Nel delta del Po, nelle zone più prossime al mare, dall’alto delle arginature possiamo ancora intravedere i ruderi di case immerse nelle lagune fra distese d’acqua e canneti. Sono le ultime testimonianze di un passato che non ritorna, quando intensa fioriva la vita: terreni coltivati, abitazioni, boschi, la gente dedita al lavoro nei campi… Un mondo scomparso.
Le frequenti alluvioni del periodo 1951-60 e la massiccia quanto selvaggia estrazione del gas metano, causa di un notevole abbassamento del suolo, hanno determinato l’abbandono di grandi estensioni di terreni, di cui si sono impossessate le acque del mare.
Destino questo che purtroppo ha contrassegnato anche la bella isola di Bonelli levante. Era da tutti considerata un giardino, e sono molti coloro, non solo chi vi abitava, che la ricordano con nostalgia.
Una storia, diciamo così, che inizia nel 1924 quando tre fratelli di Milano, Angelo, Emilio e Luigi Daccò, acquistarono dall’allora proprietario Luigi Valentini, originario di Mantova, due larghe distese di terra denominate rispettivamente “Bonelli di levante” e “Bonelli di ponente”, nelle quali le acque del Po e del mare si riversavano liberamente.
La passione per la bonifica aveva conquistato Luigi Daccò, che, estromessi dal condominio i propri fratelli, intraprese dall’anno 1929 la redenzione delle due Bonelli. E fu veramente un’opera di autentica redenzione quella che Luigi, per primo, ed i suoi figli Guglielmo e Guido in seguito, portarono a compimento.
Bonelli Levante, situata fra il Po delle Tolle ed il ramo del Bastimento ai confini del mare, era un’ampia isola paludosa con un’estensione di 594 ettari. L’unico segno di attività umana era costituito da due casoni per la pesca. Luigi Daccò vi costruì prima di tutto adeguate arginature, subito dopo installò due potenti idrovore azionate da motopompe a vapore per il prosciugamento. Poi i terreni vennero opportunamente sistemati con l’escavo di collettori, capifossi e scoline.
I lavori procedettero alacremente bonificando la palude. Sul terreno risanato sorse quindi il centro aziendale comprendente la casa per il fattore, il magzzino, l’aia, una serie di case per i lavoratori, stalle, porticati e fienili.
Nel 1950 la situazione presentava 240 ettari in coltivazione che assicuravano raccolti di riso, frumento, bietole, granoturco ed erba medica. Nelle case messe a disposizione dell’azienda, tutte provviste di metano per l’illuminazione e per il riscaldamento, risiedevano 35 famiglie di contadini, con 197 componenti distribuiti in 92 vani di abitazione.
Giunti a questo punto, la decisione della famiglia Daccò di dedicarsi solo all’azienda dell’entroterra, quel Bonelli ponente che nel frattempo, grazie alle loro opere, aveva assunto le dimensioni di un vero e proprio paese con circa 1200 abitanti.
L’isola passava allora ad un nuovo proprietario, il Conte Oreste Torchio. “Una brava persona – ci racconta un abitante dell’epoca Giovanni Chiereghin -. Con lui, con la sua passione e competenza l’azienda è cresciuta ancora di più”.
Verso la metà del decennio 1950 una nuova proprietà, l’Ente Tre Venezie, conduceva l’azienda fino al 1957, anno dell’ultima alluvione che determinò l’abbandono dell’isola, acquistata sucessivamente in via definitiva dalla Società Aurora. “L’economia naturalmente – osserva Giovanni – si basava solo sull’agricoltura, i residenti erano tutti occupati nei lavori dell’azienda agricola, inoltre la padronanza affidava in compartecipazione anche apezzamenti di risaia, frumento e bietole, in cui veniva coinvolta tutta la famiglia. Non ci mancava nulla, ognuno aveva poi il suo orticello, pollame, il maiale.”
“Noi ragazzi – continua Giovanni – ci divertivamo con poco, tante le festine private trascorse in compagnia. Ricordo ancora con affetto un’amica della mia stessa età, ervamo sempre insieme, dicevano in giro che era la mia fidanzata, ma eravamo entrambi quindicenni: a quell’epoca lei era già una donna ed io ancora un ragazzino, ‘on snarociòn’, come si diceva allora; non abita più dalle nostre parti, ma ancora oggi quando ci incontriamo ci abbracciamo”.
Per andare a scuola, all’asilo, fare la spesa, svolgere le pratiche religiose, così come per momenti di svago quali cinema e ballo, gli abitanti dovevano recarsi nell’altra sponda del Po, a Bonelli ponente. Un traghetto denominato “monsa” e un’imbarcazione più piccola “il passo”, condotta appunto dal “passatore”, assicuravano la comunicazione fra le due sponde.
“L’isola – sottolinea Giovanni – viveva il suo momento più bello d’estate quando arrivavano numerosi i turisti a bordo di lambrette, vespe e biciclette ad affollare la bellissima spiaggia “Marina di Bonelli”, con i suoi alti monti di sabbia, i folti tamerici, il mare, dove si potevano ancora ammirare i branchi di delfini saltare a pochi metri dalla riva.”
“Tutto finisce purtroppo – ricorda con rimpianto Giovanni – il 13 novembre 1957 quando, a causa di una violenta mareggiata, le acque del Po e del mare invasero l’isola. Da allora non è più riemersa, diventando una laguna oggi denominata “allagamento”, dove trovano il loro habitat naturale uccelli e mammiferi, testimoni di una natura ancora incontaminata, sopra la quale volteggiano falchi di palude, germani reali, cormorani e numerose specie di anatidi che variano nel corso delle stagioni, seguendo il loro istinto naturale di migratori. Innumerevoli i laghetti e gli acquitrini dove pascolano aironi, cavalieri d’Italia, beccaccini, pivieri e folaghe.”
Oggi all’orizzonte, tra la laguna e il mare, si stagliano gli “scanni”. L’ambiente estremo si presenta solcato da lunghi cordoni sabbiosi. Spiagge, meta di numerosi turisti, sembrano quasi far da cornice a questo estremo paesaggio che è lì, immutato, col suo particolare fascino che sa offrire in ogni stagione dell’anno: dai colori delle infiorescenze primaverili, ai suggestivi tramonti infuocati dell’estate, all’aspetto quasi irreale che assume avvolto dalle nebbie autunno-invernali.
Nel silenzio che regna intorno si odono, appena percepibili, i richiami degli uccelli, il fruscio della vegetazione palustre spinta dal vento, e quello delle onde del mare che accarezzano le spiagge. Una quiete sopraffatta solo dagli stessi elementi naturali, allorquando si abbattono i temporali, o quando soffiano i forti venti di bora e scirocco, che conferiscono al paesaggio un aspetto ancora più selvaggio e primitivo.
Come unica testimonianza di Bonelli levante è rimasto quell’imponente magazzino che si erge solitario sopra distese d’acqua e canneti, poi… ricordi, solamente ricordi.
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Come citare questo articolo
Damiano Laurenti. “L’isola di Bonelli levante”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/lisola-di-bonelli-levante/