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NARRATIVA

Armonia

Racconto di Marzia Santella

di Marzia Santella

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 125–128

Un bacio era tutto ciò che volevo. Stringerla tra le mie braccia, sussurrarle i miei desideri. Nulla di tutto ciò sarebbe stato più possibile. La perdita della nostra bimba, ancora in grembo, l’aveva fatta impazzire e, ancor prima che arrivassi, sconvolto, all’ospedale, lei si era gettata dalla finestra della sua stanza.

Così si era infranto il mio sogno d’amore. Così era naufragata la mia famiglia prima che me ne potessi prendere cura.

Nulla di ciò che mi dicevano giungeva alla mia mente. Mi sentivo sordo di cuore e di spirito. Isolato nel mio dolore. Anestetizzato. Non sentivo niente paradossalmente. Come chi perde un arto e non se ne rende conto subito: continua a sentirlo, anche se visibilmente non c’è più. Questo ero io in quella giornata di agosto come tante altre. Un giorno come un altro: il cinque agosto, per gli altri ma non per me.

Al funerale mi toccavano una mano, le spalle per confortarmi, ma io non sentivo nulla. Ingenuamente pensavo di essere più forte di quel che pensavo; non mi sentivo forte abbastanza per affrontare una tragedia così. Tutti i suoni mi arrivavano ovattati, filtrati.

Non c’eravamo sposati lei ed io. La ritualità non ci interessava, non ci credevamo. Noi eravamo ciò che stavamo cercando e “noi” era tutto ciò che ci bastava. La bimba, Armonia, ci avrebbe resi felici.

Ora ero solo, come non lo ero mai stato. Gli occhi mi si riempirono di lacrime, mi si chiuse la gola. Mi mancava l’aria.

L’essere umano è talmente fragile, pensavo, come uno stelo d’erba in balìa del destino.

Crede di ergersi virile nel prato, di comandare in qualche modo la propria esistenza, di fare le scelte giuste per sopravvivere e invece poi, un vento più forte, un giorno, ti strappa via ogni cosa. Combattuto tra l’azione e l’immobilità, tra lo spirito che ti spinge a reagire e la voglia irrefrenabile di piangersi addosso e rassegnarsi.

L’essere umano mi stupiva sempre nella sua complessa semplicità. Avrei voluto che le lenti nere degli occhiali da sole mi si incarnassero nel viso per non vedere la luce che mi dava fastidio, per non vedere la gente che cercava di indagare il mio malessere; per non permettere a nessuno di carpire anche solo un mio pensiero.

Ciò che accadde nei giorni seguenti rimane avvolto in una nebbia densa. Mi ero rinchiuso in casa in una protettiva penombra. Il buio sembrava consolarmi, piangevo, mi asciugavo le lacrime e avevo il desiderio di raggiungere i miei due amori, ma non ne avevo il coraggio e la mia codardia mi avviliva.

Decisi che era tempo di uscire, indossai jeans e una felpa, presi il casco e le chiavi e andai in garage per prendere la moto. Non sapevo dove mi sarei diretto, ma avevo bisogno di sentire il vento. Speravo che quella sensazione avrebbe lenito le ferite del mio cuore. Raggiunsi la strada che costeggiava il mare e lì, finalmente, mi sentii vivo di nuovo.

Lo scrosciare delle onde sugli scogli era coperto dal rombo del motore della mia Harley Davidson che correva veloce. I tornanti si susseguivano, non sentivo più niente, avevo solo voglia di accelerare, di sentire che l’adrenalina si impadroniva di me, facendomi sentire come un triste super eroe degno di Stan Lee.

Improvvisamente un bagliore, una superficie cromata, non ricordo altro.

Mi risvegliai dopo oltre un mese dal coma. A prendere coscienza ci impiegai un tempo che mi sembrò lunghissimo: le palpebre sembravano due saracinesche di piombo. Quando finalmente riuscii a mettere a fuoco l’ambiente, mi resi conto di essere in una stanza d’ospedale, le mie gambe, entrambe ingessate, erano appese in trazione ed io sentivo male ovunque.

Un’infermiera sembrava felice di vedermi e subito si allontanò per chiamare un medico.

Ascoltavo ciò che mi dicevano, ma non riuscivo a parlare. Mi dissero che lo avrei fatto presto. Mi informarono di quanto era successo: uno scontro con un camion, la moto nel vuoto, le operazioni, il coma: ero vivo per miracolo.

Quel miracolo io, in fondo, non lo volevo.

Volevo raggiungere la mia piccola Armonia, la donna che amavo, Andrea, ma, evidentemente, non mi era dato congiungermi a loro.

I medici che erano venuti a vedere le mie condizioni mi dissero che avrei dovuto trascorrere ancora molto tempo in ospedale, la ripresa sarebbe stata difficile e lunga. L’espressione di un medico, in particolare, rifletteva la soddisfazione nel vedermi sveglio, l’infermiera non riusciva a mascherare una felicità che sembrava andare oltre il rapporto con il suo paziente.

Quando il medico si fu congedato lei, premurosa, mi sistemò i cuscini e mi chiese se mi servisse qualcosa ed aggiunse: “Sai, ho pregato tanto che ti svegliassi, non so nemmeno perché”.

Cercai di sorridere a quegli occhi scuri e ardenti che attendevano la mia risposta.

“Come ti chiami?” fu ciò che riuscii a dire a fatica.

Lei mi sorrise dolcemente e mi rispose: “Andrea, e tu?”

Una scossa mi percorse, ero incredulo e turbato, non riuscivo a proferire parola.

Lei si accorse del repentino cambiamento del mio stato d’animo e mi chiese se avevo dolore, se volevo che facesse qualcosa.

Scossi la testa, e le dissi il mio nome: “Sono Edoardo”.

Ci guardammo negli occhi, in profondità, e capii che la mia Andrea era tornata, la sentii di nuovo accanto me.

Avevamo un’altra occasione per essere felici e riavere la nostra piccola Armonia.

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Come citare questo articolo

Marzia Santella. “Armonia”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/armonia/

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