello compare anche nella celebrazione di Benedetto Zorzi, di pittore ignoto (da qualcuno attribuito ad Antonio Servi), databile al 1655: sulla destra del gruppo che occupa la parte inferiore compare un paesaggio dove sono rappresentati il Castello rodigino (riconoscibile per la caratteristica forma del mastio), in riva ad un fiume che deve intendersi l’Adigetto, nel quale galleggia un mulino natante; sulla riva compare anche una chiesa non identificabile (potrebbe essere una chiesa rodigina trasformata dopo la metà del XVII sec.?). Purtroppo l’insufficienza del pittore ha sprecato una bella occasione per fornirci un suggestivo squarcio paesaggistico del Polesine di Rovigo.

Per quanto riguarda la Rotonda, essa è sicuramente riconoscibile nel fondo, all’estrema destra, nella tela dedicata alla Visitazione di Maria ad Elisabetta, eseguita da Giovanni Brunelli nel 1650. Solo per ipotesi – ricordando che la Rotonda era stata pensata con la cupola – potrebbe riconoscersi nell’edificio a cupola, appunto, che Andrea Celesti raffigurò nel classico “modello di città” portato da un valletto in basso a destra, nella celebrazione di Giovanni Giustiniani (1681).

Il Polesine di Rovigo era (ed è) terra di fiumi, compresa, fra l’altro, fra i due maggiori d’Italia: logico, quindi, che almeno Po e Adige siano stati ricordati nelle tele. Ma i primi dipinti eseguiti per la Rotonda – quelli conservati in sacrestia – eseguiti dal modesto Zaccaria Zaninelli nel 1621 e nel 1622, prendono a soggetto l’Adigetto, facendoci vedere l’arrivo a Rovigo del podestà Girolamo Priuli che, risalito il fiume controcorrente, sbarca nei pressi di S. Bortolo, e il podestà Lorenzo Surian alle prese con la rotta accaduta in località Paterlina che tanto impegnò il rappresentante veneziano: anche qui, tutto sommato, vale il discorso che s’è fatto a proposito della celebrazione di Benedetto Zorzi.

Pittori ingaggiati successivamente, di più qualificato livello culturale, preferirono alludere ai fiumi secondo la formula della tradizione classica, cioè rappresentandoli con nudi eroici virili coronati di erbe palustri, sdraiati al suolo appoggiati ad orci che rovesciano acqua: tipici il Po e l’Adige nella tela che celebra Marco Michiel (1666?), opera di un pittore che fa pensare al Padovanino (che però morì nel 1649).

Il Po compare in fondo, fra il podestà e Rovigo, nella già citata celebrazione di Carlo Bellegno. Inoltre compare – a separare le città di Rovigo e di Ferrara – nella celebrazione di Giovanni Battista Foscarini, di Giulio Cirelli (1678).

Po e Adige compaiono in basso a sinistra nella Glorificazione di Nicolò Balbi, già considerato; mentre Andrea Celesti, nell’angolo in basso a sinistra della Glorificazione di Giovanni Giustiniani, ci presenta il Po con la corona regale in testa, che tiene in catene altri tre fiumi (l’Adige, l’Adigetto e il Tartaro), per simboleggiare l’importanza del maggior fiume italiano.

Infine Antonio Zanchi, nella tela dedicata a Verità Zenobio, morto a Este quattro mesi prima di concludere il mandato a Rovigo, raffigura l’Adige afflitto (1682).

Un quarto spunto per caratterizzare il capoluogo del Polesine può essere offerto dall’attività agricola, anche se nel XVII sec. il lavoro del suolo riguardava tutti i luoghi dove esisteva terra coltivabile. Anche qui, come per i fiumi, i pittori preferirono ricollegarsi alla tradizione classica, rappresentando allegoricamente la feracità del suolo con la figura dell’Abbondanza, cioè una cornucopia traboccante di prodotti della terra, spesso, ma non sempre, recata da una giovane donna.

Va segnalato che in qualche caso questa rappresentazione viene interpretata liberamente dai pittori che finiscono per esibirsi in vere e proprie nature morte: soggetto, al tempo, ancora relativamente raro in Italia. In particolare mèrita di essere segnalata la natura morta dipinta da Pietro Liberi nella tela dedicata ad Antonio Sagredo (1675), dove fra gli altri vegetali, sono raffigurate pannocchie di mais: la coltivazione di granoturco in campo aperto era stata avviata nel 1554 dai nobili Emo nel territorio di Villabona (oggi Villa d’Adige), al confine occidentale del Polesine di Rovigo.

Da ultimo – dato che la Rotonda è una chiesa – si debbono ricordare anche i santi qui raffigurati per caratterizzare Rovigo. E dunque compaiono il vescovo padovano Bellino, protettore della Diocesi di Adria (oggi di Adria-Rovigo); i santi Stefano papa e Giustina, titolari delle due parrocchie in cui allora Rovigo si divideva; san Francesco d’Assisi, poiché la Rotonda sorse su terreno appartenente ai Minori conventuali di S. Francesco, coinvolti anche nella gestione delle offerte dei fedeli.

Altri santi qui raffigurati – come Domenico o Antonio di Padova – testimoniano diffuse devozioni popolari; altri ancora risultano legati a situazioni personali dei podestà (Giovanni Battista, Benedetto, Giorgio si riferiscono al nome o anche al cognome del podestà celebrato).

E’ chiaro che con le annotazioni qui fatte la qualità dei dipinti non è chiamata in causa; ma il visitatore può trovare qualche spunto per leggere i quadri con qualche maggior interesse.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Leobaldo Traniello. “Rovigo nella Rotonda”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/rovigo-nella-rotonda/

Pubblicità