SERA
Tramonto a lingue di fuoco su orizzonte di mare, sotto un cielo ancora scuro per la tempesta ormai finita.
Movimenti in banchina per asciugare le vele, musica di balera dalla spiaggia, richiamo di notte spensierata.
Il porto di ieri è lontano, ricordo svanito dopo dieci ore ad evitare l’abbraccio delle onde.
La notte porterà riposo e domani sarà dolce navigare, vita senza sfide fino al prossimo maestrale.
Cenerò con lei sul lungomare per commentare a sorrisi la nostra avventura, rinnovando sguardi d’affetto.
Non avendo preghiere da inviare all’infinito, cerco solo d’invecchiare raccogliendo sensazioni.
POLESANA
Mi disperava l’aver lasciato Itaca per riveder Trieste e sostar forzato per avarìa da Bora nel Porto di Levante.
Mi angosciava il grigiore di barene in volute d’acqua ferma al ricordo di azzurre trasparenze frastornate dai marosi.
Mi ha distratto il tuo sorriso nell’invito a dialogare per lenire le mie ubbie che annullavi a poco a poco.
M’hai condotto sottobraccio lungo gli argini al tramonto e in un gioco delle nebbie ho ammirato la tua terra.
Emozioni: le pigrizie di correnti sulla danza dei canneti
e quel lento d’ogni agire sotto il volo degli uccelli.
Tenerezza: il silenzio di sentieri, disegnati da calpesti millenari, e di barche abbandonate su pontili a pelo d’acqua.
Mi ha ammaliato il chiaro-scuro, quasi un grido d’esistenza, che mi entrava dolcemente nella sfera del pensiero.
M’hai stregato, polesana, dolce amica di quel tempo; c’è un sospiro se oggi t’ascolto tra le mie malinconie.
Ripensando agli acquitrini t’ho rivista in ogni luogo e ho scoperto che ha i tuoi occhi anche il soffio d’ogni mare.
AL PORTO
Primi chiarori a levante, brividi addosso, uno sguardo al cielo che cancella le stelle.
Rumori sordi di motore da sagome scure: i pescatori indaffarati lasciano il porto.
Su creste biancastre dirigono al largo, lumi colorati e sperduti nella massa invisibile.
Han lasciato casa, sposa e figli dormono ancora; la stessa battaglia dalla notte degli avi.
Torneranno bruciati dal sole, nauseante odore di salso per due casse di pesce morente da portare al mercato.
Un lavoro diverso dal mio, che non sogno di emulare; l’ozio del pensiero distrugge l’emozione.
Altra alba destinata; vedrò i pescatori uscire, ma forse ignorerò se rientreranno come sempre.
GIOIELLO D’UTOPIA
Mi ossessiona il cammino, lungo un argine di fiume, chi s’affretta sul fracasso, dentro latta sagomata, per aggiungere un arrivo.
Viaggio senza freno a mente, occhi addosso a quei riflessi sovrapposti in superficie all’incedere dell’acqua, lentamente, verso un mare.
Cerco forse compagnia, ma è gioiello d’utopia ch’io ritrovi chi si ferma, per giocare di pensiero, di speranze e di ricordi.
Forse un tuffo senza senso, fra le vie di un infinito, mi porrebbe più al sicuro, ritagliandomi l’angoscia d’aver perso la mia meta.
Fatto è che vivo male, ma mi mancano le forze di lasciare questo asfalto, dimensione di uno spazio dove vince la follia.
A FRATTA POLESINE, CON TE
M’hai chiesto perché t’ho portata fra colonne e scalinate di ville centenarie sopra un manto di campagna.
T’ho guardato sorridendo con lo sguardo un po’ socchiuso dalle sponde di un canale che s’insinua dentro il borgo.
T’ho spiegato ch’è dovere d’ogni uomo in ogni tempo, la sua donna innamorata circondare di bellezza.
… io ti vedo qui elegante, cavalcare a testa alta sul selciato fra le pietre ed i merli di un torrione.
… io ti vedo qui vestita di broccato e fine seta, andar fiera ad una festa chiusa ancor nella carrozza.
… io mi vedo fra i signori che s’inchinano al tuo passo per raccogliere speranza dal sorriso che mi invii…
T’amo, dama nobile di corte,
e se un giorno mi hai donato la certezza di un affetto ciò dev’esser fuor del tempo.
Qui c’è pace senza sosta, c’è il ricordo d’una vita che, pur dura, era felice coniugando terra ed acqua.
Qui c’è spazio per capire che tra i giochi altro non resta che di viver la tua sorte con un seme di saggezza.
PROFUMI DI CAMPI
Profumo d’uva acerba ai miei passi cittadini sul declivio, il mare poco oltre; foglie arse, abbagli di luce fra macchie di roccia.
Profumo di terra rincalzata dalla mano costante del vecchio contadino, come gesto di madre sul pianto placato del neonato.
Profumo d’animali che trovano cibo e cadenzano vita e convivenza nel gioco logico e ignaro di chi vigila il destino.
Profumo di fatica per catturare un raggio di sole e qualche goccia di linfa dalla rugiada che offre un ripetersi di creazioni.
Profumo di sapienza che dovrei accettare, dettata da labbra di saliva secca, senza risposta dal mio animo incredulo.
Profumo di preghiera che ascolto altri recitare e che ho dentro, ma non esce; non fatico a coltivare terra e fatico a respirare l’aria.
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Come citare questo articolo
Brunello Gentile. “Sarà dolce navigare”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/sara-dolce-navigare/