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STORIA - TRADIZIONI

Il Castello Estense di Lendinara

Ancora oggi, le due antiche torri del Palazzo Pretorio caratterizzano la principale piazza della città

di Renato Scarpi

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 44–49

Il recente restauro della Torre dell’Orologio di Lendinara costituisce lo spunto per portarci nel cuore della cittadina, nella piazza denominata Risorgimento, dove sono tuttora presenti i resti di ciò che un tempo veniva chiamato “Castello”.

La suddetta piazza appare oggi al visitatore con più stratificazioni storiche di edifici di varie epoche: medioevali, rinascimentali e contemporanei.

Per cogliere l’aspetto urbano storicamente di rilievo ci rifacciamo a quanto scritto da Marin Sanudo, cronista veneziano che nel 1484 compì un viaggio in terraferma¹. Il Castello così appariva: “Intradi in quel palazzo (poria esser castello. Ha fosse large un poco, atorno logie) antiguo e ben proporcionado. Visto olim era bello. Ha una torre maistra et granda, arente la porta principa”.

La costruzione del Castello risale alla fine del Quattrocento (su fondamenta di un precedente manufatto) per opera di Alberto d’Este. Il quale intese fortificare le difese del Polesine di Rovigo, e quindi anche di Lendinara, erigendone attorno una struttura difensiva formata da terrapieni e palizzate, circondate da fossato. Ricorda il Sanudo: “serrati da palancole con agude ficàde, fatto fortissimamente con gran spesa, cosa bella, e fosse atorno; e molti torrioni forti, a guardia delle fosse…; e questo castello non ha mura, ma solo palificate, over steccate, e suoi torresini di terra e fosse non piccole”.

L’intera fortificazione, continua il Sanudo, aveva tre porte di accesso: la porta di sopra o di S. Rocco,², la porta di S. Biagio, (detta più tardi Torre di Mastro Luca)³ e la porta di Roverese o di Piazza. Sopra ogni porta stava una torre, ed ognuna era dotata di un ponte levatoio davanti alla fossa.

Dalla contrada di S. Biagio si poteva arrivare alla piazza, superando il fiume Adigetto, per mezzo di un ponte di legno. Il Cappellini, (1868-1957) storico lendinarese, riporta l’esistenza di n. 4 porte di accesso al castello, aggiungendo quindi, a quelle sopra menzionate, anche l’arco ad ogiva e ruderi di muraglia, visibili tutt’oggi nei pressi del ponte della stazione. Una porta secondaria inoltre, denominata Portello, situata a nord della Piazza, permetteva il passaggio di soli pedoni.

Il Palazzo Pretorio

Il Castello, costruito inizialmente al solo scopo difensivo, col passare degli anni divenne sede civile, militare e abitazione del Podestà. Da allora venne chiamato Palazzo Pretorio e al suo interno vi si tenevano le adunanze del Consiglio cittadino. Il corpo di fabbrica, come ricorda il Cappellini, aveva una forma quadrata e una torre su ogni lato, più un’altra di maggiore altezza, che sorgeva al centro.

Rigobello, storico lendinarese del XX sec., riporta che “sui due angoli meridionali furono incorporate due torri: la Torre Maistra, nuova, alta 26 metri, che unendo le due ali del Palazzo fronteggiava la piazza e un’altra Torre detta della Campana, pure alta che doveva essere antica per il suo stile diverso, appartenendo forse al vecchio castello”. Il prospetto principale, oggi scomparso, guardava a ponente, dotato di logge, terrazze e di un cortile porticato, circondato da mura, crollate nel 1630. Col passare degli anni la porzione di fabbrica principale cadde in deperimento e fu necessario abbatterla. Nel 1801 si deliberò la sua ricostruzione ma i lavori iniziati furono quasi subito interrotti e mai più portati a termine.

Dell’antico Palazzo Pretorio oggi rimangono tre corpi: una torre alta più di 25 metri, ovvero la Torre Maistra sul lato Nord della Piazza (che fin dai tempi della dominazione veneta fu usata come carcere); una porzione del Palazzo adiacente che si sviluppa su diverse altezze; la Torre dell’Orologio, situata all’angolo Sud-Est della piazza. Le altre tre Torri minori, in precario stato di conservazione, furono demolite.

Prima di passare alla descrizione particolareggiata dei suddetti edifici va ricordato che nel complesso difensivo della città sorgeva anche la Rocca, costruita oltre l’Adigetto, sulla terra di S. Biagio. Dice il Sanudo “è quadrata, murata di muro, con casematte per bombardar per lài e fosse atorno; all’interno sono ripari di terra, con in mezzo una Torre, assai alta e grossa, oltre le mura vi sono i bastioni, con spalti e terreno contenente piazze per le bombarde, due casematte, quelle che guardano a mattino e a sera sporgendo dal muro di cinta della Rocca, sono fatte di muro”.

La Torre Maistra

Tornando al Palazzo Pretorio, da un attento esame delle mappe cartografiche dell’antica città di Lendinara e precisamente quella del Mazzante e quella del Marini, si nota che la Torre Maistra esibiva una merlatura, come ancora si può vedere sulla porzione di fabbricato adiacente, mentre ai giorni nostri si presenta con semplice copertura a quattro spioventi. Vari interventi di ristrutturazione e manutenzione sopravvennero nei secoli ed alcune lapidi ne rimangono a testimonianza. Una di queste, posta sul lato Ovest della Torre Maistra, riporta:

“…ERE PATERNAE MEMORALIA ORNAMENTA PROTECTORISINGULARIA BENEFICIA SECUNDA SUB PRETURA …HIERONIMI DONATI DONAT ERGO PATRIA LENDINARIAE IRRADIAT FULGORIBUS HOC PERENNE DEVOTIONIS VESTIGIUM ANNO D.NI MDCXVII.”

Per quanto riguarda l’interno della Torre, tra il 1851 e il 1852, fu demolita la scala vecchia e alcuni muri, furono aperte delle finestre per garantire l’areazione dei locali destinati a carceri e fu realizzato un camino.

Degli ambienti interni esiste una documentazione⁴ scritta che riporta: “Vi si accede dal salotto d’ingresso alla fabbrica principale. Si divide in cinque riparti: il primo in tre locali due dei quali per carceri, il terzo di andito di comunicazione ai medesimi e nel quale esiste una scala in tavole che mette al secondo piano. I due locali per carcere di primo riparto pavimentato in tavole, a volto reale in cotto; quello a ponente-tramontana con una finestra fornita di quattro inferiate ed oscuro interno, l’altro a mezzogiorno ponente con due finestre una di grandi dimensioni verso la pubblica piazza, l’altra sul salotto d’ingresso, munita di due inferiate ed oscuro interno. Il terzo riparto, cui si accede dal fabbricato, e così pure dicasi pel quarto e quinto, è costituito da un solo locale pavimentato in cotto, impalcatura di travi e tavole di abete. Il quinto riparto è pure formato da un solo locale illuminato da due finestre con inferiate, pavimentato in tavole, impalcatura di travi e tavole di abete”.

Il palazzo adiacente

Le stesse fonti, per il fabbricato adiacente, riportano: “Pianterreno; vi si accede dal vicolo pubblico delle carceri, mediante ampio portone, che mette in un salotto dal quale si pasa all’abitazione del custode, composta di cucina e tinello, stanza di disobbligo con lavandino che ha comunicazione col cortile, sottoscala, forno e cantina. A ponente mette nel primo e secondo riparto della torre, a tramontana mediante vecchio ed inservibile serramento al cortile.

Dal suddetto salotto una scala in marmo con pianerottolo in pietra Sant’Ambrogio mette al primo piano mentre dal primo pianerottolo si stacca un ramo pure in marmo che mette ai locali del custode. Questo primo piano contiene un locale a tramontana per carcere, pavimentato in tavole ed impalcatura di travi e tavole di abete, una finestra con inferriata ed oscuro interno, e due stanze a mezzodì per abitazione del custode.

Il secondo, in cui continua la scala in mamo, si compone di due spaziosi locali che servono per infermeria degli uomini e delle donne carcerati. Illuminati da finestre, munite di inferiate. Una stanza pel secondino, due finestre con inferriata oscuri invetriate, caminetto alla francese, pavimento in cotto, impalcatura di travi e tavole di abete. Andito di comunicazione ai locali del secondo e terzo riparto della Torre sopradescritta.

Terzo piano: vi si accede con scala in tavole e pianerottolo in cotto. E’ diviso in due riparti: l’uno serve pel granaio, l’altro per guardaroba ed altri usi. Da questo si comunica al quarto riparto della Torre suddetta e così pure al quinto riparto mediante scala di tavole alla galiota. Con scala a mano pure da questo locale si arriva al tetto della fabbrica e torre mediante abbaino in quello praticato”.

Al terzo piano vi era inoltre una Cappella dedicata alla Vergine Maria e al Duca Alfonso d’Este, di cui oggi rimane solo un affresco raffigurante la Madonna con Bambino. Il Cappellini, nell’ottobre del 1938, scrisse al Podestà di Lendinara di aver identificato l’autore dell’affresco in Alfonso Aldiverti di Rovigo, in quanto nel 1617 fu chiamato a Lendinara a decorare alcune stanze del Palazzo Pretorio. Nel novembre, dello stesso anno, il Podestà Fasiol rispose che, “d’accordo con Giuseppe Marchiori, è stata chiesta alla Sovrintendenza l’autorizzazione a trasferire l’opera presso il Palazzo Comunale”. Ma non se ne fece nulla. Negli anni successivi l’opera è stata attribuita in via definitiva a Boccaccio Boccaccino, il cui intervento lendinarese risale al 1509 su iniziativa del commissario ducale estense Ludovico Marcello.

Degna di nota inoltre è poi l’effigie marmorea chiamata dai Lendinaresi “La Puazza”, infissa sul muro a mezzogiorno, ritrovata nel 1640 a qualche profondità alla Braglia nei pressi della demolita chiesa di S. Francesco.

La Torre dell’Orologio

La seconda torre – che è stata oggetto del recente intervento di restauro e consolidamento – un tempo era detta Torre della Campana e successivamente Torre dell’Orologio. Risulta nella mappa del Mazzante del 1640 priva di merlatura ed è costituita da un’imponente struttura quadrangolare, con copertura a quattro spioventi.

Essendo una delle porte di accesso alla piazza principale, metteva in comunicazione il centro della città con la piazzetta di S. Marco e i sobborghi di Lendinara caratterizzati dalle chiese di S. Sofia, del Santuario del Pilastrello.

Solo con l’esame della cartografia del Marini del 1782, si nota l’aggiunta di una merlatura e l’innalzamento della stessa Torre, trasformazione avvenuta probabilmente dopo il crollo dell’antica Torre della Campana, nel 1689.

L’aggiunta degli ultimi due settori, bugnati agli angoli, ha reso possibile nel 1764 la collocazione entro la cella campanaria, aperta su ogni lato da arco binato, di una nuova imponente campana di 772 kg., uscita dalla fonderia del bresciano Alberto Solati.

Oggi la torre, nel prospetto ovest, presenta a piano terra una porta ad arco a sesto acuto sormontata da una porta-finestra con arco a tutto sesto, nel settore mezzano ospita un grande orologio e all’ultimo piano si sviluppa la cella campanaria sormontata da merlature ghibelline.

Il prospetto est ripropone gli stessi elementi ma la porta esibisce un arco a tutto sesto e sopra la porta-finestra viene aggiunta una piccola monofora. Su entrambi i lati, al di sopra delle porte-finestre, trovasi l’antico stemma di Lendinara. Infine, tre evidenti cornici marcapiano, che corrono sui quattro lati, distinguono visivamente i tre settori ed interrompono la verticalità della struttura.

Da una descrizione dell’Ottocento leggiamo che: “..dall’arcata al pianterreno si passa alla casa costituita da un solo ambiente pianterreno pavimentato in cotto coperto da coppi, a tramontana della Torre dell’orologio in seguito da descriversi, et a mezzogiorno della quale si accede alla torre stessa, e di un ambiente in uso a quello di detta casa servono per abitazione del cursore comunale. Viene quindi destinato per ingresso alla torre e ad uso cucina, avente una scala in tavole che mette al primo piano. Da questo al primo riparto della torre diviso in due ambienti che servono all’abitazione del custode. Pavimento in cotto, finestre con relativi serramenti, impalcatura di travi e tavole di abete. Una scala in marmo dal locale a levante mette al secondo piano diviso a sua volta in due locali: quello a levante per abitazione con pavimento in cotto, finestra a tramontana, impalcatura di travi e tavole di abete; quello a ponente serve per il meccanismo dell’orologio, aperto all’impalcatura coll’altro riparto ad uso ambiente, ove è collocata la macchina dell’orologio con pavimento in tavole e impalcatura. Da questo terzo riparto finalmente una scala alla galiota appoggiata ad una botola praticata nella sovrastante impalcatura conduce alla loggia dove sopra robusto telaio in legno è appesa la campana del Comune…”.

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Come citare questo articolo

Renato Scarpi. “Il Castello Estense di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-castello-estense-di-lendinara/

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