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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Palazzo Rosada Ubertone

Una piccola perla rivelata, nelle vicinanze del centro di Rovigo. Un bene di rilievo risalente alla fine del Settecento

di Tonina Vegnuti

Ventaglio Novanta n. 59 2019 pp. 8–11

Rovigo è una città poco carismatica. I suoi abitanti generalmente la snobbano, i forestieri di rado la degnano di una qualche considerazione turistica. I giovani non se ne curano, gli anziani le rivolgono distrattamente sentimenti nostalgici, spesso senza alcun interesse per il presente. Eppure Rovigo è ricca di perle che però non danno nell’occhio, e che per fortuna alcune associazioni culturali cercano di portare all’attenzione degli abitanti.

Va innanzitutto detto che nel suo tessuto urbano sono ancora evidenti le tracce delle epoche passate, seppur pesantemente ridotte ed alterate dalle improvvide scelte edilizie del secondo dopoguerra.

Una di queste preziose tracce è il palazzo Rosada Ubertone, che di recente è stato valorizzato da una conferenza inserita in un ciclo di lezioni in accompagnamento alla mostra “Rovigo, sei bella!”, riuscita iniziativa attuata dal C.T.G. (ottobre-novembre 2018).

In quell’occasione, grazie alla volontà e alla gentilezza degli eredi della famiglia Ubertone, è stato possibile visitarne gli interni; e durante la scorsa edizione delle Giornate FAI di primavera il palazzo si è di nuovo aperto al pubblico, rivelando finalmente un gioiello pressoché sconosciuto.

Dal punto di vista architettonico l’edificio non passa inosservato. La facciata principale su via Miani, ma ancor più il lato sul Corso del popolo, ne mostrano chiaramente l’origine veneta settecentesca. La trifora, le teste in chiave d’arco sugli archi delle finestre, i poggioli in marmo bianco, il cornicione a dentelli e il bel cortiletto sul retro discendono da un linguaggio artistico qui molto familiare e si presentano in ottimo stato.

La storia del palazzo e la sua decorazione sono state studiate dalla sottoscritta e dalla dott.ssa Roberta Reali.

La storia del Palazzo

Intorno al 1787 Fortunato Rosada conclude l’acquisto di una serie di case e porzioni di fabbricati in borgo San Bartolomeo e fa ristrutturare il tutto in forma di palazzetto veneto che viene contemporaneamente anche decorato con pitture murali e stucchi.

I Rosada erano ricchi possidenti non nobili, provenienti da Venezia e più precisamente da Pellestrina. Un ramo di questa numerosa famiglia si sposta a Rovigo intorno al 1770 per la compravendita di alcune campagne.

La realizzazione del bel palazzetto dominicale è un segno della buona fortuna economica ma anche della volontà di acquisire uno status sociale più alto. Fortunato entra a far parte della Municipalità francese del 1797. Il fratello Pietro è un vero e proprio uomo d’affari: fornisce il capitale per la dote delle nipoti, compra e vende terreni a ritmo ininterrotto per molti anni, poi diventa anche presidente della Camera di Commercio di Rovigo nel 1803.

Una sorella di questi due uomini, Maria Colomba Rosada, era monaca nel convento delle Cappuccine di Chioggia e, dopo la soppressione napoleonica dell’ordine, si rifugia presso la casa di Rovigo, dove le viene fatta costruire una piccola dépendance in cui lei vive fino alla morte avvenuta nel 1820. E’ ancora oggi visibile la celletta appositamente ricavata che si presenta senza finestre. Alle pareti è appesa una copia del suo ritratto datato 1767, mentre al piano terra è rimasta l’inferriata originale di una finestra con le sue iniziali (MR).

Nel 1850 il palazzo viene intestato a Maria Angela Rosada per salvarlo da un’eventuale ipoteca o vendita (in quanto il fratello Silvestro era carico di debiti). La donna muore senza figli e la discendenza della famiglia era solo femminile (i maschi non si sposarono); ragion per cui la casa passa a vari parenti acquisiti, fino al 1902 quando diventa proprietà dei coniugi Bolognini, che probabilmente furono i fautori del restauro del secondo piano nobile che venne completamente stravolto (prima era identico al primo piano).

Nel 1925 il signorile edificio viene acquistato dall’avvocato Urbano Ubertone dai cui discendenti è tutt’oggi abitato. Oltre ai decori e agli stucchi, sopravvivono alcuni pezzi originali come molte porte lignee e una lunetta di vetro a piombo.

Aspetto artistico ed architettonico

La facciata principale, che dà su via Miani, suddivisa in tre piani, riproduce con la trifora del piano nobile il tipico prospetto della casa veneziana: questa apertura corrisponde alla sala centrale (disposta perpendicolarmente alla strada), su cui si aprono le camere; anche questo è un carattere discendente dal salone rinascimentale e barocco della dimora patrizia veneziana.

La facciata di via Miani è poi connotata da quattro mascheroni in chiave d’arco molto espressivi.

Sul retro, che dà sul Corso del Popolo (un tempo vi scorreva l’Adigetto) un piccolo e grazioso cortile sorge davanti alla seconda facciata, che ripropone le tre arcate della loggia ed è priva di decorazioni, ad eccezione di un poggiolo in pietra.

All’interno eleganza ed accoglienza sono date dagli stucchi di diversi colori, dagli affreschi di Luigi Marangoni, dalle tempere su gesso, dai travicelli dipinti, dai pavimenti a terrazzo e dalla scala in pietra alla romana a tre rami, quasi uno scalone monumentale in miniatura, che si conclude al piano nobile con una balaustra pure in pietra sormontata da due statue: Apollo e una fanciulla con coppia di colombe e due cestini con fiori e frutta.

Le fasi decorative furono quasi certamente due:

• nel 1790-94 con gli affreschi del Marangoni e dei suoi allievi al piano nobile, gli stucchi forse di Giuseppe dal Bene e le statue della scala;

• alla metà dell’ 800 risalgono tre tempere su gesso del soffitto della sala che la Reali attribuisce al veneziano Giovanni Biasin e gli stucchi di due stanze al piano nobile di Andrea Gambazzi di Lugano, datati e firmati.

Gli affreschi del Marangoni sono situati al piano nobile del palazzo e consistono in raffigurazioni a tema mitologico e allegorico. Sulle pareti del salone campeggiano Apollo con la lira, Teseo che abbandona Arianna e un Baccanale. Vi sono poi due soffitti con il Trionfo di Flora e Venere con Cupido.

L’intero ciclo è tutto improntato sull’esaltazione della positività di luce / primavera / amore e fa pensare ad un’iconografia nuziale, anche se non abbiamo elementi certi per affermarlo. Del resto l’opposizione tra giorno e notte, tra luce e tenebre, con l’evidente vittoria della prima sulle seconde, domina anche nelle tre tempere a soffitto attribuite al Biasin (l’Aurora, il Giorno, la Notte) e nelle statue della balaustra che rappresentano Apollo e una fanciulla con fiori (forse una personificazione della Primavera).

Palazzo Rosada si presenta dunque come un bene di sicuro rilievo per la nostra città. Ampi gli apprezzamenti dei soci del C.T.G e del FAI che hanno avuto l’opportunità di visitarlo.

Si coglie l’occasione per ringraziare ancora una volta la famiglia Ubertone per aver custodito con amore un bene prezioso e per aver voluto generosamente svelarlo ai i suoi concittadini.

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Come citare questo articolo

Tonina Vegnuti. “Palazzo Rosada Ubertone”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/palazzo-rosada-ubertone/

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