La strada si snodava fluida nella pianura già estiva. Pareva un lungo filo che, passando tra i paesi, li volesse catturare unendoli come perle di una immaginaria collana.
Finalmente Liliana poteva godersi lo scorrere del paesaggio mentre viaggiava. Oggi era lei il passeggero, mentre il pullman sfrecciava veloce sulla tangenziale che tagliava in due ampie distese bionde di grano. Sotto il cielo di un insolito, limpido celeste, era adagiata la massa luminescente delle spighe mature.
In quell’ora del primo pomeriggio pareva che il sole traboccasse sulla terra in un bagliore intenso, pieno: un vero urlo di luce.
Qualche nuvola spumosa, d’un candore perfetto si lasciava sfilacciare dal vento mutando forma per dileguarsi in sottili brandelli fluttuanti nell’immenso vuoto di quel cielo di giugno. Ma fu il grano, così intensamente giallo, così abbagliante a condurla nel passato. Un flash back improvviso, inatteso ma profondo ed intenso venne come un desiderio inespresso che si affacciava ai bordi della memoria.
Rivide suo padre, che mai l’aveva accarezzata, né abbracciata per una sorta di atavica tradizione contadina che imponeva di tenere nascosti gli affetti negando anche i gesti che li esprimevano. Lo rivide mentre camminava ai limiti del campo. Lei lo seguiva, bambina con due sottili treccine abbandonate sul petto. Lui sollevò un braccio e con la mano accarezzò le spighe facendole dondolare. Ripeté quel gesto come se suonasse uno strumento invisibile. Dal grano asciutto e brillante uscì un fruscio, un soffio, un respiro vitale.
– E’ pronto! Si può tagliare! –
Il padre strappò alcune spighe e le strinse nel pugno muovendo le dita con forza. Riaprì il pugno vi soffiò sopra lentamente… Piccole pagliuzze volarono via planando leggere nell’aria. Sulla durezza collosa della mano spalancata erano rimasti, pesanti ed immobili, alcuni chicchi giallo scuro, definito, tendente al marrone.
– Mangia! –
Lei si era avvicinata e con le piccole dita aveva becchettato come un passero quei grani portandoseli ubbidientemente alle labbra.
Mentre ne avvertiva la solida consistenza e il gradevole tepore, lui s’era già avviato per entrare nel campo, tra le spighe, per continuare quel controllo che precedeva la mietitura.
Liliana triturò i chicchi e ne gustò la dolcezza farinosa che la saliva trasformò in un boccone elastico e gommoso dal sapore di pane. Masticò ancora un po’ perché quel gusto era buono. Il padre era già lontano e lei non osò entrare tra le spighe perché erano della sua stessa altezza, e poi chissà se lui sarebbe stato contento!
Lo vide ancora accarezzare quell’oro dondolante al sole. Risentì la musica lieve come un soffio e per un breve momento, che subito ricacciò nel profondo, desiderò che la mano di suo padre le accarezzasse i suoi capelli come aveva fatto con le spighe mature.
Deglutì e socchiuse gli occhi mentre il paesaggio dorato aveva lasciato il posto ai tetti della città ormai vicina. Intenso sentiva nel cuore il sapore del grano, che con la dolcezza del ricordo l’avrebbe accompagnata per il resto della giornata.
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Come citare questo articolo
Rosetta Menarello. “Il sapore del Grano”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-sapore-del-grano/