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NARRATIVA

Il mio incontro con Gino Rossi

Racconto verità di Marco Schiavon

di Marco Schiavon

Ventaglio Novanta n. 59 2019 pp. 124–126

Visitando una delle ultime mostre a Palazzo Roverella, tra i quadri che ammiccanti mi osservano dalle pareti, scorgo alcuni lavori di Gino Rossi. “Anche lui di Treviso come me”, penso. “Guarda un po’, tutti e due finiti a Rovigo!”

Mentre i miei pensieri si mescolano ai dialoghi di colore delle tele, sento che si fa strada, tra i misteriosi meandri della memoria, un ricordo che mi lega, in maniera più profonda di quanto potessi immaginare, a questo pittore. Poco alla volta prende forma e, riemergendo tra le nebbie del tempo, diviene nitido…

… Noi bambini eravamo stati lasciati a vagare nel salotto della casa di Renato De Giorgis, pittore di raffinatissima sensibilità, noto nell’ambiente trevigiano. Era un amico di famiglia che in città si poteva incontrare mentre teneva banco in qualche osteria con le sue lucide ed argute osservazioni. Quella volta il Maestro, così si era soliti chiamarlo, ci aveva invitato nella sua abitazione per concludere la serata in compagnia.

I grandi erano di là in cucina, impegnati in accese discussioni di politica e pittura, accalorati da qualche buona “ombra” di prosecco. Noi, liberi, navigavamo con la fantasia tra pareti ricolme di quadri, cullati dal torpore di una poltrona.

Quasi tutti conservano, tra le buone cose di pessimo gusto appese alle mura domestiche, quadri che poco alla volta diventano parte dell’arredo. Appunto… conservano in una sorta di naftalina estetica di dubbio valore. Viceversa le tele, incorniciate nella casa di un pittore, sono vive: esalano, per così dire, un vago afrore che rimanda alla ricerca di tempi perduti tra gli arnesi di bottega dell’artigiano e le vestigia riverberanti il sacro fuoco dell’atto creativo. Nell’abitazione di Renato De Giorgis pareva d’essere dentro lo studio dell’artista ma con un sentimento di ancora maggiore prossimità.

Frattanto gli echi della discussione dei grandi giungevano dalla cucina come le grida dei Proci scannati da chissà quale Ulisse.

“Mi sembra che nei suoi quadri ci siano echi di Mondrian… le linee, le strutture?”

“Va remengo, ti e il to Mondrian!”

Il primo era mio papà, il secondo era il Maestro che, colpito nel segno, reagiva in maniera colorita e, mostrando una sua opera, un’incisione di un nudo femminile, indicava una presunta diagonale formata dalla gamba della signorina e dal suo bel sedere.

“Ara qua el to Mondrian!” esclamò soddisfatto.

La diagonale, indiscutibilmente c’era, anche se l’occhio cadeva felice su appaganti rotondità e armoniose curve adamitiche.

Risate, applausi, “Toh bevi, che bon sto prosecco…”

Questa volta, però, De Giorgis aveva accusato il colpo e non era riuscito a dissimulare il suo risentimento con una battuta di spirito ben assestata.

Forma, struttura … pittura: era stato toccato un nervo scoperto. Cosa temeva?

Lo infastidiva il fatto che ad un suo quadro fosse associata una struttura astratta? Perché? Il ricordo di antiche battaglie perdute? Forse qualche amico lungo quel percorso si era irrimediabilmente perso?

Nel frattempo, sprofondati nel leggero tedio che dà la libertà in un posto dove non si può far niente, la nostra attenzione era stata attratta da due piccoli quadretti. In realtà si trattava di due pezzi di carta di giornale o di qualche rivista incorniciati, sopra cui erano state tracciate delle figure, forse con una matita rossa e nera. Non erano figure complete, ma frammenti di sagome. Linee spezzate aperte ripetute più volte con qualche lieve variazione. Sembravano schizzi di qualcuno che stesse cercando la forma giusta.

Un amico di famiglia, in libera uscita dalla sala delle discussioni, ci spiegò che quelli erano i disegni di Gino Rossi, un bravissimo pittore che aveva finito la sua vita in manicomio.

Le nostre domande sui matti e i manicomi scrosciarono incontenibili: I matti perché? I matti per dove, i matti cattivi, i matti buoni? Un mio amico ha visto un documentario sull’elettroshock…

Quello che mi colpì nelle risposte dell’adulto fu che in manicomio non ci finivano solo i “matti”, ma anche persone con una sensibilità particolare, e che talvolta queste persone, non trovando più la forza di affrontare il mondo esterno, si sentivano persino protette da strutture così opprimenti.

Saranno state quelle parole, sarà stata la canzone dello Zecchino d’Oro “…in via dei matti numero zero…”, fatto sta che la parola “matto” ha sempre evocato in me un alone di risonanze positive: un lazzarone simpatico che sbeffeggia i bigotti luoghi comuni e, come Amleto, dice quello che nessun’altro ha il coraggio di dire… tranne gli eroi e i santi, si intende… anche se il matto non ambisce per sé al plauso della gloria tributatagli da una statua impomatata dai colombi o al consenso di una qualche divinità sproloquiante da estatici paradisi disumani.

Fu questo il mio primo contatto con Gino Rossi. Un ricordo lontano e quasi ancestrale appartenente all’infanzia, conservato con la tenerezza e la devozione con cui si custodiscono i cimeli di quando si era bambini.

Rimasi colpito dall’ingiustizia che un essere umano tanto dotato e sensibile non avesse potuto esprimere il suo talento in modo compiuto. Un sentimento che mi sono portato dentro fin da bambino e che è riemerso nella mia mente dopo la visita alla mostra allestita a palazzo Roverella.

Così ho maturato l’idea di rendere giustizia all’artista trevigiano con il Teatro ed ecco prendere vita “Il colore della forma”, dramma da me scritto incentrato sulla figura di Gino Rossi.

In questo testo teatrale lo sfortunato pittore consegna a Renato De Giorgis degli schizzi, gli stessi schizzi che la casa di De Giorgis ha regalato ai miei occhi e che ora io vorrei idealmente consegnare a voi lettori, in una sorta di staffetta del ricordo, per donare la memoria di un uomo, dalla straordinaria sensibilità artistica, alla cura delle vostre menti; perché non vi è nulla di più prezioso e sicuro dove poter custodire le storie degli uomini.

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Come citare questo articolo

Marco Schiavon. “Il mio incontro con Gino Rossi”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-mio-incontro-con-gino-rossi/

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