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NARRATIVA

Mattoncini colorati

di Julie Bego

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 128–131

La luce del giorno aveva scovato un pertugio impervio ed era filtrata dalle losanghe di una persiana chiusa a tre quarti, illuminando gli occhi sbarrati di notte, facendomi tornare, piano, alla realtà.

Con movimenti da bradipo avevo stirato lentamente un braccio, poi l’altro, rannicchiandomi ancora fra le lenzuola stropicciate di sonno, e nella coscienza vergine del primo mattino, avevo cercato quell’attimo di raccoglimento che non avevo potuto trovare. Lo sguardo mi era scivolato furtivo oltre il mio angolo di letto, e un grido silenzioso di stupore mi si era frantumato in gola, facendomi sussultare brevemente.

Una frazione millesimale di secondo. Il tempo che la mia mente aveva impiegato a prendere possesso di quella situazione inconsueta, che spezzava una linea continua tracciata nel corso di cinque anni.

Mentalmente provavo a scomporre i cinque anni.

“Sessantamesiduecentosessantasettimanemilleottocentoventiseigiorni”. Un’eternità, spesa a inseguire brevi ciuffi di niente, che si spargevano per le mie giornate come gli acheni leggeri del tarassaco si involano nel vento a primavera. Soffioni impalpabili che velavano ogni contatto con la realtà.

“Hei!” – il ragazzo si era svegliato dolcemente e, guidato da un istinto primordiale, mi aveva portato a sé, serrandomi fra le gambe affusolate, e mi aveva stretto così forte che il cuore si era prodotto in uno sguizzo aritmico.

“Tutto bene?” – aveva chiesto con la bocca impastata di sonno e, senza attendere risposta, aveva ripreso a dormire il riposo sereno del guerriero.

Un fremito mi aveva colto improvviso, e confusamente avevo annaspato fra le pieghe delle lenzuola per cercare di stanare con gli occhi un varco verso l’uscio della stanza, che non mi riuscì di scovare. Affondata nel suo corpo, trattenuta dalle sue braccia, il mio orizzonte terminava dove finivano le increspature di quella canotta rigata che aveva l’odore buono della sicurezza.

“Cosa accadrebbe se Giacomo ci vedesse?” Inorridii al solo pensiero che mio figlio, un uovo adolescente, verde e immaturo, avesse potuto scorgere da un pertugio fra porta e stipite, sua madre a letto con uno sconosciuto, nel talamo sacro un tempo riservato a suo padre. Mio marito. Scomparso quando lui era un pulcino tenero e goffo, lasciandogli nella mente immagini rarefatte che gli avevano permesso di elevarlo al ruolo di mito. Un Dio dell’Olimpo. Suo padre, che ci aveva lasciato sperduti dentro al mondo, entrambi con una perdita che a nessuno dei due era riuscito di colmare, e che avevamo cercato di elaborare alla meglio, sbarrati dentro a due solitudini diverse, e distinte. Giacomo che si atteggiava a uomo usando il suo rasoio e ascoltando i suoi Cd dei Pink Floyd, mentre io mi ero lasciata solo il vezzo di respirare, perché così – mi avevano insegnato – si rimane in vita: impilando un respiro dopo l’altro, sequenze ritmiche di fiati.

Camminavo, mi muovevo, mi spostavo nel mondo.

Come un automa programmato, mi ero trasfigurata in un elenco di compiti da svolgere. Una sorta di lista per la spesa allargata. Il lavoro. I jeans improbabili di Giacomo da stirare. La visita a mia madre al sabato mattina. I sorrisi aperti per mio padre, per cui parole e ricordi erano diventati ostici puzzle senza ordine o filo logico, come un vecchio gioco del quindici impazzito, con le caselle in caos sparso.

“Meno male!” – avevo sospirato nel pensiero quando gli spostamenti del giorno prima erano affiorati, vividi, alla coscienza. Avevo affidato mio figlio alla nonna, in modo inaspettato, perché il sabato era serata di pizza e cinema. Una tradizione iniziata quando suo padre era ancora con noi, e mai abbandonata prima di allora.

“Su, forza!” – Giacomo aveva provato a opporsi quando gli avevo infilato pigiama e spazzolino nella borsa da palestra. Aveva annaspato dentro al suo repertorio classico di frasi svogliate, e si era prodotto in un “Ma mamma…” che aveva lasciato monco. Per lui, io, ero sua madre, non una donna. Un compendio di professioni: un’autista, una stiratrice, una lavapiatti. La chioccia a cui chiudere lo schermo del computer quando, paonazzo in volto, lo scorgevo a chattare con qualche coetanea acerba. “Giacomo che fai?” – lo riprendevo sorridendo. “Niente ma’” – gracidava annoiato – “cose che non puoi capire.”

Forse Giacomo aveva ragione e il suo istinto gli suggeriva che io ero una donna vecchia a quarant’anni. Ingessata dentro a completi color cremisi, o cammello, che mi conferivano un’aria austera.

Portavo i capelli lunghi, quasi a voler trattenere un vezzo di gioventù, ma costretti in modo statico da una coda e fermagli d’osso. Un’Alba Chiara alla Vasco Rossi: “ti vesti svogliatamente, non metti mai niente che possa attirare attenzione…”

Come avrei potuto spiegare a mio figlio che nel mio letto quella sera avevo portato un uomo quasi sconosciuto, che mi aveva regalato l’ebbrezza di un sogno provvisorio?

Non era da me. Testa sulle spalle. Massimo dei voti, laurea cum laude. Alla morte di mio marito, cinque anni prima, mi ero forgiata come fossi stata acciaio duttile da temperare, ricordando una vecchia frase di mio nonno. “I dolori rinforzano.” La ripeteva come un mantra. E siccome – al contrario – il dolore mi aveva divelto, smembrato, sradicato, abbattuto, mi ero imposta rigidi schemi mentali per non soccombere al caos della perdita. Dogmi e aforismi con valore prossimo all’assoluto.

Non era da me, dunque, abbandonarmi. Ma era successo. Un momento di banalità.

“Ciao!” Semplice come l’acqua. Una delle prime parole che impariamo a dire, agganciandola a quel gesto di apertura della mano che ci insegnano da bambini. Un’àncora solida fra i gorghi dell’oceano della vita. Lui me l’aveva lanciata accompagnandola con un sorriso da bambino, e io ancora non sapevo quanto quel “ciao” aveva avuto un’attrazione magnetica su di me, polarizzandomi, come quella limatura di ferro attratta da una calamita, studiata fra i banchi del liceo.

Il bar era di fronte a casa e il caffè serale era l’unica concessione dopo il rituale del lavaggio dei magri piatti che servivano a due anime perse per cenare. Un caffè di sfuggita al banco, e due chiacchiere con la barista. Cinque anni e sempre la stessa dinamica. “Cosa ti preparo?” “Un deca macchiato!”

Ora mi coglievo stupita al pensiero che in tutto quel tempo non mi era mai affiorata l’idea che avrei potuto cambiare registro. Ordinare un gelato. Provare il gusto salato di patatine e Aperol-spritz. Quasi come se controllando un caffè, avessi potuto avere fra le mani il telecomando dei bottoni di tutta la vita.

“Vai o ti siedi?” Non avevo compreso esattamente la domanda di quell’uomo che avevo visto in chissà quante occasioni, seduto al tavolino del locale, senza per questo essermi mai fermata a guardarlo.

Al quesito avevo risposto incollandomi in faccia un’espressione interrogativa, ma poi avevo inviato un sms al cellulare di mio figlio: “Farò tardi”. Una frase sghemba, che inconsciamente mi aveva fatto accettare l’invito di…di…

“Federico. E tu sei Marta, quella che prende il caffè e scappa, perché ha paura della vita!” In quella frase avevo intuito che conosceva tutto quanto ci fosse da sapere della me degli ultimi cinque anni. Non c’era altro da intuire. Iniziavo e finivo in quelle scarne parole.

Era partito tutto così, per caso. Somigliava all’inizio di una pellicola in bianco e nero anni quaranta. Un uomo in grigio, una donna spigolosa col tailleur, uno spunto per un incontro.

La sera avevo preso a sedermi vicino a lui, tranquilla del fatto che accanto a noi sedevano i suoi amici. Questo mi confermava che non stavo cadendo, e scadendo, fra le maglie di una soap al gusto caramello e melassa.

Poi una sera accadde quella cosa. Irrisoria e piccola. Un gelato fra le sue mani. Le sue labbra, dolci e agre, di cocco e lime. E quel gesto breve, all’improvviso. Aveva affondato il cucchiaio nel gelato e me lo aveva portato alla bocca trattenendomi con lo sguardo, e io istintivamente avevo accettato l’apertura, lasciandomi nutrire come un bambino piccolo si lascia nutrire dal seno di sua madre. Buio in sala: i suoi amici erano scomparsi ai miei occhi, ed ora un lampo si era acceso soltanto su noi due. La notte che ne era seguita era trascorsa agitata, e il sonno strano, orale, e umido di umori.

Due mesi passati a scambiarci messaggi cifrati, e poi questo incontro fugace. Ed ora, sveglia nel mio letto, guardavo quest’uomo provvisorio immaginando che a breve avrebbe raccolto i pantaloni stropicciati dal tappeto di lana cotta, se li sarebbe infilati meccanicamente, e mi avrebbe lasciato nella mia solitudine interstellare.

“Che dormita. Mi sento un leone!” La luce del primo mattino gli aveva forato le palpebre ferendogli le pupille, ed ora Federico allargava le braccia lunghe, che usava ogni tanto per accarezzarmi e darmi buffetti teneri sui capelli arruffati. Indietreggiavo, e mi rannicchiavo in posizione fetale. D’istinto, così come quel giorno avevo accettato del cibo dalle sue mani, ora mi stavo ritraendo per offrirgli la via di fuga, senza rifilargli le recriminazioni per una notte brava e fugace.

“Non fare la bambina!” – mi aveva preso il mento fra le mani, costringendomi a guardarlo in quegli occhi in cui mi parve di scovare un oblio dolce e pungente – “Sai a cosa sto pensando?”

Ero rimasta in silenzio, ansante, appesa a quel verbo al gerundio che suonava in divenire.

“Penso che sia ora che butti quei terribili completi alla Vasco Rossi e andiamo insieme a prendere qualcosa di nuovo, qualcosa di colorato, di femminile, diamine! E poi sai a cosa penso?”

Ero rimasta di nuovo come una vignetta di quelle che spuntavano dai libriccini dei cruciverba: senza parole.

“Penso che potremmo comperare un Lego.”

Lo avevo scrutato con l’aria intontita di chi ha appena preso un palo della luce durante una camminata all’aperto, con la mente dispersa per l’aere. “Lego?” – avevo balbettato, ripensando ai mattoncini di Giacomo bambino.

“Un Lego sì. Mattoncini colorati. Così iniziamo a costruire, pezzo dopo pezzo, uno stralcio di futuro. Una casa, una macchina, o – perché no? – un aereo, un’astronave!”

Federico quella domenica era rimasto. Abbastanza da vedermi rincasare con Giacomo.

“Chi è ma’?” – aveva intonato mio figlio con la voce da corvo gracchiante dei suoi dodici anni.

“Un amico.” – avevo risposto impenetrabile, tornata nei panni di una madre, mentre lui gli mostrava entusiasta la sua finta barba rasata. Ma la mente aveva preso un volo pindarico, e mi rimandava a loop, l’immagine di lui che scandiva quel verbo declinato al plurale: iniziamo a costruire.

Guardavo mio figlio intento a sviscerare un’istanza di padre, dentro i muscoli adulti di Federico che giocavano a “braccio di ferro”, e intanto sognavo file di mattoncini colorati, incastrati l’uno sull’altro, a formare un universo. Una proiezione ortogonale, poliedrica e cangiante, che faceva esplodere fasci di oggetti colorati, come in un novello big bang rigeneratore.

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Come citare questo articolo

Julie Bego. “Mattoncini colorati”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/mattoncini-colorati/

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