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STORIA - TRADIZIONI

Le Quarantìe

Il particolare calendario della civiltà contadina. Ogni quarantia prendeva nome dal santo con il quale iniziava

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 66–67

Una delle più tipiche e caratteristiche manifestazioni della cultura popolare, molto sentita in passato, fa riferimento alle “quarantie”, una sorta di calendario meteorologico che regolava la vita dei campi e della civiltà contadina forse più e meglio di quello che adoperiamo per orientarci nei giorni, nelle stagioni e negli anni.

Intanto osserviamo subito che le date nel mondo contadino non fanno quasi mai riferimento al calendario astronomico in uso oggi, bensì ai grandi avvenimenti della propria storia, ai santi, alle grandi ricorrenze e feste religiose di cui è disseminato il cammino di un anno, posto in bilico tra il misticismo delle cerimonie religiose e le ricorrenze della vita di ognuno. Si annovera pertanto l’anno della carestia (de la fame), l’ano de quando l’è nata la Bepina, l’ano ca se morto el Toni, el di che el prete el ga dito el reponsorio o el ga dito el sequeri par la Togna, l’ano ca se ‘ndà soldà Nane, ….. e così via. Queste erano le date della cultura contadina. D’altra parte non c’era ragione affinché il servo della gleba o il contadino che coltivava a mezzadria i campi di un padrone lontano, che si faceva vedere saltuariamente solo quando veniva ad abitare nella sua villa di campagna, o allevava gli animali, ricordasse una data del calendario. Ricordava invece un avvenimento importante della sua vita, un accordo, un contratto o la scadenza dello stesso o la necessità di fare samichiele o samartin alla fine di un contratto agrario.

Le società arcaiche, come quella contadina, sono oltremodo conservatrici. I ritmi della loro vita sono regolati su quelli propri della natura e noi sappiamo quanto siano reali per esse il giorno e la notte, la luna e le sue fasi, i solstizi e le stagioni, la pioggia, il vento, il freddo, il caldo …. Secondo lo storico delle religioni Eliade Milcea, questo modo di concepire la realtà sopravvisse per moltissimo tempo ed era ancora presente presso le società agricole tradizionali che vivevano ancora secondo archetipi che neppure il sopraggiunto cristianesimo ha potuto soppiantare.(M. Eliade, cit).

Forse in questo sta il motivo per cui nella società contadina polesana, accanto al calendario gregoriano, in uso oggi, si continuò a calcolare il tempo agricolo sulle quarantie, che si rifacevano all’osservazione astronomica e alla concezione del ritorno, sempre uguale, dei cicli della natura. Per l’uomo dei campi la quarantia rappresentava una “piccola stagione” con caratteristiche diverse. La loro esatta interpretazione veniva affidata all’esperienza e all’osservazione, ma anche i proverbi erano considerati significativi.

Il calendario delle quarantie – lo stesso nome lo ricorda – scandiva il tempo dell’anno in periodi di quaranta giorni, caratterizzati da particolari fenomeni atmosferici ciclici, su cui si regolavano le stagioni della seminagione, dei raccolti, del comportamento degli animali, i lavori dei campi e le scadenze dei contratti e facevano riferimento all’influenza della luna e delle sue fasi.

Ogni quarantia prendeva nome dal santo con il quale iniziava ed erano dodici, tenendo presente che due (quella di Sant’Urbano e quella di San Gallo) si potevano sovrapporre ad altre e annullarsi.

Si iniziava con la prima, La quarantia de la zeriola (Candelora), (2 febbraio – 13 marzo), che segnava la fine della stagione invernale: da la Zeriola de l’inverno semo fora, l’inverno è finito, ma l’aprirsi della buona stagione trovava qualche difficoltà per il tempo incerto (se l’è sole-selo, ghe n’emo on bon brutelo e se piove e tira vento de l’inverno a ghe semo ancora drento).

Seguiva naturalmente La quarantia de S. Matia, (23 febbraio – 3 aprile), determinata dalla prevalenza del vento sugli altri elementi atmosferici: sa venta a S. Matia, venta par ‘na quarantia.

La terza era La quarantia de S. Gregorio, (12 marzo – 18/20 aprile), praticamente un prolungamento di quella di S. Matia, sempre che si verifichi la coincidenza meteorologica del tri e del dodase marzo: sa venta al tri e al dodase. (se il tre e il dodici del mese fa vento)

Nella quarta quarantia dei Quaranta Santi, (11 marzo – 18 aprile), predominava la pioggia e il vento e punte regressive della temperatura: sa piove al dì dei Quaranta Santi aqua par altrettanti

La quinta quarantia dei tri aprilanti, (3 aprile – 13 maggio), assomigliava alle precedenti. Poteva svilupparsi in coincidenza delle quarantie precedenti, ancora in atto: quella dei venti (quarantia de S. Gregorio) e quella della pioggia (quarantia dei Quaranta Santi). Questa influenza collegava ed accentuava i fenomeni regressivi della temperatura delle zinquine che attestavano un tempo di burrasca. Come i tri aprilanti, quarante de somiglianti (o quaranta di duranti).

Nelle due quarantie de Sant’Urban, (15 maggio -24/25 luglio), si verificava una progressiva regressione della temperatura nella prima fase (durante i setoni i de maio (7-17-27), detta, nell’ultima parte inverno, de i cavalieri (i bachi da seta)(secondo e terzo seton), periodo che chiudeva la prima quarantia de Sant’Urban; con predominio della calura in giugno, la seconda quarantia de Sant’Urban, fino al segno de San Joan (24 giugno), Sant’Urban tempo bon par el gran.

La settima (o ottava, secondo i casi) quarantia e quella de Sant’Ana, (26 luglio – 2 settembre), era caratterizzata da “pioggia periodica”: il 5 agosto; poi, dopo la calura del 10 agosto; e poi il 15 agosto, oppure il 16 agosto; infine il 25 agosto.

La quarantia de S. Gregorion (Gregorio Magno) (l’ottava o la nona, secondo i casi) (3 settembre – 15 ottobre), era detta anche la quarantia de la luna de setenbre, con l’istadela (la piccola estate) de San Michiele: il tempo è relativamente secco all’inizio (sete brènte) e piogge intense alla fine (brentòn). Sa piove a San Gregorion, sete brente e un brentòn.

Siamo così giunti alla doppia quarantia de San Gal, (16 ottobre -25 dicembre); la prima era influenzata dall’influsso dei “Santi”, in particolare da quelli di novembre (Ognisanti, San Colombano, S. Clemente, S. Caterina); la seconda, dalla successiva quarantia de Santa Bibiana che, tuttavia, non appariva determinante. El tempo de San Gal dura fin a Nadal.

La undicesima (o dodicesima) era la quarantia de Santa Bibiana, (2 dicembre – 20 gennaio). Essa sottolineava una progressione del freddo, sotto l’influsso di fattori atmosferici che potevano portare la neve a San Nicola (6 dicembre) e gran freddo a S. Lucia (13 dicembre). A Santa Luzia el fredo crùzia.

A seconda delle coincidenze delle previsioni tra la prima fase delle calendre (1-12 gennaio) e la seconda (13 -24 gennaio) la quarantia poteva durare ancora una settimana, cioè fino al 20 gennaio, quando iniziava la zinquina prima dei segni de S. Paolo. Se piove a S. Bibiana, piove quaranta di e ‘na settimana.

Solo successivamente il tempo divenne solidale con la storia e permise l’introduzione della storicità delle vicende umane con l’idea di una successione lineare degli avvenimenti della vita, però in fondo persistette e continuò in una certa misura a persistere l’antica concezione del tempo circolare.

Ancor oggi l’esistenza di intere popolazioni si regola su questa tradizione; esse continuano a considerare gli episodi storici dipendenti dalla volontà divina e da una fatalità di origine astrale.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Le Quarantìe”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-quarantie/

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