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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Gli interni del Roncale

Una visita al prestigioso Palazzo rinascimentale, alla scoperta di significative opere d’arte

di Stefano Fantinati

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 8–13

Quando si raggiunge Piazza Vittorio Emanuele provenendo dalla contigua Piazza Garibaldi, si è colpiti dalla imponente mole in cotto di Palazzo Roverella, esempio in terra polesana della sublime arte architettonica del ferrarese Biagio Rossetti.

Di fronte a Palazzo Roverella, sul lato che dà su via Laurenti, si staglia una sottile alta fascia verticale marmorea, annuncio di un altro importante edificio che, man mano che ci si avvicina, si svela come il rinascimentale Palazzo Roncale.

Si tratta di un significativo palazzo che si estende dal limite della piazza sino all’inizio di via Angeli, contrastando con la leggerezza del Roverella: la facciata del Roncale si presenta infatti con massicce arcate in bugnato al piano terra e lesene tra le alte finestre del piano nobile. Una costruzione di pregio, opera di Michele Sanmicheli, della cui storia, architettura e proprietà si è parlato in un recente numero di questa rivista a cui si rimanda (cfr. Ventaglio Novanta n. 50, Gennaio 2015, “A Palazzo Roncale” di Lino Segantin, pag. 8 e successive).

Ci accingiamo ora a scoprire gli interni del prestigioso palazzo, del quale si sono da qualche anno conclusi importanti lavori di restauro ed adeguamento alle vigenti norme di sicurezza, commissionati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo proprietaria dello storico immobile.

Superato l’ampio portale, nel salone di accesso ci accolgono sulle pareti quattro busti, denominati I Re Barbari, scolpiti da Giovanni Bonazza (1654-1736), artista veneto attivo tra ‘600 e ‘700, abile nell’uso della luce e delle linee, le cui opere sono sparse un po’ in tutta la regione (Montagnana, Treviso, Stra) ma anche a S. Pietroburgo nel Giardino d’Estate. I quattro busti del Roncale, che rappresentano Attila, Totila, Alarico e un re dei Rugi, con la loro statuaria fissità conferiscono un clima di severità al grande atrio caratterizzato da candide pareti.

Ben diversa è l’atmosfera che si respira al piano nobile, a cui si accede da un’ampia scala. Nel grande salone campeggiano due meravigliosi arazzi seicenteschi di artigiani sconosciuti rappresentanti l’Adorazione dei Magi e l’Incontro tra Antonio e Cleopatra: due splendidi esempi (uno di soggetto sacro l’altro profano) di un tipo di arte che, di antichissima e diffusa origine, ebbe nel periodo tra il quattordicesimo e il diciassettesimo secolo la sua massima espressione specie in Germania, Francia e Fiandre. Va ricordato che a questo tipo di rappresentazione diedero il loro contributo, con i “cartoni”, tra gli altri Raffaello (celebri gli arazzi delle Sale Vaticane), Rubens, Goya e tanti altri, sino a Pablo Picasso e Mirò, ma è merito di artigiani, il più delle volte ignoti, se possiamo vedere riprodotte su tele ad ordito di lana o lino le opere pittoriche di tanti artisti.

Di ignoti autori sono anche i dipinti di soggetto mitologico presenti sempre nel salone d’onore: Bacco che incorona Arianna; Achille a Sciro, Ercole e Onfale; Ercole e Deianira. Si tratta di opere del manierismo seicentesco che trovano la loro essenza nella luminosità dei corpi nudi e nell’attenzione ai particolari.

Di altro genere, i quadri alle pareti della vicina sala (le cui finestre si aprono su via Angeli) connotata da un grande camino e da due candelabri in legno. In questo caso è ben noto il nome dell’artista. Si tratta di dipinti di Mattia Bortoloni (1696-1750) da Canda, noto soprattutto per essere uno degli autori dell’immenso affresco che orna il Santuario di Vicoforte in Piemonte, apoteosi della dinastia dei Savoia.

Di questo pittore, che ha lasciato numerose opere anche in Polesine (Fratta, Castelguglielmo) possiamo ammirare nel palazzo, reduci da un accurato e valido restauro quattro importanti opere: Davide che invia doni a Betsabea; Sodoma e Gomorra: le figlie di Loth; il Casto Giuseppe; Susanna al bagno. Di questi dipinti – dei cui riferimenti biblici trattiamo in una apposita scheda – colpiscono il senso cromatico e la luminosità, la capacità dell’autore di rappresentare il movimento dei personaggi ritratti e i drappeggi, senza darne risalto con linee marcate, talora con caratteristiche stravaganti delle fisionomie, quasi al limite del grottesco.

Spostandoci nelle vicina sala, troviamo il ritratto di un Procuratore di San Marco, opera di Domenico Tintoretto (1560-1635), figlio del grande Jacopo, dal quale si distaccò perché a differenza del genitore, celebre per le grandi scenografie pittoriche, si dedicò alla ritrattistica (famoso resta il suo ritratto di Galileo Galilei). Il personaggio del quadro esposto al Roncale appare ritratto nell’imponenza del suo aspetto e nella meticolosa descrizione del suo abito. Tutto ciò ad indicare da una parte l’importanza della carica rivestita e contemporaneamente il valore sociale ed economico raggiunto. Il barocco è ormai alle porte.

Se proseguiamo nella nostra visita nelle stanze del piano nobile, ci imbattiamo in altre tre tele ad olio, la prima delle quali, di autore ignoto di fine Seicento, mostra Il trionfo veneziano di Francesco Morosini, ultimo grande condottiero che riuscì, sia pure per breve tempo, a rinverdire la gloria e la potenza della Serenissima. A parte l’enfasi della rappresentazione (carro allegorico con figure femminili rappresentanti virtù e mitici personaggi, elefanti che lo trainano, bandiere del nemico calpestate, navi nello sfondo, sguardo altero dei Veneziani vincitori in contrasto con l’afflizione dei Turchi in catene) sono interessanti lo studio minuzioso del vestiario dei personaggi dipinti, le bandiere sventolate in un ultimo barlume di gloria.

Gabriel Bella (1730 al 1799), nelle sue tre tele esposte ci mostra cerimonie pubbliche, feste, scene di carnevale e di vita di un mondo ormai agonizzante, che presto e rapidamente sarà spazzato via dalla Rivoluzione Francese. Questo pittore nelle sue opere raffigura il quadro della società veneziana con minuzia di particolari di vesti, fisionomie di personaggi con bautta e imparruccati, ma dalla rappresentazione si ha la sensazione di un mondo ormai vuoto, fatto di fantasmi. E’ il medesimo mondo che nello stesso periodo il Canaletto, e soprattutto il Guardi, rappresentano con una grazia e una soavità che superano la sensazione della sua imminente fine, che invece è presente nei quadri di Gabriel Bella.

Dal piano nobile, una rampa di scale ci porta nel sottotetto molto accuratamente restaurato, dove ci aspetta una ampia raccolta di opere di un pittore rodigino la cui fama è andata crescendo in questi ultimi anni: Mario Cavaglieri (1887-1969), cui la città natale ha dedicato una bellissima mostra nel 2007. Le opere raccolte, che attendono una definitiva sistemazione e una giusta valorizzazione, spaziano tra personaggi femminili collocati molto di frequente in uno scenario di salotti borghesi del primo quarto del Novecento, con colori forti che ricordano la tradizione veneta di un cromatismo marcato, e una serie di vedute di paesaggi della Francia del sud dove il pittore rodigino passò gli ultimi decenni della sua vita: rustici, ma luminosi, riflesso della terra di origine del pittore.

In definitiva nel Palazzo si possono ammirare interessanti opere di varie epoche storiche (soprattutto del ‘600 e del ‘700); le quali però sono per lo più slegate dalla storia del palazzo che, soprattutto nel corso dell’‘800, fu soggetto ad una vera spogliazione ed ad un uso improprio degli ambienti (da scuola a magazzino di mobili). Un pregevole edificio storico, che solo in tempi a noi vicini è stato del tutto recuperato ed abbellito con opere di proprietà della stessa Fondazione CaRiPaRo, la quale fra l’altro provvede ogni anno a dar vita alle prestigiose mostre di Palazzo Roverella, contribuendo in modo determinante ad inserire Rovigo nel novero delle citta d’arte italiane.

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Come citare questo articolo

Stefano Fantinati. “Gli interni del Roncale”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-interni-del-roncale/

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