Mai tela fu più chiacchierata di quella del cinquecentista Girolamo Bonsignori, il cenacolo dipinto per l’Abbazia Benedettina di San Benedetto PO (MN), fortunatamente giunto in terra polesana, nell’Abbazia della Vangadizza a Badia Polesine.
Una tela nata sotto una cattiva stella, a giudicare dalle peripezie sofferte e rocambolesche che le sono toccate.
Dipinta per essere inserita in un affresco del Correggio, citata dal Vasari, quale capolavoro del Bonsignori, su modello della più celebre "Ultima Cena" di leonardesca memoria, rubata dalle ribalderie napoleoniche e portata in Francia, ha fatto ritorno in Italia per mano del nobile D'Espagnac che aveva ricevuto in dono tela ed Abbazia, quali bottini di guerra.
Ha avuto un periodo di pace nel refettorio benedettino, oggetto di un clamoroso caso giudiziale quando fu venduta due volte, dagli ultimi proprietari, questa volta italiani: prima con solo preliminare al comune mantovano che ne reclamava a gran voce il ritorno a casa, e poi a quello polesano, con perfezione di vendita. Il tribunale ha dato ragione al comune di Badia.
Ora dorme un meritato sonno di pace nel Museo “Baruffaldi”, fiore all’occhiello della quadreria che le sta sorgendo intorno. Qualcuno la vorrebbe di nuovo in Vangadizza, altri temono le sorti che, in un recente passato, l’hanno vista oggetto di un clamoroso incendio per cui si è dovuto ricorrere ad un restauro quasi miracoloso ad opera dell’apposito centro della Soprintendenza ai Beni Storico Artistici delle Venezie in Verona.
I critici affermano che è proprio in quest’opera che fra’ Gerolamo Bonsignori dà la dimostrazione delle sue qualità di valido artista che ben può stare a fianco col fratello Francesco; infatti il suo disegno si presenta ordinato e sicuro e gli esiti cromatici della sua tavolozza sono improntati a grande armonia. Al confronto con l’opera di Leonardo, questa tela, dalle dimensioni notevoli, non solo non sfigura, ma regge il confronto, con note di un caldo verismo meno simmetrico che nell’illustre precedente.
Fra’ Girolamo, nel suo “Cenacolo” riesce ad imprimere nei volti degli apostoli il loro stato d’animo, con intima e ben riuscita analisi introspettiva. Si nota un grande gusto del particolare, dove i volti, gli elementi decorativi delle vesti, i bellissimi bicchieri e le fiasche di vetro che imbandiscono la mensa sono resi con sorprendente bravura.
La frutta, i pani sparsi un po’ dovunque, alcune saliere sapientemente disposte e minutamente eseguite confermano oltre al gusto compositivo, le capacità grafiche e cromatiche di questo artista e propongono un modo nuovo per trattare questo soggetto che diviene preludio alle opulente e sfarzose mense di Paolo Caliari, il Veronese. Del resto si ritiene che anche il Bonsignori fosse nato nella terra di Giulietta, anche se aveva operato in quella di Virgilio.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “L’ultima cena resta a Badia”. Ventaglio Novanta, n. 1, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/lultima-cena-resta-a-badia/