E’ l’unica golena del Polesine, permanentemente allagata, a monte del delta del Po. Insiste lungo una dolce ansa del corso del fiume: inizia in prossimità della frazione di Canalnovo e finisce presso il centro di Villanova Marchesana. Al suo interno si presentano disparati scenari che esaltano, nel tutto, un’unica presenza: la fornace Toti.
La fornace Toti
Nel “Breve profilo storico di Villanova Marchesana” di E. Sardellaro – C. Curina, si legge: “…e infatti i certosini possedevano a Villanova la loro fornace: la parrocchia ha ancora oggi dei mattoni sui quali è inciso lo stemma dei frati.”. Secondo gli autori, Villanova è nata sotto gli “auspici” dell’ordine fratense dei certosini, che avevano una certosa a Canalnovo, nei primi secoli dello scorso millennio. Fornace Toti ripropose l’antica produzione. L’argilla della golena era ottimale per la preparazione dei mattoni e all’inizio del secolo scorso, quando sorsero le fornaci lungo l’asta del Po, anche nella “nostra” golena venne costruito un complesso industriale di tutto riguardo che diede, per circa sessant’anni, benessere e sviluppo economico ai villanovesi e alle popolazioni limitrofe. Durante il periodo di massima produzione di laterizi Villanova contava 4000 abitanti, ora non raggiunge le 1000 anime.
Tre imponenti canne fumarie
Percorrendo la strada provinciale n. 33, in prossimità di Villanova, appaiono imponenti, oltre l’argine, le tre canne fumarie delle fornaci: svettano sicure, altere e marcano la presenza di un’archeologia industriale di evidente interesse storico, culturale e paesaggistico. Le canne sono un’immagine consueta, un’icona, le si vedono da grande distanza, sono un segno di stabilità: il persistere delle radici.
La golena ha assunto l’attuale aspetto in funzione della fornace. Tutto era legato al ciclo produttivo, così mi raccontava nel lontano 1990 il sig. Vittorio Trombini, che, con estremo garbo, si era prestato a darmi aiuto per far conoscere la storia della golena. Il sig. Vittorio era nato nel 1904, aveva lavorato quarantasette anni nello stabilimento, ne conosceva tutti i segreti, le dinamiche, il rapporto della fabbrica con la gente e con l’economia del territorio. Era inoltre un “testimone” della nascita della fornace, il cui primo complesso fu costruito proprio nel 1904, e presenziò alla chiusura della medesima avvenuta nel 1964 perché inadeguata a sostenere la concorrenza delle moderne fornaci a Tunnel.
Ricordo con piacere il sig. Trombini. Nel 1967 era stato insignito della medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica e nominato “Maestro del Lavoro”. Lo ascoltavo con ammirata attenzione. Chiarì subito che la fornace aveva avuto diversi proprietari, ma colui che la portò alla massima attività produttiva fu il commendatore Emilio Toti, con il quale aveva avuto anche rapporti di scambievole fiducia; vi lavorarono fino a 200 fornaciai, ma mediamente 100.
I due complessi industriali
Nella golena si individuano due complessi industriali: quello a ovest, con due forni e due essiccatoi, fu costruito parte nel 1904 e parte nel 1926; quello a est nel 1912. In quest’ultimo, nel 1955, è stata tentata la costruzione di un essiccatoio a celle, capace di sfruttare i fumi caldi del forno. Il nuovo impianto però non raggiunse l’obiettivo prefissato e pertanto, come raccontò il sig. Vittorio, vennero costruiti appositamente dei nuovi generatori di calore. Durante i sessant’anni di attività il materiale da cuocere fu raccolto inizialmente attorno alla fornace del 1904 e poi via via si scavò fino a portare la golena all’attuale situazione.
Le grandi vasche si definirono proprio con gli scavi, ed anche i curiosi isolotti, al loro interno, hanno avuto la stessa origine. Vittorio mi spiegò che quello delle isole era terreno non adatto alla fabbricazione del laterizio.
Una golena unica, in cui la natura convive con gli storici edifici in abbandono
La grande golena è divisa in tre parti: la prima, a est, della superficie di circa 2,5 ettari, ha subito consistenti interventi che l’hanno, da ultimo, trasformata in un luogo deputato alle gite domenicali, con spazi per la ristorazione, il gioco e lo svago in riva al fiume. Ha forma triangolare, con il vertice a levante coperto da arbusti in parte sommersi da piante rampicanti, mentre lungo il bordo laterale, insistono pioppi e salici che procurano la necessaria ombreggiatura. La base del triangolo è lo stradone d’accesso all’area che, in realtà, è il collegamento della strada arginale con la cabina di pescaggio dell’acquedotto.
La parte centrale è di circa 32 ettari ed è quella dove effettivamente insistono le fornaci. Lo spazio è racchiuso da argini, è quindi un vasto catino quasi privo di alberature con al centro fornace “Etna”. Il forno è un “Hoffman” ed è l’unico manufatto, con la struttura interna dell’essiccatoio, ad avere un qualche valore formale. Sono complessivamente tre corpi distinti, dei quali quello a nord e quello a sud erano gli alloggi delle famiglie degli operai.
A ponente si apre un’area vastissima che dagli anni ‘64 – ‘65, cioè dall’interruzione della produzione, non ha subito variazioni significative e dove in questi cinquant’anni la natura si è sviluppata appropriandosi “sapientemente” del luogo fino a “saldarlo” in un unicum straordinario.
Emerge in tutta la sua possanza l’essiccatoio costruito nel ‘26, con l’alto camino situato nel centro. L’edificio, oramai cadente, consta di due corpi formanti una L con delle pregevoli linee architettoniche: la partitura della facciata e il ritmo delle finestre riprendono i caratteri formali della fornace del 1904. L’interno propone massicci pilastri in mattoni che sorreggevano gli impalcati di legno ora crollati. Come non vedervi il duro lavoro che traspare! Il sig. Vittorio rievocava come l’attività fosse incessante, frenetica, in un’atmosfera carica di polveri, fumi e fatica.
Dietro l’essiccatoio principale, si erge la fornace più vecchia che nel tempo ha subito delle trasformazioni significative, anche questa dotata di un forno Hoffman con relativa canna fumaria. Raccontava il sig. Trombini che in cima alle ciminiere, come si trattasse di campanili, erano applicate le sirene che urlavano l’inizio e la fine delle ore lavorative agli operai sparsi per la golena. Attorno alle fornaci erano disseminate altre costruzioni destinate ad usi diversi: il “laboratorio mattoniero”, il laminatoio, i silos, i magazzini, le abitazioni e gli uffici. Di queste rimangono a sud il rudere della casa del sorvegliante e a nord gli uffici e le abitazioni dei meccanici manutentori, ora cadenti e il laminatoio con i silos, tutti molto precari.
Dopo la dismissione, il complesso è stato in parte adibito ad allevamento di maiali e poi di polli con conseguente costruzione di annessi che l’hanno deturpato corrompendone l’originalità.
Villa Toti
Tra le due fornaci, nel 1930, è stata costruita una particolarissima costruzione: villa Toti, che, raccontava il sig. Vittorio, era stata ideata dalla moglie del Commendatore. L’edificio è completamente rivestito di formelle di laterizio a due colori alternati a strisce orizzontali. I caratteri formali e l’ubicazione lo rimarcano come fabbricato innovativo per quegli anni sia nell’impostazione distributiva sia per la sua centralità nell’ambito del complesso produttivo.
Non si tratta del solito palazzo che si incontra usualmente nella campagna polesana, ma è un edificio unico, edificato dove preesisteva un’abitazione costruita agli inizi del secolo. L’edificio appare ora molto dimesso, svuotato da tantissimi anni, cadente in alcune parti, ma conserva ugualmente quel fascino che lo doveva caratterizzare allorquando fu costruito.
Come residenza estiva della famiglia Toti, ha sancito la celebrazione dell’Imprenditore, della produzione e dello stretto legame formatosi tra la fornace ed il territorio. Ancor oggi infatti si nota come la dimensione della villa sappia confrontarsi con i corpi degli essiccatoi e come con la sua altezza riesca ad essere visibile dalla campagna, proprio come i camini dei forni. La sua parte più alta è una torretta d’osservazione, da dove i Toti potevano controllare l’intorno, fin oltre l’argine del fiume. La villa era espressione dei laterizi prodotti, un effetto voluto, la bicromia giallo-arancio e rosso delle fasce delle facciate si combinava armoniosamente con i verdi del parco. Ora resta solo uno strano oggetto, oramai muto. Le sue pessime condizioni richiederebbero un suo recupero, sicuramente improbabile; la vegetazione l’ha ormai coperta, dalla strada arginale proprio non si vede.
Flora e Fauna
Tornando al contesto, ci si può inoltrare tra le vasche camminando su arginelli: la scena muta, cambiano le forme e i colori; la vegetazione è tipica delle zone umide polesane, si osserva una alternanza di salici, pioppi e robinie di notevoli dimensioni, anche a cespo, assolutamente belli attorniati da essenze arbustive: un’armonia davvero gradevole.
Verso “monte”, ha preso posizione una bassa e fitta boscaglia; oltre, l’aspetto muta ancora una volta: in questo ultimo lembo alberelli ed arbusti sono sommersi da piante rampicanti a ciclo stagionale, che si sono impossessate di ogni dove creando un fiabesco movimento ondoso dai lineamenti estremamente delicati.
A tratti spunta il canneto con altre piante acquatiche: le tife ed il caretto. Nelle vasche trovano dimora e alimento i pesci del Po: l’alborella, la scardola, la tinca, la carpa, l’anguilla e il luccio, oltre al pescegatto, al persico sole, al persico trota, al temibile siluro d’Europa e a numerosissimi anfibi. Poi gli uccelli: la cannaiola, il cannareccione, il migliarino di palude, il tarabusino, la folaga e la gallinella d’acqua, il tarabuso ed il merlo, il cuculo ed il pendolino, la nitticora, l’airone cinerino e l’airone rosso. Stormi di passeri, di rondini e di storni svolazzano attorno ai ruderi e tra gli alberi e di notte stridono le civette. Vi vivono ancora piccoli mammiferi, rettili e roditori di varie specie una vera biodiversità da proteggere.
Al variare della stagione la vita cambia, cambia ogni cosa, i colori passano dai toni del rosso, dell’arancione e del marrone dell’autunno, ai grigi dell’inverno, ai verdi delicati della primavera punteggiati di fioriture colorate, ai verdi intensi dell’estate, carichi di polveri.
Questo è il Po a Villanova Marchesana.
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Come citare questo articolo
Lauro Benetti. “La Fornace Toti”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fornace-toti/