Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La “Cittadella della Cultura”

A Lendinara, in visita a Palazzo Malmignati-Conti-Boldrin, dopo l’importante intervento di restauro

di Samantha Martello

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 35–39

“I luoghi hanno memoria. Ricordano tutto” scrive Wim Wenders, regista, scrittore e fotografo tedesco. Se davvero così fosse, viene da chiedersi quanti e quali ricordi potrebbe celare Palazzo Malmignati-Conti-Boldrin, divenuto oggi sede di quella che è stata battezzata come la “Cittadella della cultura” di Lendinara.

Dopo l’intervento di restauro conservativo, ristrutturazione e adeguamento funzionale degli spazi¹, il palazzo cinquecentesco che sorge lungo Via G.B. Conti ha assunto non solo il ruolo di scrigno dei beni librari e della cultura lendinarese, ma anche quello di spazio di valorizzazione di importanti figure risorgimentali, luogo di promozione della storia locale ed angolo di pace letteraria col suo giardino e i suoi ambienti rimessi a nuovo.

La biblioteca

Varcando la soglia dell’elegante edificio di tipologia ferrarese, ciò che colpisce fin da subito è la luminosità dei locali, che nel loro recupero e riorganizzazione funzionale della Biblioteca, non hanno perso i preziosi dettagli che rivelano la storicità degli ambienti.

La Biblioteca trae origine dalla donazione – avvenuta ufficialmente il 6 dicembre 1834 – della libreria di oltre 7mila volumi del sacerdote lendinarese don Gaetano Baccari. L’atto di istituzione della “pubblica libreria” di Lendinara può però essere individuato già in un decreto del 23 agosto 1787, con cui la rappresentanza cittadina erogava un assegno annuo di 20 ducati a don Gaetano per l’incremento della sua biblioteca, consapevole che un giorno sarebbe diventata di proprietà comunale. La Biblioteca, che negli anni si arricchì di donazioni e acquisti – fino a possedere attualmente più di 20mila volumi – fu intitolata a don Gaetano Baccari, il suo fondatore, nel luglio 1981.

Il patrimonio librario, riordinato nella prima metà del secolo scorso da Giuseppe Marchiori, accolto inizialmente presso Palazzo Perolari, fu trasferito nel 1942 a Palazzo Malmignati-Conti-Boldrin, edificio prestigioso donato alla città nel 1941 dal suo proprietario Brunetto Boldrin.

Dopo la recente ristrutturazione, al piano terra trovano spazio l’Area per l’accoglienza del pubblico e l’Internet point, nuovo volto della cultura moderna. L’occhio cade da subito sugli interni, restaurati e regalati alla cittadinanza in una nuova luce.

Sulla sinistra si apre la Sala degli incontri, ideale per convegni e dibattiti, vegliata da una caricatura e da un ritratto di Brunetto Boldrin, il filantropo donatore dell’immobile. Sulla destra, invece, altri ambienti – quali la Sala della storia locale, la Sala della lettura e l’Angolo dedicato ai più piccoli – formano gli spazi della rinnovata Biblioteca.

Il giardino

Prima di salire al piano superiore, è d’obbligo affacciarsi sul retrostante giardino all’italiana, disegnato da viottoli di ghiaia addolciti nei lineamenti da piante di bosso. Quest’oasi verde e di pace, anch’essa ripulita e sistemata, risplende di un’eleganza senza tempo. Il colpo d’occhio su Villa Ca’ Dolfin Marchiori, affacciata su Via Garibaldi, non può non emozionare.

Al centro dell’area verde, ciò che resta di una fontana costruita negli anni passati e, su un lato del giardino, un piccolo ponticello di pietra e delle piante ripropongono il disegno del corso d’acqua che un tempo collegava l’Adigetto al parco di Ca’ Dolfin.

Il piano della memoria

Tornati nel vasto androne del pian terreno, impossibile non notare la piccola e graziosa immagine della Madonna Nera col Bambino, poggiata su un tappeto di nuvole e col manto sorretto ai lati da due cherubini, dipinta sopra la porta che conduce ai piani superiori dell’edificio.

Si sale al primo piano, dove ha trovato una valida sede l’Esposizione dei cimeli risorgimentali, molti dei quali in precedenza custoditi chiusi e forse dimenticati negli armadi della Sala canoziana in Municipio.

Accanto alle teche che custodiscono i costumi della rievocazione storica del 2 giugno, vi si trovano altre vetrine, custodi del ruolo che ebbe Lendinara nel panorama risorgimentale, grazie al suo concittadino Alberto Mario e alla moglie Jessie White. Due giubbe e un mantello appartenuti ad Alberto Mario, un busto che lo ritrae e il calco dei suoi piedi, ne descrivono la fisicità. Una bandiera e dei labari, appartenuti alla Società operaia e che probabilmente sfilarono in occasione dei funerali di Alberto Mario, raccontano invece uno spaccato delle sue esequie.

In un’altra teca spiccano il testo del celebre discorso che Giuseppe Garibaldi pronunciò affacciandosi al balcone di Cà Dolfin nella visita del 1867, e un ultimo biglietto che Alberto Mario, ormai vicino alla morte, scrisse alla Società operaia ringraziandola per il titolo di Presidente onorario, che prima fu di Garibaldi e poi di Ettore Ferrari, artista dell’epoca risorgimentale autore del monumento di Alberto Mario a Lendinara e di quello dedicato all’Eroe dei due mondi installato a Rovigo. Spicca, tra gli altri documenti, anche una minuta del testo del discorso funebre che Francesco De Sanctis tenne nella sede della Stampa romana, per la morte di Alberto Mario.

Lo sguardo si posa, inoltre, sulla preziosa Nuova antologia che appartenne ai Coniugi Mario, prima di essere donata dalla White alla Società operaia di Mutuo Soccorso e da questa passare al Comune di Lendinara.

In un’altra grande teca, spicca invece una bandiera della Croce rossa forata dalle pallottole durante la Campagna di Francia del 1870-71 e che appartenne a Jessie White, infermiera garibaldina, la quale ne fece dono alla Società operaia di Lendinara.

Su un brandello di un altro vessillo di guerra, questa volta della Repubblica Romana del 1849, si può leggere invece la parola “Popolo”, ciò che rimane del motto mazziniano “Dio e Popolo”.

Lettere, documenti autografi, antiche edizioni, cartoline d’epoca, biglietti, oggetti descrivono i rapporti che si intersecarono tra i Mario, Garibaldi, Carducci ed il giornalista e diplomatico lendinarese Adolfo Rossi, sullo sfondo di una Lendinara che ebbe un ruolo non secondario nella causa risorgimentale.

Una nota merita il rapporto instauratosi tra Adolfo Rossi, della prima generazione post-risorgimentale, e Alberto Mario; tema messo in luce da alcuni cimeli visibili nella Biblioteca e approfondito anche nell’articolo “Il dono di Adolfo Rossi”, scritto da Vanna Boraso per Il Ventaglio numero 44.

Rossi, prodigo di omaggi alla sua città e nell’invio di preziosi documenti di cui nella sua attiva vita venne in possesso, considerò infatti Alberto Mario il suo “maestro” per averlo incoraggiato alla scrittura e avergli fatto pubblicare le prime novelle. Va ricordato, quale ultima annotazione, che fu proprio Rossi, divenuto caporedattore del Corriere della sera, a contribuire all’assunzione del badiese Eugenio Balzan che divenne poi direttore amministrativo del Corriere stesso.

Ai due lati del salone centrale, che accoglie i cimeli risorgimentali, trovano ideale collocazione le due Sale del libro antico. Nel varcarne le soglie gli occhi vengono rapiti da un susseguirsi di testi, faldoni, libri le cui pagine ingiallite e segnate dallo scorrere inesorabile del tempo, regalano ancora maggior fascino al patrimonio librario accolto. Qui sono custoditi preziosi incunaboli, vale a dire i primi libri a stampa (circa una ventina quelli che possiede la Biblioteca lendinarese), adornati da raffinate incisioni. Accanto ad essi, le ammirevoli cinquecentine (un migliaio quelle custodite nella Biblioteca). Non mancano, inoltre, rari testi del Seicento e del Settecento di notevole pregio.

Bastano due passi ed il cuore, specie di chi è lendinarese, viene rapito dalla Sala della città, che accoglie una selezione dell’archivio storico del Comune un tempo chiamato L’Atene del Polesine: dalle antiche stampe della città finemente riprodotte all’elenco degli artigiani lendinaresi di un tempo, passando per i registri dei catasti con disegni all’altezza di essere considerati delle vere e proprie opere d’arte.

Infine, ma non ultimi, gli Archivi: spiccano quello Marchiori e il Malmignati-De La-zara, quest’ultimo in comodato dalla Regione, entrambi molto frequentati, specie da studiosi e appassionati che da tutta Italia raggiungono Lendinara per la consultazione dei preziosi documenti custoditi. Accanto a questi trovano spazio anche i preziosi archivi Perolari Malmignati e Alberto Mario.

Completata la visita agli ambienti della “Cittadella della Cultura” di Lendinara, prima di lasciare il palazzo – costruito dal nobile e ricco cavaliere della Serenissima Vincenzo Malmignati nella prima metà del Cinquecento-, rivolgiamo un ultimo sguardo alla sua armoniosa facciata che silenziosa assiste al mutar del tempo, il cui scandire qui sembra legato al lento scorrere dell’Adigetto che sonnecchia distante solo pochi passi.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Samantha Martello. “La “Cittadella della Cultura””. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-cittadella-della-cultura/

Pubblicità