Tra le varie iniziative culturali organizzate negli ultimi anni dall’Amministrazione Comunale di Gavello, tramite la sua Biblioteca, un particolare rilievo è stato dato ad incontri, accompagnati anche da mostre, rivolti alla presentazione e all’approfondimento delle conoscenze storiche del territorio.
In tale ambito figurano le tre edizioni di escursioni in bicicletta rivolte sia a conoscere luoghi potenzialmente adatti ad inserirsi in un più ampio ed articolato percorso turistico lento, a livello interprovinciale, sia a rafforzare l’impegno da parte della comunità locale di custodire e trasmettere alle giovani generazioni testimonianze e memorie che contraddistinguono la particolare identità di un territorio governato (come il resto del Polesine) dalle acque, di cui l’uomo ha sempre saputo sfruttarne le potenzialità, giungendo a renderlo fertile con razionali bonifiche.
Come in altre occasioni sono stato coinvolto nelle iniziative per proporre i percorsi e per guidare i partecipanti nelle escursioni. Questo è stato per me un particolare piacere, non solo perché la campagna di Gavello mi è familiare per le ricerche archeologiche e paleoambientali che da oltre trent’anni continuano ad interessarmi (l’ho anche sorvolata ripetutamente in deltaplano per scoprirne le tracce sepolte di fiumi e strade), ma soprattutto perché al luogo mi legano particolari affetti da tempi precedenti per parentele acquisite e nuove amicizie, cioè da quando iniziai ad incontrarmi ripetutamente con quella cara Lina che continua a condividere la mia vita.
Ed ecco puntualmente presentarsi alla partenza delle escursioni cicloturistiche i numerosi partecipanti: gli organizzatori, rappresentanti della locale amministrazione, gruppetti di amici-amiche, qualche singolo studioso o appassionato di storia locale e soprattutto le non poche giovani famiglie con i loro figlioli, vivaci ma sempre disciplinati.
Gli itinerari, partendo ogni volta da luoghi diversi (dalla piazza di Gavello, dall’attracco fluviale sul Canalbianco, da Magnolina), si sono articolati, tra strade provinciali e comunali, tra viottoli e carrarecce.
Alla ricerca della storia più antica sono stati percorsi i luoghi dove vissero su palafitte genti ben oltre tremila anni fa, come attesta la ricca documentazione archeologica raccolta nelle terre di Larda, conservata nel Museo dei Grandi Fiumi ed esposta in parte anche nei Musei Archeologici Nazionali di Adria e Fratta Polesine.
Nelle campagne dei Dossi ci si è soffermati ad esaminare l’organizzata gestione delle terre da parte degli Etruschi tra VI e IV sec. a.C., a sostegno dell’economia di Adria nel periodo di massimo splendore per i suoi commerci con la Grecia; qui anche i Romani lasciano evidenti segni del loro diffuso popolamento nell’organizzazione agricola del suolo lungo l’importante strada, voluta probabilmente dal console Tito Annio Lusco nel 153 a.C. con le prime espansioni dell’Urbe oltre il Po, per consentire un più rapido collegamento tra Bologna ed Adria.
In epoca medievale la crisi ambientale favorì la deviazione dei principali corsi d’acqua che progressivamente portarono all’assetto idrico attuale. Anche l’antico Tartaro si caratterizzò in un insieme di Canalazzi, che insistevano lungo l’asse di scorrimento dell’attuale Canalbianco.
Intorno al X sec., il principale di questi canali si identificava nel Gabello o Gabellione o Gaibo, detto anche Atrio. Ed ecco che in tali idronimi è da ricercare l’origine del nome Gavello (come anche per Villanova del Ghebbo), mentre Atrio si lega ad Atriano, una denominazione romana del Tartaro. Tra boschi e terre emergenti da ristagni d’acqua si estendevano i beni della nota abbazia benedettina di Santa Maria, considerata il più antico cenobio del Polesine e certamente fiorente nel IX sec.
Ma queste significative testimonianze del passato più antico sono sepolte, e solo sistematiche ricerche sul campo, condotte prevalentemente dal Gruppo Archeologico di Villadose, hanno permesso di evidenziarne alcune ridotte tracce, consentendo anche di proporre la configurazione degli antichi paesaggi.
Per una comprensione dell’evoluzione ambientale del territorio era a disposizione dei partecipanti una cartina dei luoghi con evidenziati i segni di scomparsi corsi d’acqua e la localizzazione delle tracce insediative lasciate dall’uomo.
Richiama il passato sepolto di questi luoghi anche Gino Piva, eccelso cantore del Polesine, che nella sua raccolta di liriche Cante d’Adese e Po del 1931, dedica una suggestiva poesia a Gavello. D’obbligo una lettura durante le escursioni, invitando i partecipanti a tenersela cara nella loro memoria e a divulgarla a familiari e conoscenti. Piva era, come lui stesso si definiva, un remengo e, come tale, vagava in bicicletta nei luoghi del medio Polesine, trovando spesso ispirazione per le sue cante.
Vale la pena riportare di seguito quella che intitola, appunto, “Gavèlo”
Con un saco de bele fantasie vago a girandolò in çerca d’estri per le cante mie, dal Canalbianco al Po.
Eco che andando pian pianin, bel belo, me son dovù fermar sentindo le campane de Gavèlo in gran scampanezar.
Gò ‘verto alora el saco dei pensieri e dentro gò catà che gh’era ‘na volta per ‘sti sentieri, ‘na gran bela çità:
çità famosa per la so Badia che non se vede più, e che l’era la prima Signoria arente le palù.
Ma dopo, co’ le róte e le rovine de l’Àdese e del Po, tuto gà ‘vudo la più trista fine, come dal saco so.
Cossa ghe resta adesso de Gavèlo? L’anima che xe sta? Drento la tera e soto de ‘sto çielo gnente i gà catà.
Ghe vôle ancora un poca de speranza. Ne la tera scavè! E vualtre, se del tempo ve ne ‘vanza, o campane sonè!
Il territorio inoltre, come buona parte del Polesine, vide sul finire del Quattrocento il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia che qui segnò i confini di terre strappate agli Estensi, ancor oggi nella memoria toponomastica di Frontiera, Corte Confina, Chiavica Ferrarese e identificabili in fossati o in stradine che continuano a limitare i territori limitrofi di Crespino e Villanova Marchesana.
Furono le continue bonifiche avviate dai nuovi proprietari veneti, i vari Foscari, Gradenigo, Mocenigo, Minotto, Badoer, Grimani, a lasciarci, oltre che la configurazione del paesaggio attuale, quelle tipiche edilizie rurali in stretta relazione con la gestione agricola del suolo. Sono le numerose, semplici case dei braccianti, le corti, le case padronali, qualche villa, disseminate nella campagna. Oggi hanno perso il loro originario ruolo per le variate tecniche di gestione agraria e, come tali, sono vive solo nella memoria dei meno giovani: spezzoni di filmati d’archivio sentimentali e nostalgici in cui scorrono immagini quotidiane di intense attività agricole e domestiche con tante voci di gente e di animali e diffusi suoni e chiassosi giochi di bimbi sull’aia.
Oggi questa edilizia per la maggior parte è abbandonata e solo in parte salvaguardata con interventi conservativi. Si segnalano alcuni esempi come Ca’ Venezian, Ca’ Paoli, Colombina, Centro Siviera, Boaria Camporosso, Saline. Nell’estesa tenuta Dossi, bonificata nell’Ottocento dove ancora lo Scolo Sbregavalle richiama col suo nome precedenti ristagni d’acqua, ricordiamo Corte Manzoleria, Fenile Dossi, Fenile Are, Pra’ dei Manzi, Figarolo. La nobiltà di antichi possidenti terrieri è espressa nella Tenuta Badoara, nella Villa Minotto e in centro al paese nel Palazzo Grimani, sede del Municipio, e Villa Foscari-Gradenigo, purtroppo gravemente degradata.
Si inseriscono nel paesaggio agreste anche alcune recenti attività ricreative e di accoglienza come la fattoria didattica Galassa e l’agriturismo Corte Confina. Non manca infine la tipica trattoria Margherita a Magnolina di fronte al singolare monumento di Garibaldi, eretto nel 1907 per il centenario della nascita dell’eroe.
Qui si concluse l’ultima escursione con cibi tradizionali tra cui il croccante fritto di bisatej e pessegati, piatto che sovente mi ricordano quanti parteciparono (compresi occasionali studiosi e studenti universitari) tra gli anni 1998-2007 alle gloriose campagne di scavo nel villaggio terramaricolo di Larda e nei suoi dintorni. E la mia memoria va proprio alla fine di una di quelle ricerche sul campo, quando, dopo cena, seduto nel giardino della mia casa rodigina per trovare refrigerio dal calore estivo, assorto a riflettere sulla sempre fantastica esperienza dello scavo, dialogavo idealmente con mia moglie, desiderando intensamente di andare insieme e subito nella campagna di Larda a rivedere per l’ultima volta la trincea ancora aperta. E in quell’occasione sono sgorgati dal mio animo alcuni versi poetici.
Senza volermi confrontare con Gino Piva, riporto qui di seguito quanto allora stesi di getto.
“Nella campagna di Gavello”
Quelle stelle offuscate da questa città pensale più luminose nella campagna di Gavello dove la trincea aperta incide il passato. Pochi amici hanno divelto brandelli di vasi nella cenere di remoti fuochi.
Lama fragile di bronzo dispersa nei limi di estesi canneti. Domani questa fossa sepolta sarà cicatrice rimarginata testimone di conoscenze nuove e di rafforzate amicizie.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Un’identità da preservare”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/unidentita-da-preservare/