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STORIA - TRADIZIONI

Gavello e San Beda “il giovane”

L’Abbazia benedettina, divenuta famosa per la presenza del monaco anglosassone, fu sconvolta dalle acque della rotta di Ficarolo

di Aldo Rondina

Ventaglio Novanta n. 35 2007 pp. 82–85

L’esistenza della contea di Gavello è un fatto incontrovertibile. Ne parlano per la prima volta due documenti diplomatici vaticani risalenti agli anni 775 ed 863.

Nel primo, papa Alessandro I si lamenta presso il re dei Franchi, Carlo, per il contegno poco riguardoso tenuto nei suoi confronti dall’arcivescovo di Ravenna, Sergio, che aveva fatto imprigionare, dopo averlo rimosso, il conte Domenico, suo rappresentante nella piccola città polesana (brevissimam civitatem Gabellensem). Nel successivo, papa S. Niccolò I conferma al vescovo di Adria Leone, terre, diritti e privilegi nella contea di Gavello.

Meno probabile risulta, invece, l’esistenza di un Vescovado di Gavello, che potrebbe essere stato istituito in epoca anteriore alla formazione dell’Esarcato. Tale ipotesi appare avvalorata da un privilegio concesso da papa Gregorio Magno all’arcivescovo di Ravenna Mariniano, il 24 marzo 595.

Gavello è, oggi, un piccolo centro agricolo del medio Polesine, con poco più di 1600 abitanti. La sua storia tuttavia, ha radici assai più profonde, rafforzate in epoca altomedievale dalla presenza attiva dei monaci benedettini insediatisi nell’Abbazia di “Santa Maria” fin dal VI secolo.

La Storia

La nascita di Gavello non è ben chiara, nonostante lo storico Cesare Cantù ne attribuisca le origini ai Fenici ed ai Pelasgi (in “Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto”, Milano 1858-1862).

Francesco Antonio Bocchi, invece, è più propenso a considerare una origine romana. Il toponimo Gabellum, infatti, potrebbe richiamare il luogo in cui si pagavano le tasse doganali, richieste fin dall’antichità per il transito delle merci da luogo a luogo. La presenza del “Municipium” adriese a poche miglia da Gavello, dove ancor oggi si possono rintracciare i segni della romanità, rafforza in maniera assai evidente questa ipotesi.

Anche se, dunque, non esistono certezze sulle origini Gavello, è comunque certo che il paese deve la sua fama ai padri Benedettini che, in quel luogo, fondarono un importante Monastero con abate proprio. Con grande impegno e sacrificio, i religiosi costruirono strade ed argini, regolarono le acque, dando in tal modo avvio alla vasta azione di bonifica dei terreni paludosi e malarici restituendoli alla originaria fertilità.

Queste grandi opere di risanamento dei terreni offrirono alle popolazioni locali la forza per sfuggire alle molteplici avversità, tra cui le ripetute inondazioni alle quali fecero da contenimento i poderosi argini costruiti proprio dai benedettini. Ne è testimone ancor oggi l’Argine dei Frati, che unisce Gavello a Villanova Marchesana e l’antico percorso stradale sopraelevato che univa Adria e Pontecchio, passando accanto all’Abbazia di Gavello.

San Beda: il più celebre monaco dell’Abbazia

Centro già famoso per la sua rinomata Abbazia, Gavello deve comunque la propria notorietà ad un monaco anglosassone divenuto santo. Viene chiamato Beda “il Giovane” per distinguerlo dal confratello benedettino Beda “il Venerabile” (673-735), proclamato santo e dottore della Chiesa da papa Leone XIII, nel 1879. Nome propriamente sassone, Beda significa “uomo che prega”.

Beda “il giovane” nacque all’inizio del secolo IX a Schleswig, nell’Anglia, (parte della Germania oltre l’Elba, abitata da Anglo-Sassoni) occupata nell’anno 805, dopo varie spedizioni, da Carlo Magno. E proprio durante uno scontro con i Franchi, che miravano a conquistare quei territori, Beda fu arrestato e condotto in Francia al seguito dell’imperatore, con molti suoi connazionali.

Alla corte imperiale si distinse ben presto per il suo carattere docile e per le sue doti di intelligenza, tanto che lo stesso sovrano lo avviò agli studi delle scienze e delle discipline militari. Nell’838, quand’era circa trentenne, fu ammesso alla corte di Lodovico il Pio con l’incarico di scrittore, mansione svolta fino all’872, quando decise di consacrarsi al sacerdozio.

Il monarca tentò inutilmente di indurre il suo collaboratore a non abbandonare la corte francese, servita fedelmente per oltre quarant’anni. Ma tutti i tentativi per dissuaderlo furono inutili: non riuscì infatti a trattenerlo nemmeno facendo ricorso alla lusinga dell’episcopato.

Beda si sentiva irresistibimente attratto dalla vita contemplativa e decise quindi di farsi monaco, seguendo la regola di San Benedetto. Fu così che, lasciata la Francia con il compagno Venerio, scelse il Monastero di Santa Maria di Gavello come luogo ideale di perfezione e di preghiera. Correva l’anno 874 quando, accolto dall’abate Guglielmo, con il compagno francese vestì l’abito monastico.

L’età avanzata non gli impedì di dedicarsi allo studio, alla meditazione ed alla predicazione del Vangelo. Nella quiete di quel cenobio trovò persino il tempo per la compilazione di un martirologio il cui manoscritto originale pervenne (non si sa come) alla chiesa metropolitana di Aquisgrana, dove tuttora viene letto quotidianamente. Morì santamente il 10 Aprile 883, assistito dal fedele monaco Venerio e dallo stesso abate Guglielmo.

Non si conoscono i particolari della proclamazione della sua santità, ma è invece noto che fino al 1967 fu venerato nella data della morte (10 Aprile), mentre nel rinnovato Martirologio Romano è gli è stato dedicato il 29 Novembre.

Per oltre tre secoli il suo corpo fu conservato presso la chiesa abbaziale di Gavello, divenuta per questo mèta di pellegrinaggi da ogni parte d’Europa, crescendo pertanto di importanza finché non fu coinvolta nella devastante alluvione del Po, verificatasi a metà del XII secolo e nota come “la rotta di Ficarolo”, che mise a soqquadro gran parte del Polesine.

L’Abbazia si trovò circondata da paludi, ed i monaci furono costretti a trovare rifugio nelle masserie di Ceregnano e di Canalnovo appartenenti al Cenobio. In particolare Canalnovo, situato in posizione più elevata e salutare, costituì per alcuni secoli la vera e propria sede dell’Abbazia. Secondo un inventario stilato nel 1340 per conto del Vescovo di Adria Benvenuto Buzzacarini, il Monastero possedeva “boschi, valli e paludi e altre terre sterili, per la lunghezza di tre miglia circa, fino a confinare con Zillio de Turchis (Fienil del Turco) da una parte e Villanova Burcellorum (Villanova Marchesana) dall’altra”.

Nonostante il trasferimento dei monaci a Canalnovo, l’originaria Abbazia di Gavello non fu mai del tutto abbandonata: la primitiva sede fu infatti affidata alle cure di un solo monaco, con l’incarico di custodire le venerate spoglie Santo¹.

Nel 1233, però, il corpo di San Beda fu trasportato di nascosto a Genova, presso la chiesa di San Benigno. Trafugamento o intervento concordato? Va detto che attorno al fatto sorsero molte leggende e congetture, avvalorate da una biografia diffusa nel sec. XIV. Lo scritto individua come autore il monaco genovese Giovanni Bevilacqua che verosimilmente agì con il consenso dei superiori, desiderosi di proseguire il culto del santo in un luogo più accessibile e salubre. Secondo alcune informazioni storiche, infatti, con il decadere delle condizioni ambientali di Gavello le sacre reliquie custodite nella fatiscente Abbazia erano state pressoché dimenticate.

Ma l’odissea delle spoglie di S. Beda non era ancora terminata: nel 1854, infatti, a cura dei benedettini, il corpo del santo fu trasferito nella chiesa di Santa Scolastica a Subbiaco, dove tuttora viene custodito in un’urna di piombo.

Gli atti conservati presso il cenobio di Subbiaco, testimoniano che il culto di San Beda proseguì ininterrotto nei secoli. Due documenti pontifici riferiti dai Bollandisti, sottoscritti da Innocenzo IV e Gregorio XIII, concedono indulgenze plenarie a chi visita il corpo del santo nel giorno della sua festa e nell’ottava. Inoltre, nel “Proprium Ecclesiae Gemensis” dei benedettini, si trova conferma che, fino al 1854, il Santo veniva celebrato il 10 Aprile (“Festum S. Bedae confessoris in monasterio S. Benigni, ubi ejus sacrum corpus habetur”).

A Gavello, dove se ne era quasi spenta la memoria, il culto fu ripristinato agl’inizi del 1900, per merito dell’Arciprete don Bellino Bellinazzo. Egli riuscì ad ottenere dai benedettini di Subbiaco due preziose reliquie che furono autenticate dall’arcivescovo di Spoleto, appartenente allo stesso Ordine, il 15 ottobre 1906.

Il ritorno in Polesine dei due frammenti del corpo del Santo ha dunque riacceso l’interesse verso S. Beda, del quale la comunità di Gavello, a partire dal mese di Dicembre del 1907, è tornata a celebrare solennemente la festa nella terza domenica d’Avvento.

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Come citare questo articolo

Aldo Rondina. “Gavello e San Beda “il giovane””. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/gavello-e-san-beda-il-giovane/

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