Il rischio di limitarmi ad elencare le fortunate pellicole bagnate dalle sponde del Po era troppo alto; quindi, per una serie di felici circostanze e di belle collaborazioni, riesco a raggiungere il dott. Alberto Barbera già direttore artistico della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e curatore della nuova mostra “Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi” ospitata a palazzo Roverella dal 24 marzo al 1° luglio 2018.
“Non mi fa domande?”
– No, vorrei sentire la sua voce.
Inizia così un piacevole racconto dell'impegno espositivo.
“Non conoscevo completamente il Polesine – ammette il dottor. Barbera – … ricordavo però le immagini dei film numerosi girati in questi luoghi. Luoghi affascinanti, misteriosi, ma sconosciuti; ero attratto anche dall'idea che la cinematografia locale fosse molto molto più vasta di quella affermata. Esaurito il primo impulso, mi sono affidato agli altri, ovvero, conoscere meglio il territorio, dalle valli del delta ai piccoli borghi e iniziare il lavoro monografico di ricerca storica.
Così il Polesine mi si è offerto in tutte le sue fascinazioni, molto più di quell'immaginario che avevo alimentato nelle mie precedenti consapolezze geografiche; ed ho capito che è un luogo di incanto e di contraddizioni… è UNICO! Stretta tra l'Adige e il Po è una lingua sottile che affonda nell'Adriatico e una terra morfologicamente giovane, grazie ai sedimenti mossi dal fiume Po nel Delta. I paleoalvei di vecchi corsi d'acqua definiscono un territorio dalle morbide curve che ha un rapporto strettissimo con l'acqua di paludi e bonifiche. Questa terra ha in seno il principio della discontinuità, è cambiata nel tempo e cambierà sempre.
Il concetto di IDENTITÀ si fa strada progressivamente durante il mio viaggio di ri-scoperta e capisco che risulta connesso all'idea di MUTEVOLEZZA.
Nonostante i tentativi di modernizzazione, il Polesine non ha subito gli sfregi del dopoguerra causati dalla cementificazione, che ha alterato la chimica di gran parte del nostro Paese, ma non qui ! E, per assurdo, una certa riottosità lo ha reso immune preservando la sua bellezza.”
– Il Polesine un territorio da preservare, dunque, intervengo
“Ma serpeggia ancora una contraddizione di fondo – riprende il dott. Barbera –. E' un territorio fuori dal tempo, in alcuni luoghi isolati si potrebbe viaggiare indietro nel tempo di 50 anni e ritrovarli intatti. E' un filo sottilissimo che non deve essere spezzato! E' una sfida, legata ad uno sviluppo corale che dovrebbe alimentare un impulso al turismo di qualità e una politica vigile che sovrintenda i processi di trasformazione. Il Polesine ha maturato un'identà ancora più forte con l'Alluvione del 1951 grazie ai mezzi di informazione che ne raccontarono i fatti quasi in senso cinematografico. "Fu il primo disastro naturale italiano a diventare un evento mediatico senza precedenti. Quell'alluvione, grazie innanzi tutto alla Settimana Incom, divenne più nota del Polesine stesso." Ma al contempo "Per l'occasione, l'Istituto Luce scelse i registi più bravi e portò, grazie alla catastrofe, in poco tempo il Polesine alla ribalta nazionale e internazionale." Queste le parole del regista Ferdinando De Laurentis, il cui lavoro certosino ha portato una preziosa collaborazione nel reperire un nutrito numero di documenti per costruire un racconto dei fatti attraverso una sceneggiatura. Mobilitare il mondo intero per sostenere gli aiuti è stato un impegno di allora e un dovere di oggi nel ricordo”.
– Di qui la mostra allestita al Roverella, osservo.
“12 sale espositive, 2 sale di proiezione, una mostra multimediale, 12 film di montaggio e una sala interamente dedicata ai filmati dell'Alluvione. Il lavoro di raccolta e di studio ha messo tutti noi davanti a un bivio: sconfinare o no dai confini del Polesine, andare o no oltre le province? Sicuramente di Polesine si tratta, ma non siamo stati nemmeno troppo rigidi perchè raccontiamo un luogo, ma anche un'appartenenza quindi l'identità di un territorio, un territorio mutevole come mutevole è il comune denominatore: L’ACQUA!”
Sento nell'impegno del dott. Barbera e dei suoi collaboratori un qualcosa di buono che supera il mero esercizio curatoriale e ci lascia un messaggio più profondo. Cambiare il punto di vista è quasi d'obbligo e nel processo inverso sta la scommessa del curatore.
La macchina da presa è affidata alla Natura che interagisce con l'uomo, così che "un cinema del Polesine" esiste da sempre in un film già scritto fatto di panorami mozzafiato senza barriere.
Questa mostra in realtà è un dolce invito alla riscoperta di luoghi, di persone, di tradizioni, ed è chiamata a raccontare le fascinazioni di un territorio a cui la Settima Arte si è ispirata dal Neorealismo fino ai tempi più recenti con artisti di spessore. Non vuole affidarsi solo ai numeri e ai nomi, ma è costruita da autentica passione allo stesso modo in cui registi come Visconti, Rossellini o Mario Soldati hanno cercato di trasmettere la seduzione di un patrimonio culturale.
Nei numerosi oggetti (quasi 500), nelle foto, nei manifesti, nelle locandine e nei documenti che "arredano" le sale di Palazzo Roverella ritorna una ritualità in paesaggi, usi e costumi di cui il cinema si è appropriato a vari livelli. Elementi ricorrenti di cose o persone, di realtà o psicologie anche nei campi lunghi e stretti delle inquadrature che estendono gli orizzonti piatti di questo territorio all’infinito.
Nelle sbiadite pellicole in bianco-nero o a colori riecheggiano eterne le grandi scritte sui muri sgretolati delle case polesane con una regìa quasi didascalica quanto a imprimere nella memoria certi luoghi tipici di questa terra come trattoria, ex dogana … o riferimenti tangibili di un paese in lenta rinascita: Itala Pilsen, Agip, Pirelli.
Solarità ed evasione di luoghi sconfinati, di silenzi straordinari e di paesi mai indagati dal cinema, ideale cassa di risonanza di curiose pellicole. Da esterni metafisici la macchina da presa varca la soglia di umili case immerse nel nulla e serrate da ruvidi portoni di legno a più mandate… tutti uguali.
Con la stessa lentezza che il luogo trasmette, il cinema indaga gli spazi domestici e, a seconda della sensibilità dei vari cineasti, li addensa in situazioni lugubri da quinte teatrali in proiezioni concitate nell'esasperazione dei sentimenti. Ben lontano da immagini edulcorate, una nuova realtà si manifesta nella routine dell'uomo ordinario: amori e adulteri, politica e guerra, il partigiano e il proletario si uniscono alla formosa donna polesana che diventa icona di un'Italia rurale e sulla cui dimensione muliebre ancora vuole trovare sicura identificazione taluna cinematografia straniera. Una "Malena" deltina antelitteram, simbolo di un mondo eccezionale che in reltà è molto fragile nelle sue dinamiche sentimentali, ma è sorretto da una sacralità contadina di tradizioni popolari tra il taglio dele cane e la marinatura delle anguille.
E come potrebbe non colpire quel susseguirsi di codici sul filo di un'identità agreste, ma anche medio borghese, in cui domina la difficoltà dell'esistenza, la povertà, la desolazione della guerra e la fame? E proprio da qui parte il riscatto!
La grande arteria del Po impone lunghi spostamenti affidati alle strette e silenziose barche lagunari. Ai suoi argini e ai tipici casoni dei pescatori si arriva anche con le frequenti biciclette e le sporadiche moto.
Conoscere il fiume è entrare in sintonia con l'acqua e la sua lentezza è l'essenza della vita stessa…la volontà di abbandonare tutto ed EVADERE NEL NULLA ASSORDANTE DEL SILENZIO.
Tra braccianti e contadine, pescatori, soldati e contrabbandieri il cinema entra nel vissuto della gente e racconta una comunità solo apparentemente chiusa, che alla fine sa aprirsi ai bisogni dell'altro. I luoghi della memoria sono anche ricorrenti negli scambi sociali e negli affetti condivisi come osterie, spacci, locande, balere e fiere di paese.
La cifra di questa mostra sta anche nell'aver celebrato in modo singolare il tema dell'Alluvione, vista dall'inevitabile protagonismo mediatico che si creò con i mezzi di comunicazione e la meravigliosa macchina degli aiuti. Fu un fatto di immagini e di riprese! Intere città galleggianti con barche all'altezza dei tetti. Vicende molto più ascrivibili a una trama cinematografica che a semplici servizi giornalistici.
Alla fine radio e televisioni trasmisero la concitazione di un momento dimostrando all'Italia intera, e non solo, l'importanza globale di un fenomeno altrimenti non percepito nella sua grandezza. Il merito sta anche nell'aver unito affetti lontani diversamente raggiungibili.
I fenomeni di queste terre non hanno visto una corretta valorizzazione, ma gli impegni culturali della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dei vari curatori stanno virando, negli ultimi anni, verso nuove proposte.
La nuova mostra del Roverella è materia di riflessione perchè si inserisce nel progetto “Raccontare il Polesine” attraverso un’ampia rassegna di film, documentari, serie televisive, ambientate nella zona del Delta del Po e dimostra quanto può essere feconda la nostra terra quando si lascia raccontare e viene disancorata dai suoi confini… immaginari.
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Come citare questo articolo
Irene Gianello. “Soggetto Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/soggetto-polesine/