Il tema della XXI Settimana dei Beni Culturali in Polesine, dedicata al Medioevo e la recente inaugurazione del Museo Diocesano presso la Cattedrale di Adria ci danno l’occasione per riscoprire la presenza tra Adige e Po delle opere di Michele Dini da Firenze (1385-1455 ca) – “plasticatore ripetitivo ma non privo di gusto” secondo il giudizio dello storico dell’arte Leobaldo Traniello – attivo verso la metà del XV secolo nell’allora Ducato estense.
Michele da Firenze in Polesine
Alla fine degli anni ’30 del XV secolo, nello stesso periodo in cui ebbe ad occuparsi a Ferrara dell’ancona di S. Maria di Belfiore (vedi scheda), l’artista fiorentino Michele Dini giunge in Polesine per realizzare il gruppo scultoreo noto come il Polittico di Raccano, paese all’epoca sede di Podestaria estense. L’opera, La Vergine con Bambino e Santi, concepita per l’antica chiesa romanica posta sulle sponde del Poazzo, consiste in una terracotta dipinta (190 x 143,5 x 21 cm), originariamente policroma.
E’ caratterizzata da cinque cuspidi e cinque scomparti dal modellato incisivo, con diretti richiami a Jacopo della Quercia e a Lorenzo Ghiberti. I soggetti raffigurati sono: la Madonna che regge il Bambino benedicente (più grande, al centro) sovrastata dalla Crocifissione con la Vergine e S. Giovanni Evangelista nel triangolo della cuspide; S. Giovanni Battista (a sinistra, in veste di pelliccia) sovrastato da busti di angioletto (tipico di Michele) come gli altri scomparti; S. Girolamo; S. Agostino; una Santa monaca (S. Caterina da Siena o S. Chiara), mentre le colonne tortili ai lati riportano le figure dell’Arcangelo Gabriele (a sinistra) e dell’Annunziata (a destra).
Il polittico di Raccano, attribuito per la prima volta alla mano del plastificatore fiorentino da Giuseppe Fiocco – il quale ne ipotizzò il trasporto da una chiesa estense, anche se non vi è da escludere un rapporto diretto con la Curia adriese (il monastero di Gavello, dove si conserva un’altra opera di Michele, aveva giurisdizione fino a Bosaro) – viene citato nei verbali delle visite pastorali come opera «di antica data e di mano valente» a partire dal XVII secolo («palla antiqua», 1604), nella «capellula» dedicata alla B.V. della Litiga, mentre al XIX secolo risale la bella custodia protettiva, voluta dai nobili Selmi.
Oggi nell’antica chiesa, dove il polittico era originariamente ospitato, vi è una riproduzione fotografica a grandezza naturale. Per ragioni di sicurezza e migliore conservazione, l’opera è stata infatti collocata presso Palazzo Roverella, nel contesto della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, dove è opportuno recarsi per ammirarla.
La tappa successiva del nostro itinerario, dopo Raccano e Rovigo, ci porterà nella Basilica arcipretale della B.V. delle Grazie di Gavello: nella chiesa, ricostruita tra il 1711 ed il 1787 sotto il giuspatronato dei Foscari – Gradenigo, è conservata una preziosa Madonna col Bambino, pure attribuita a Michele e risalente attorno al 1440.
Già antica sede abbaziale, Gavello conobbe, nel 1425, la soppressione e la trasformazione in Commenda, con il titolo di abate assunto da ecclesiastici non residenti, tra cui, nel XV secolo, molti membri di Casa d’Este, come Giurione degli Estensi, che fu abate di Gavello tra il 1430 e il 1483.
Risale a questo periodo la terracotta dipinta (103 x 52 cm): la scultura, raffigurante la Vergine col Bambino sullo sfondo di un trono, suggerito da un drappo dorato sostenuto da due angeli, appartiene alla maturità dell’artista toscano, evidente nella ripetizione di schemi figurativi tipici della sua produzione.
La terracotta, ridipinta più volte e «formata d’uno stucco robustissimo», riprende un soggetto, quello delle Madonne col Bambino ed angeli reggi-cortina schematizzati, visibile in numerosi altari della stessa epoca. Tra gli elementi caratteristici dell’opera, la comparsa della conchiglia absidale con fregi gotici alla sommità della nicchia, la mobilità scattante del Bambino, che evidenzia un legame con la cultura plastica di Jacopo della Quercia e l’elegante grafia decorativa dei panneggi, nella quale la sensibilità gotica si fonde con l’ambiente pittorico veneto. Il recente restauro, come è stato sottolineato, «con il recupero di ampi brani della originaria policromia, consente di cogliere come nella Madonna di Gavello siano particolarmente significativi i punti di contatto con le opere pittoriche dell’epoca. Assai simile a un dipinto su tavola doveva apparire la Madonna che, in veste di lacca e coperta da un manto bianco dai motivi stellati e dai risvolti turchini, si stagliava su un fondale azzurro, decorato da astri blu e popolato di angeli dai drappi rossi. Ancora, la preziosità della pittura coeva è suggerita dalla presenza di numerose tracce di doratura, oltre che dal fascio di luce aurata che ancora brilla in petto alla figura della Vergine».
Nel suo opuscolo sulla storia della Parrocchia, edito nel 1914, don Bellino Bellinazzo non mancava di sottolineare riguardo alla scultura che «la prodigiosa immagine (…) da vari secoli è oggetto di speciale divozione non solo per i gavellesi, ma anche per i forestieri».
In effetti, come testimoniano concordemente le fonti, l’immagine, posta già all’epoca sopra l’altar maggiore, fu oggetto, sin dall’epoca di costruzione della primitiva chiesa da parte del conte Gilioli, di pellegrinaggi devozionali e richieste di grazie (nella visita pastorale del 1659 il vescovo mons. Bonifacio Agliardi segnala la presenza di ben 51 ex – voto di fronte all’immagine miracolosa), fenomeno che costrinse il vescovo di Adria Gerolamo di Porcia, nel 1603, ad aprire un processo canonico per accertare la veridicità dei miracoli attribuiti all’intercessione della Vergine di Gavello, che ancor oggi veglia sui fedeli della piccola comunità polesana.
L’ultima tappa di questo percorso ci conduce infine presso gli spazi della Cattedrale Vecchia di San Giovanni ad Adria, dall’ottobre scorso sede del nuovo Museo Diocesano. Tra i circa duecento pezzi tra frammenti lapidei ed oggetti sacri non più d’uso liturgico presenti nella collezione e risalenti ad un periodo compreso tra l’XI ed il XIX secolo, documentando così l’intera storia cristiana della Diocesi, spiccano i resti di due importanti composizioni quattrocentesche:
i frammenti dell’anonimo Maestro del monumento Fava, attivo ad Adria tra il 1440 ed il 1460
le statue del Polittico della Madonna della Vita, opera attribuita a Michele da Firenze e realizzata sempre tra il 1438 ed il 1440¹.
I frammenti dell’immagine in cotto, con Santi ed elementi architettonici (Crocifissione con Madonna e S. Giovanni, S. Pietro, S. Agnese, S. Cristoforo, S. Antonio Abate, S. Stefano, S. Lorenzo o S. Leonardo, Angelo Annunciante, Vergine Annunciata, Angelo, Vergine dolente, torso S. Giovanni, S. Paolo), unici superstiti di probabili altre due – quattro ancone affini, vennero collocati su un altare dedicato alla Madonna della Vita dal dotto vescovo Germanico Mantica (1633 – 1639) nel 1634. Le cronache adriesi del Bocchi ci informano che in quella circostanza venne organizzata dal presule una «suntuosa processione» durante la quale, nella piazzetta di S. Nicola, venne recitato un «dialogo in versi grossolani» sulla vita di Gesù tra due donne raffiguranti Marta e la Maddalena.
Immagini simili a quella della Cattedrale, sempre a detta del Bocchi, si trovavano nell’«esteriore muraglia» del Monastero delle Agostiniane di Adria e sulla facciata della chiesa di S. Stefano, di obbedienza gavellese, fondata nel 1221 e soppressa nel 1806.
I frammenti, rimossi dal vescovo Mora nel 1762, vennero quindi in parte dispersi, in parte giunti in abitazioni private cittadine, in parte in collezioni museali del Veneto (Museo Civico Bailo di Treviso) e straniere (Kunstmuseum di Heidelberg).
Il nucleo attuale superstite, conservato per lungo tempo al Museo Bocchi, venne infine portato nella soffitta della Cattedrale nel 1966, per confluire infine nell’attuale allestimento museale.
Preziose testimonianze del gotico internazionale in terra padana, le sculture polesane del maestro fiorentino confermano l’importanza del territorio tra Adige e Po anche in età medievale, al centro di traffici commerciali, interessi strategici e conflitti sanguinosi, costituendo, ai giorni nostri, ulteriore motivo di visitazione turistica.
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Come citare questo articolo
Marco Chinaglia. “Sulle tracce di Michele da Firenze”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/sulle-tracce-di-michele-da-firenze/