Anche Rovigo diede il suo contributo alla Grande Guerra, a cominciare ovviamente dalla chiamata alle armi.
La Brigata “Rovigo”
Nello scenario delle operazioni militari va ricordata la Brigata “Rovigo”, impegnata col 227° e 228° Fanteria nel 1916 su diversi fronti: dall’altopiano di Asiago al Carso. Ne rimane a ricordo una celebre cartolina dell’illustratore caporal maggiore Tito Pisani, di stanza nel 1917 in zona di guerra, scelta ad immagine simbolo dal Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo” – che dal 2014 si occupa delle rievocazioni del Centenario sul territorio polesano – e di recente comparsa nella locandina dell’interessante esposizione all’Archivio di Stato “Collezionare la Grande Guerra”, un’originale ricostruzione storica attraverso le immagini tramandate da riviste, opuscoli, manifesti e cartoline d’epoca raccolte da appassionati collezionisti.
Il Polesine prima retrovia
Ma l’azione del nostro territorio durante il Primo Conflitto Mondiale è stata ancora più significativa nell’offrire ricovero, cure e conforto ai feriti e malati per cause di guerra. Un’altra testimonianza è offerta dal Sacrario Militare cittadino (il primo istituito sul territorio nazionale), che raccoglie le spoglie di 589 soldati italiani deceduti tra il 1915 e 1920, i più negli ospedali militari allestiti per l’occasione nella città capoluogo ed in tutta la provincia, oltre ai resti di 215 austro-ungarici, questi ultimi prevalentemente prigionieri, morti nel trasferimento dal campo di Ferrara al campo di Conselve (Padova). Illuminanti gli interventi tenuti al Convegno “1915. Il primo anno della Guerra infinita”, organizzato dal Comitato Scientifico “Nino Bedendo”, presso il Liceo Scientifico di Rovigo e il comune di Polesella il 14-15 novembre 2015, in occasione delle celebrazioni per il Centenario della Grande Guerra 1 . Pur non essendo direttamente impegnato in azioni di guerra, data la sua posizione strategicamente lontana dal fronte, il Polesine assunse un ruolo di prima retrovia dopo la rotta di Caporetto (24 ottobre 1917), al punto da essere dichiarato “zona di guerra”. Oltre ad alcuni resti di sistemi difensivi – riemersi di recente per esempio a Porto Tolle (località Scardovari), inglobati nella linea di fortificazioni lungo la costa adriatica settentrionale – le principali testimonianze locali riguardano le strutture ospedaliere di supporto alle truppe impegnate sul fronte. Feriti ed ammalati arrivavano nel nostro territorio su convogli ferroviari o per trasporto fluviale dal Delta del Po all’interno, finché la Marina non sospese quest’ultima via. È documentata anche l’esistenza di campi di concentramento per prigionieri di guerra, prima a Rovigo, in località Cantonazzo e poi con una struttura più grande a Loreo, sotto la guida dell’ufficiale Enrico Torrazzi.
Gli Ospedali militari a Rovigo e provincia
Ma la presenza più significativa nella nostra provincia fu appunto quella ospedaliera con ben 71 edifici adibiti ad Ospedali da Campo (da 200 e 100 posti letto), Ospedaletti da Campo (da 50 posti letto) e gli Ospedali Militari Principali, di Tappa, di Riserva, della Croce Rossa Italiana, disseminati nell’intera Provincia (7 nella sola Rovigo), a partire dal dicembre 1917. Gli ospedali in città erano ubicati in palazzi e scuole concessi o requisiti durante il periodo bellico 2 . Primo in Italia a mettere a disposizione le proprietà della Curia Vescovile fu il vescovo Anselmo Rizzi, che cedette il Collegio “Angelo Custode”, primo edificio cittadino utilizzato dalla Croce Rossa Italiana (disponeva di ben 300 posti letto), il Seminario Vescovile (oggi Archivio di Stato), anch’esso affidato alla CRI e il Collegio “Sacro Cuore”, che ospitò i contagiati dall’influenza “Spagnola”. Un altro ospedale militare fu allestito nelle Scuole Normali (Magistrali) dell’Istituto “C. Roccati”, che ancora oggi nell’atrio conserva un monumento in memoria degli ex studenti morti nel conflitto. In esso fu ricoverato per un breve periodo anche il futuro presidente della Repubblica Antonio Segni. Altre strutture ospedaliere militari furono locate nella Caserma Silvestri e nel Collegio Ghedini, sempre in via Silvestri. Nell’Ospedale Psichiatrico a Granzette furono poi allestiti la Caserma e l’Ospedale da Campo 204, che accoglieva soprattutto militari congedati per problemi mentali riportati in combattimento, come lo shock da bombardamento (shell shock), nevrosi varie e turbe psichiche. Altri punti nevralgici della provincia furono Polesella, con ben cinque ospedali compreso il lazzeretto (non a caso, data la sua posizione strategica fra la via ferroviaria e quella del Grande Fiume a confine tra le due province di Ferrara e Rovigo) e San Martino di Venezze (località Beverare), dove c’era un ospedale per malattie infettive contratte nella promiscuità della vita militare (colera, tifo petecchiale, pedicolosi, dissenteria, febbre da trincea, nevralgie acute, infezioni delle vie respiratorie e broncopolmonite, infezioni da cadaveri).
Il Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo”
La genesi del Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo” – Centro Studi Grande Guerra e Conflitti Contemporanei – Rovigo” risale al novembre 2004, quando alcuni appassionati della storia della “Grande Guerra” – il Dott. Alberto Burato (Medico Chirurgo), il Dr. Nicola Persegati (Cancelliere di Tribunale), il Dr. Raffaele Peretto (già Direttore Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e presidente del C.P.S.S.A.E. di Rovigo), il Prof. Leonardo Raito (Docente Storia Contemporanea Università di Padova) -, promossero a Guarda Veneta un Convegno storico dedicato alla 1a Guerra Mondiale nel 90° anniversario del suo inizio (28 luglio1914), in cui furono presentati per la prima volta i risultati di loro appassionate e decennali ricerche. Nacque quindi negli stessi l’esigenza di continuare gli approfondimenti per ogni singolo anno di guerra, che vennero esposti in quattro convegni, tra il 2005 e il 2008, presso il Museo dei Grandi Fiumi. Per la prima volta vennero esposte originali ed innovative relazioni dal punto di vista della ricerca storica, da cui emergeva un ruolo non marginale del Polesine nel contesto della “Grande Guerra”. Dall’incontro nel 2013 con il presidente della sezione U.N.U.C.I. rodigina, il maggiore Bonfiglio cav. Giuseppe, animato dalle stesse passioni storiche, anche in vista dell’ormai imminente Centenario della I Guerra Mondiale, nacquero il Centro Studi sulla Grande Guerra e Conflitti Contemporanei e conseguentemente, nel maggio 2013, il Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo”. Il battesimo ufficiale avvenne il 16 novembre 2013, nella Sala Flumina del Museo dei Grandi Fiumi, con un Convegno sulle “Guerre di Libia”; ma il primo ampio progetto del Comitato si è concretizzato in occasione del 100° anniversario dell’inizio della “Grande Guerra” con l’intento di “fare nel Polesine – come si legge nel suo atto costitutivo – un Centro Culturale di storia militare … attraverso una serie di Convegni, almeno uno per ogni anno di guerra”. Da allora il Comitato ha già messo in cantiere due Convegni Storici: uno nel 2014, dedicato agli “Antefatti della 1a Guerra Mondiale” e quello del novembre 2015 relativamente al “Primo anno di Guerra”, oltre ad una serie di lezioni formative per studenti di istituti scolastici ed enti di formazione di Rovigo e provincia. (R.B.)
Il commiato funebre a Renato Charlet eroe irredento triestino
Tra i soldati feriti per cause di guerra Rovigo ebbe anche il suo defunto illustre, la cui morte fece molto parlare oltre l’ambito cittadino. Ancora oggi è conservata negli archivi della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma una cartolina che riporta l’immagine del sontuoso corteo funebre del feretro di Renato Charlet, eroe irredento triestino, mentre attraversa circondato dalla folla il ponte sull’Adige.
La guerra e i progressi della medicina
In una situazione così angosciante causata dalla guerra, va segnalato, d’altro canto, il forte impulso registrato dalla ricerca medica, costretta a trovare rimedi all’intensificarsi di problematiche dovute, per esempio, alle ferite da armi da fuoco, schegge di granata o di sassi e amputazioni oppure a situazioni nuove, causate dal primo impiego di
Nato il 2 agosto 1896, impiegato, si era arruolato volontario il 24 maggio 1915 nel 6° Reggimento Bersaglieri a Bologna, raggiungendo dopo breve tempo il fronte, dove si distinse in varie azioni e fu anche ferito. Nominato sottotenente, fu assegnato al 20° Reggimento Fanteria, guadagnandosi nel giugno 1916 una Medaglia di bronzo. Gravemente ferito il 6 agosto 1916 sul San Michele, alla Trincea delle Frasche, fu ricoverato all’Ospedale Scuole Normali di Rovigo, dove si spense a soli vent’anni il 24 settembre 1916, come riporta il registro dello Stato Civile all’atto n. 171; poi decorato postumo con la medaglia d’argento al valor militare.
armi chimiche o lanciafiamme ed ancora ricerche batteriologiche, lesioni da congelamento e disturbi neurologici. Furono scoperti e adottati per la prima volta proprio in questo periodo sulfamidici, chemioterapici derivanti dalla mostarda azotata, vaccini; si approfondì lo studio delle malattie cardiopolmonari o delle ferite da ustioni e furono raggiunti risultati avanzati di chirurgia estetica e protesi per ovviare alle fratture ed amputazioni.
“Collezionare la Grande Guerra”
Un’insolita mostra ha attirato l’attenzione dei visitatori tra il dicembre 2015 e i primi mesi del nuovo anno per gli inusueti documenti presentati ed il taglio innovativo. Curata per l’Archivio di Stato – nel quale è stata esposta – dal suo direttore Luigi Contegiacomo con il rodigino Fabio Fogagnolo e l’adriese Alessandro Ceccotto, generosi collezionisti polesani che hanno fornito il materiale, essa infatti ha presentato un’inedita rassegna documentaria di cartoline e bolli chiudilettera, quotidiani e riviste illustrati, opuscoli e manifesti dell’epoca. Documenti di una storiografia ritenuta a torto minore, ed invece caratterizzata dalla doppia valenza, tanto artistica che testimoniale, su di un tema anche questo poco percorso, a volte perché ritenuto troppo sfruttato: la propaganda, fra i noti temi retorici (patria, audacia e spirito di sacrificio, orgoglio, eroismo, potenza militare, ma anche solidarietà, famiglia, pathos) e la rivelazione tra le righe di scomode verità. Tra le tante novità del Primo Conflitto – chiamato erroneamente “Mondiale” o con enfasi “Grande” -, vi fu anche, come mai prima, la sfida sul terreno della propaganda cartacea, una sorta di guerra nella guerra, con cui le potenze nemiche si combatterono contrapponendo su di un fronte ideale stuoli di artisti ed illustratori, poeti, intellettuali, sociologi, fotografi e cineasti, chiamati a produrre messaggi a scopi propagandistici neanche tanto subliminali, anzi enfatici e demagogici tutto ciò dimenticando troppo spesso che i due fronti appartenevano alla stessa terra contesa tra i quasi “fratelli” austriaci e italiani, contrapposti per una irrisolta questione irredenta. E come in guerra non si risparmiarono colpi, così dai propagandisti non furono lesinati i toni violenti e satirici, le accuse e ridicolizzazioni reciproche, senza trascurare di coinvolgere perfino i bambini, tra l’apologia della “guerra giusta” e la coscienza delle sue atrocità, che pure ne emerge di riflesso. Questa la lezione trasmessa dai 21 pannelli espositivi, in cui la bellezza delle immagini contrastava con la dolorosa realtà che le aveva ispirate, monito più che mai attuale. (R.B.)
Alla fine del 1916 iniziò l’emotrasfusione, ovvero l’impiego di sangue conservato negli ospedali di prima linea e la radiologia divenne normale prassi con il trasporto dell’apparecchio a dorso di mulo. Di particolare rilievo le periodiche riunioni medico-militari tra i punti sanitari di Rovigo e Ferrara, “due centri pulsanti di un’esperienza unica d’avanguardia a livello nazionale”, come li ha definiti il professor Raito.
La CRI a Rovigo
Un cenno particolare merita l’encomiabile opera della Croce Rossa Italiana. A Rovigo la presenza della CRI è attestata dal marzo 1886, ma la sua attività si intensificò in prossimità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale con il reperimento di stabili idonei per la cura di feriti ed ammalati. Ad essa ed ai suoi angeli dalla divisa bianca (le crocerossine) furono dati in consegna gli ospedali militari allestiti negli Istituti rodigini della Curia Vescovile: il Seminario e i due collegi dell’”Angelo Custode” e del “Sacro Cuore”, di cui si è detto. Un omaggio al solerte operato e tributo pagato anche dalle crocerossine è dato idealmente attraverso la sepoltura di suor Giuseppina Vasoin, morta di febbre infettiva contratta nel suo esercizio di assistenza ai malati negli ospedali rodigini, i cui resti riposano accanto a quelli dei soldati nel Sacrario Militare. Il Polesine fu anche la prima Provincia che, per opera delle mogli e dei parenti dei soldati italiani catturati ed internati nei lager asburgici e tedeschi, istituì la prima lega per prigionieri italiani, per l’invio periodico di vestiario e di generi di prima necessità e un primo elenco di campi di prigionia dove inviare i pacchi. Inoltre spetta sempre a Rovigo il primato del primo Sacrario Militare, istituito sul territorio nazionale in base alla legge n. 877 del 12 giugno 1931, il quale purtroppo oggi versa nell’oblio ed in condizioni pietose, come la tomba del suo massimo eroe di guerra: il maggiore Sebastiano Bedendo [v. altro articolo a pag. 90 ].
NOTE 1. In particolare l’appassionato di storia militare Giuseppe Rossato ha esposto i risultati di una sua ricerca sugli Ospedali militari e i reparti della Croce Rossa Italiana a Rovigo e Leonardo Raito, docente universitario di storia contemporanea, ha relazionato sulle conseguenze fisiche e psichiche provocate dall’esperienza da trincea e dai patimenti di guerra. Le due relazioni sono risultate fondamentali anche per la stesura del presente scritto. 2. Si ringrazia il collezionista Mario Andriotto per il materiale fotografico fornitoci.
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Come citare questo articolo
Rosanna Beccari. “Il Polesine e la Grande Guerra”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-polesine-e-la-grande-guerra/