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NARRATIVA

Il lattaio dei miei ricordi

di Teresa Fin

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 125–127

Una mattina un rumore strano mi provoca un brusco risveglio: è il camion della Ecogest che passa di buon’ora per raccogliere il vetro e, nello svuotare il contenitore, emette uno sconquasso talmente forte che quasi mi spaventa …

Sono ancora in uno stato di dormiveglia e la mia mente va indietro nel tempo, quando la mattina venivo svegliata da un altro rumore: quello del camion del lattaio che, puntuale come un orologio svizzero, si presentava in corte per il ritiro del latte. Io allora vivevo nella cascina dei miei genitori, dove casa e stalla formavano un tutt’uno, dove si confondevano i profumi del fieno maggengo con gli olezzi ammoniaci dello stallatico.

Qui, il lattaio immancabilmente ogni mattina arrivava con il suo camioncino carico di gamelle allineate che, cozzando tra loro, interrompevano il mio ultimo sogno mattutino. Non c’era bisogno di sveglia: quando sentivo il rumore dei contenitori metallici era il momento giusto per alzarsi e giungere in orario a scuola.

Il lattaio era un uomo di mezza età, ma ancora prestante, dai capelli corvini, occhi vivaci e due neri baffetti ammaliatori, che calamitavano gli sguardi femminili. Sapeva di sentirsi osservato, perciò vestiva in modo più che decoroso e, per non sporcarsi, portava un grembiule marrone con un buffo spacco posteriore che ne agevolava i movimenti di salita e discesa dal camioncino.

Per annotare velocemente sul libretto dei contadini la quantità di latte conferito, teneva sempre la penna infilata sopra l’orecchio destro, che, a forza di reggerla, appariva piegato come una foglia di rapa.

L’operazione di consegna del latte era il momento più delicato: dai secchi smaltati, brulicanti di schiuma, l’oro bianco appena munto veniva versato nel doppio decalitro graduato del lattaio che ne misurava i litri: più o meno diciamo, perché la misura era spesso oggetto di una discussione se il livello fosse sotto o sopra la tacca più vicina, e poi c’era la schiuma che rendeva la misurazione un fatto opinabile, per cui la trattativa si chiudeva con la promessa di compensare eventuali differenze in meno alla consegna successiva.

Cosa che avveniva di rado, non perché il personaggio fosse disonesto, ma perché anche quella del lattaio era un’arte e, dice il proverbio, chi arte non sa, bottega chiude… Un po’ qua, un po’ là, alla fine del giro qualche litro in più se lo ritrovava, ma non se ne serviva per arricchirsi, piuttosto, secondo quanto si diceva, per dimostrare le sue attenzioni nei confronti di qualche giovane “azdora” (massaia, padrona), che, per furbizia o necessità, era solita essere presente all’appuntamento col lattaio in luogo del marito.

Che le “azdore” si occupassero talora dei lavori di stalla è risaputo e che il nostro lattaio fosse un Dongiovanni non c’era dubbio… fatto è che talune vacche a fine mese avevano prodotto più latte delle altre. Chissà perché!

Ma torniamo ad aspetti più professionali. Prima di maneggiare il latte egli indossava due lunghi guanti di gomma e, dopo la misurazione anzidetta, versava il contenuto del decalitro all’interno di una delle gamelle sopra il camioncino fino a riempirla. Un nome, gamella, non so perché mutuato da quella specie di gavettone col quale si trasportava il rancio ai soldati in trincea. Quella per il latte, un cilindro in lega d’alluminio, era munita di un coperchio a chiusura ermetica per impedire la fuoriuscita del prezioso contenuto, specie quando il camion percorreva strade sconnesse.

Una volta terminato il giro di raccolta, il lattaio proseguiva col suo carico verso il caseificio di Calto, una struttura consorziale grande e moderna sorta ai tempi del Duce, quando era stata denominata Caseificio Littorio.

Ma questa struttura industriale noi l’abbiamo sempre chiamata “il casello” alla moda antica, quando il locale per la lavorazione del latte era una piccola casa (casello), col pavimento rialzato, sotto il quale si accendeva il fuoco per cuocere la cagliata. Caseificio o casello, qui seguendo lo stesso procedimento che la tradizione fa risalire al tempo dei monaci di San Benedetto, aveva inizio la trasformazione del latte in formaggi a pasta tenera e dura, le saporite provole e il pregiato grana padano, le due tipologie più richieste dal mercato.

Il giro del lattaio più atteso era quello d’inizio mese, quando egli arrivava con l’assegno che ripagava le fatiche di papà del mese precedente (la mungitura a mano era molto faticosa), ma sul quale anch’io ci contavo per poter realizzare qualche mio desiderio, che puntualmente veniva rinviato al mese successivo. Erano tempi in cui il poco denaro costava fatica e sudore e non si era per nulla disposti ad assecondare i capricci dei bambini: quell’assegno doveva servire per mantenere la famiglia fino al mese successivo, punto e basta.

Però, non tutto il latte veniva consegnato al lattaio: ogni mattina mia mamma ne portava in casa un secchio e una parte veniva messa in un tegame e subito bollita. Veniva poi consumata dalla nostra famiglia a colazione e, talora, anche a cena, inzuppandovi il pane vecchio tagliato con il tagliapane. Se poi c’era un po’ di zucchero da aggiungervi, la scodella di “pan e late” caldo diventava una prelibatezza per il palato e ci forniva l’energia per affrontare anche i lavori più gravosi.

Il latte che avanzava veniva venduto a prezzo modico alle famiglie dei vicini che non avevano né terra, né mucche. All’epoca si era soliti consumare quello che si produceva sul posto, perciò, ogni stalla aveva la sua clientela: vicini che, dopo la mungitura del mattino o anche del pomeriggio, arrivavano col famoso pentolino del latte a fare la loro provvista quotidiana e a portare le ultime notizie del paese. Dopo aver scambiato le quattro chiacchiere di rito, mia mamma affondava il goto (ossia il quarto di litro) nel secchio e ne dava a chi due, a chi tre o quattro a seconda delle richieste; e se c’erano situazioni d’indigenza, ci scappava qualche goto in più all’insaputa di mio padre. Del resto il latte è un simbolo della vita e dell’amore: e come si poteva restare indifferenti di fronte a chi per sopravvivere aveva bisogno di un gesto di bontà?

Ed è anche un alimento naturale, completo, che ci ha fatto crescere sani e robusti alla faccia delle merendine e pappine dei nostri giorni. Per questo, quando passo davanti a qualche capannina di distribuzione del latte, mi fermo e riempio la bottiglia di quel latte schiumoso e profumato che mi ricorda i sapori dell’infanzia. Tempi lontani al cui ricordo mi ha riportato il rumore del camion della Ecogest.

Ormai sono completamente sveglia, mi affaccio alla finestra e vedo le stalle di Runzi vuote e cadenti. Che desolazione! Vedo sulla strada un camion che si allontana, vorrei ancora sperare che fosse il lattaio, invece trasporta solo rottami di vetro…

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Come citare questo articolo

Teresa Fin. “Il lattaio dei miei ricordi”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-lattaio-dei-miei-ricordi/

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