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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

A Garofolo di Canaro

Spesso in balia di rotte del Po, la chiesa parrocchiale fu ricostruita nell’ ‘800 e completata nei primi decenni del ‘900

di Maria Chiara Pavani

Ventaglio Novanta n. 53 2016 pp. 18–21

Continua l’itinerario alla scoperta di borgate e pievi nel territorio del comune di Canaro (vedasi Ventaglio n. 50 e 51).

Partiamo dal centro del paese per portarci sulla statale 16, direzione Ferrara – Rovigo, e, costeggiando il grande fiume, giungiamo alla frazione di Garofolo, detta Garofalo nei documenti antichi.

Garofolo, questo ameno paesino di campagna, sotto l’argine del Po, antico fundus degli Estensi, era luogo strategico per il controllo del territorio. Qui infatti, vi sorgeva un castello estense, andato distrutto nella guerra tra il Ducato di Ferrara e la Serenissima, negli anni 1482-’84. Borgo semisconosciuto ai più, è noto ai cultori dell’arte per aver dato i natali a Benvenuto Tisi, detto appunto il Garofalo, uno dei più grandi pittori del ‘500 ferrarese, che usava firmare le sue opere col disegno di un piccolo garofano, in alternativa alla firma dialettale Benvegnù. Del maestro, eccelso pittore rinascimentale, detto anche il Raffaello ferrarese, resta l’abitazione, da poco restaurata.

Una visita alla parrocchiale

La chiesa di Garofolo, dedicata a Santa Margherita d’Antiochia, vanta antiche origini, infatti, dai documenti del Codex Adrianus, si apprende che la prima pietra venne posta il 5 marzo 1289, vero atto di nascita della parrocchia, sotto la giurisdizione di Adria (cfr. Gabrielli Alberino, Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria – Rovigo, Roma, Ciscra, 1993).

La piccola parrocchia non ha mai avuto vita facile per le frequenti piene del Po e per le costanti ristrettezze economiche. Dopo che una rotta del fiume portò alla rovina la prima costruzione, si procedette ad erigere un nuovo edificio sacro nel 1595, grazie al contributo personale, del privato Alessandro Foschetti, il quale in questo modo si aggiudicò il giuspatronato, cioè il diritto di presentazione a parroco del nipote Francesco Foschetti, originario di Garofolo. La chiesa si presentava modesta, a tre navate basse e prive di luce, con tre altari e un piccolo campanile; poi, nel 1719, con la visita pastorale del vescovo Vaira, la situazione si presenta migliorata e gli altari passano a cinque.

Ma il periodo più difficile per il borgo rivierasco si visse nella prima metà dell’’800, quando il Po ruppe gli argini per due volte. Le acque, stagnanti per lunghi anni, determinarono il crollo dello stabile, successivamente riedificato, a fatica, dal Comune.

L’attuale costruzione risale al secolo scorso: prima don Luigi Pelà, a partire dal 1925, e poi don Alberto Settimio Rigolin, grazie all’aiuto economico del vescovo, Anselmo Rizzi e di alcuni emigrati, portarono a termine i lavori con l’innalzamento della torre campanaria che, sfortunatamente, fu poi abbattuta dai bombardamenti alleati, nel 1945, e mai più ricostruita.

Tuttora la chiesa si caratterizza con la sua facciata semplice e pulita; sorge lungo la via Benvenuto Tisi, che, con i suoi tigli, attraversa e connota l’intero paese, snodandosi verso il camposanto e passando anche davanti alla casa natale del celebre artista.

Purtroppo delle opere lasciate dal Tisi alla sua chiesa non resta nulla, perché, per sottrarle al pericolo inondazioni, dopo la rotta del 1882 sono state portate alla Pinacoteca di Ferrara, compreso un “Ecce homo”, ora nella Chiesa del Gesù del capoluogo emiliano.

L’interno, ancora a tre navate, recentemente rinnovato da don Mario Turatti, si presenta luminoso e accogliente. A sinistra dell’ingresso principale, sulla parete, notiamo, murata, una lastra tombale che protegge le spoglie di don Alberto Settimio Rigolin, parroco di Garofolo, dal 1931 al 1933, anno della sua prematura morte per tubercolosi. La piccola urna di zinco si trovava nel cimitero parrocchiale, ma è stata rimossa e collocata in chiesa per una più degna e permanente sepoltura, in onore di un sacerdote dalla spiritualità sorprendente, spirato in concetto di santità. In lui la preghiera era continua e considerava la sofferenza un mezzo purificatore; missionario nel cuore e nell’animo, avviò alla santità laica diversi giovani e alcuni al sacerdozio.

Lo sguardo è quindi attirato dall’unico altare, il maggiore, con pala di Santa Margherita vergine martire, tra le sante Agata e Lucia, tela del pittore di origini garofolane, Tonino Cere-gatti. Suoi sono altri due quadri: nella navata di sinistra una tela con Santa Margherita che protegge l’abitato di Garofolo, del 1994; in quella di destra, il dipinto col richiamo evangelico a Cristo, sulla barca con gli apostoli, che calma le acque agitate del mare, del 1986.

Lungo le due navate, inoltre, corre la serie dei quadretti della Via Crucis. Ancora a sinistra, molto venerata dai fedeli, la statua della Madonna del Rosario e, di fronte, quella di Sant’Antonio. Nella navata centrale, troneggiano San Luigi e Santa Lucia.

Particolare interessante è la presenza di un’antica cripta sotterranea, a cui si accede da dietro l’altare maggiore, attraverso una botola e una scaletta. La cripta, che prende luce da una finestrella, serviva, un tempo, da cappella per i riti festivi e ancora vi si conserva l’ altare.

Molte erano le feste religiose celebrate dai garofolani e particolarmente onorata fino a qualche anno fa, era quella di Sant’ Antonio Abate, il 17 gennaio. Nell’occasione i mugnai dei mulini sul Po (tra cui la Mulinazza, ultimo mulino, di Ernani Pavani, bisnonno di chi scrive, demolito nel ’42), contadini, allevatori e carrettieri, con i loro animali, si trovavano sul sagrato della chiesa per la rituale benedizione. Lo stesso accadeva nelle borgate di Paviole e Vallona.

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Come citare questo articolo

Maria Chiara Pavani. “A Garofolo di Canaro”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-garofolo-di-canaro/

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