Nel vissuto, e quindi nei ricordi delle comunità, le parentele erano nel recente passato molto riconosciute. Spesso, anche la persona più umile sapeva identificare le proprie parentele risalendo a ritroso persino di un secolo, cosa tutt’altro che semplice perché un tempo la consistenza dei nuclei familiari era notevole. E scarse erano le occasioni di incontro, ecco perché i funerali erano visti dagli anziani anche come un momento per recuperare visi e fisionomie della parentela e delle amicizie, specie se extra muros.
Personalmente questo vezzo di parlare persino durante l’accompagnamento del defunto al cimitero mi ha sempre infastidito, ma con l’avanzare dell’età, ora comprendo meglio la motivazione. Era (e spesso è ancora) una vera e propria necessità quella di riallacciare legami, sopiti dalla lontananza, con chi per necessità lavorative era emigrato.
Nel Ventennio è opinione comune che le famiglie si allargassero molto per il premio di natalità previsto dalle leggi fasciste¹. In parte ciò è vero, ma a ben guardare (e un mio studio demografico relativo a Melara lo conferma) le famiglie ricche di figli erano una consuetudine dei secoli passati. Capifamiglia nati dal 1850 al 1880 avevano vari figli viventi durante il periodo del Ventennio, ma ciò era dovuto anche alla minore mortalità dovuta alle migliori condizioni sociali ed igieniche.
Chi si avvicinasse a queste ricerche deve consultare i repertori relativi all’Unione fascista per le famiglie numerose, sezione provinciale di Rovigo, che prevedevano uno speciale elenco con nominativi, generalità e numero di tessera.
Senza entrare troppo nello specifico si nota come le spose all’epoca del primo figlio fossero decisamente giovani, dai 17 ai 21 anni e che il loro periodo procreativo durasse dai 17 persino ai 27 anni. In questo lasso di tempo era facile raggiungere i 9 o 10 figli.
Le conseguenze sulla popolazione erano evidenti: molti i fratelli e le sorelle e nuclei familiari che raggiungevano le 30 – 40 persone. Famiglie che venivano individuate con soprannomi e che spesso si identificavano con la località di residenza.
Così gli Andreasi Bassi (i Badaloni) con 9 figli dimoravano alla Mezzana, i Ridolfi (Pisanara) con 12 figli alla Mariconda, i Castaldelli con 11 figli in via Santo Stefano ed alle Possessioni Ferraresi, i Davì (Giaoni) con 10 figli alla Fraschina, più altri 10 da uno dei figli di questi, i Trombella in via Mezzana con altri 12 figli, e sempre alla Mezzana i Rossi con 14 figli, i Frego con 12 figli in via Paradello, gli Agazzani con 9 in via Pagana, i Tonini con 8 in via Cavallotti, i Tonazzi in via Argine S. Maria (alla Persiana) con 7 ecc. Ovvio che non si parla dei figli morti in gestazione od appena nati, per cui il numero sarebbe salito vistosamente.
Ma anche senza avere un alto numero di figli, spesso vari nuclei vivevano assieme per necessità lavorative, nati dallo stesso ceppo: così numerose erano divenute le famiglie dei Losi alla Persiana, dei Tioli alla Mezzana, dei Tinti all’Uccelliera, dei Quaiotti all’Arginino e molti altri.
Curioso il fatto delle sorelle Ferri di Bergantino sposatesi con Ridolfi, Rossi e Contrucci. Delle tre sorelle, due ebbero 26 figli, la terza nemmeno uno: “Ne aveste dato qualcuno anche a me!” rimarcava Giuseppina, sposa Contrucci, alle sorelle Ersilia e Bianca.
In aiuto delle famiglie numerose, qualche anno prima lo Stato, con legge 14/6/1928, n. 1312, aveva previsto aiuti economici circa l’imposta sui redditi di Ricchezza mobile, ma non sempre era facile ottenerli e la normativa prevedeva almeno dieci figli.
Anche se non richiesto dalle famiglie, spesso capitava che i nuclei più numerosi venissero pubblicizzati sui giornali della nostra provincia, additati quali esempi da seguire in ossequio alla propaganda del regime.
Come detto, questo è un passato che non tornerà mai più ma, parlando con i protagonisti ancora viventi di queste famiglie numerose, si percepisce un’umanità oggi sconosciuta. Pur nelle ristrettezze, a volte anche miseria, ognuno dei membri di queste piccole comunità familiari possedeva la propria dignità, l’amore per il tetto coniugale, il sostegno agli anziani della famiglia e c’era una solidarietà concreta che quotidianamente si materializzava. Forse bisognerebbe recuperare anche oggi qualcosa di questo mondo passato!
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Raffaele Ridolfi. “Le famiglie numerose di Melara”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-famiglie-numerose-di-melara/