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ESPLORANDO IL POLESINE

L’altare della Madonna del Rosario

Sostando presso il secondo monumentale altare della chiesa di Arquà, rivivono i ricordi della mia infanzia

di Natalia Periotto Gennari

Ventaglio Novanta n. 65 2024 pp. 15–17

È bella la chiesa di Arquà Polesine. Certamente per la sua facciata nelle linee del “dolce Rinascimento”, ma, anche, per il rapporto con lo spazio che la circonda.

A prima vista sembra isolata: il sagrato, perfino solenne nella sua solitudine sopra cinque gradini, la mole dell’abside voltata ad est verso i cipressi del camposanto, ormai in campagna, un terrapieno, a prato ben tenuto, sostenuto da una mura uniforme, la separa dalla via sottostante, come le pievi di montagna, alte sul loro paese.

E, in realtà, la chiesa di S. Andrea Apostolo in pieno medioevo è stata una pieve – plebs cioè gente/ popolazione – la chiesa per il suo popolo appunto. Infatti, come si esce dalla porta di mezzogiorno, il cortile con ciuffi di erba breve (si sa che le chiese di campagna “erbose hanno le soglie”) chiuso ad angoli retti tra la chiesa, il campanile e la facciata della vicaria e, da lì, la fila di case che scendono verso la piazza sono a modo loro la conferma, concreta e ben visibile, di religione, ovvero di un legame cioè (religio/re-ligo/unisco, se dobbiamo fede all’etimo) tra la chiesa e il suo paese, che la solitudine del sagrato per un attimo sembrava interrompere.

E poi, dentro.

Dentro c’è l’odore un po’ appassito di cera e di umanità proprie delle chiese, l’ombra e la frescura tanto care agli scrittori europei degli ultimi secoli come si legge nei diarî del loro grand tour in Italia. Tuttavia, c’è qualcosa di più del fresco: un tremito di freddo, un alito di paura rimasto intrappolato fra i banchi e gli altari una notte di novembre del ’51 quando l’acqua della rotta arrivò minacciosa quasi al sagrato senza riuscire a scavalcarlo.

Ecco, qui, dalla parte degli uomini, l’altare per cui siamo venuti, quello della Madonna del Rosario, il secondo a sinistra: “piis expensis d. Iacobi Periotto. 1811”.

Neanche il tempo di leggere l’iscrizione e un altro altare ci richiama indietro: è il primo, sempre a sinistra, quello del Crocefisso. Lo definiscono un’opera di grande qualità: il corpo a grandezza naturale è pieno di vigore, il viso, piegato sulla spalla, è invece quello di un uomo già morto; sconfitta è la sua espressione, senza colpa, senza rimprovero¹.

Per me, l’altare del Crocefisso di Arquà è l’infanzia: uno stato d’animo ancora senza domande, di inquieto stupore, anche di sgomento credo, comunque indecifrato, ma ben radicato se – mi ricordo ora di colpo – quel pomeriggio della settimana santa, in Castello, in cui Vito il macellaio sgozzò l’agnellino, fulminea mi passò davanti l’espressione del viso del Cristo crocefisso.

Adesso, davanti a questo altare, posso dire che quell’antico turbamento mi si è maturato in un metodo di interpretare il mondo e, di conseguenza, in un criterio di comportamento. Ma, sempre ora, mi capita di pensare che non siamo noi a ricordare; sono le cose ad avere ricordi, li trattengono e ce li riconsegnano intatti, mentre noi passiamo per caso. Mi viene in mente un libro di Sergio Garbato, si intitola Di passaggio. Può darsi, non so, lo abbia sfiorato un pensiero del genere?

Privo di ricordi per me, invece, è l’altare della Madonna del Rosario, “l’altare de to nono” (ovvero del nonno), concludeva mia mamma, sbrigativa al solito su questo lato degli affari di famiglia. Un dono alla chiesa per generosità (piis expensis) di Giacomo-Iacobus – Periotto nell’anno del Signore 1811. Anno, anzi anni, delle grandi secolarizzazioni napoleoniche, quando autentici tesori scomparivano dalle chiese per ricomparire in altre. Le storie minori, è risaputo, sono fatte dalla storia egemone.

Ma chi era Giacomo Periotto, il donatore, che mia madre indicò a me bambina col l’epiteto “to nono”? Non il nonno, venuto dopo. Di Giacomo non abbiamo il documento attestante la sua nascita, ma nel libro dei Morti della Parrocchia di S. Andrea lo si dice figlio di Gaetano e si dice che morì il 21 settembre del 1845- cent’anni prima della mia nascita – sacramentis munitus – come tutti, ma et pontificia benedictione corroboratus. Con qualcosa in più, dunque.

Giacomo Periotto, un uomo che si preoccupava equamente della salute dell’anima quanto del buon nome in terra: di sicuro una persona in vista se, nell’atto di battesimo del suo primogenito, Aldebrando, mons. Antonio Felisati, arciprete della Vicaria, si riferiva ai genitori come Domino Jacopo e Domina Margarita.

Ma con tutto ciò, che lavoro faceva questo mio bis-bis nonno? Quali erano i suoi interessi, le sue passioni? Come governava la sua vita? E perché questo importante altare marmoreo nella Chiesa di S. Andrea? Un dono per grazia ricevuta? Per invocare un aiuto? O, speriamo di no, per ambizione, per vanità?

Intanto qualche risposta riguardo all’altare. Sappiamo, da M.T. Pasqualini Canato, che l’altare veniva da Venezia; forse, anzi sicuramente, arrivò ad Arquà diviso in blocchi, data la sua grandezza, sui barconi che scendevano da Chioggia attraverso la laguna, per poi risalire il Canalbianco, tirati da quei potenti cavalli che trainavano le chiatte lungo le marezzane. Di certo esistono documenti in proposito, da qualche parte ho letto di atti notarili. Bisognerebbe fare un piccolo studio, ricostruire, confrontare, casomai ricorrere alle ricerche di Antonio Budri, appassionato di storia locale, un mio prozio anche lui…

Ma, per ora, può bastare un ricordo di famiglia, tra i pochi a non essere andati dispersi: là, sotto i coppi, nel granaro delle zie Periotto, dentro a un grande baule verde-scuro, di quelli con le borchie di ottone, tra un mucchio di altre carte, mio fratello dice di aver letto le bollette di accompagnamento e le ricevute di transito dell’altare, guardate a vista dalla carcassa di una pantegana. Ma anche queste sono ormai andate perse. Rimane solo una traccia nell’Archivio parrocchiale: Jacobus, filius quondam Cajetani, poi suo figlio Aldebrandus Antonius Cajetanus.

Quest’ultimo lo battezzarono il 24 luglio 1831 in pompa magna: due padrini di famiglia ragguardevole, uno dei quali nobilis Antonius Biscaccia Carrara, de civitate Rhodigii, ai cui cognomi l’arciprete si preoccupò di aggiungere il casato paterno e materno.

Poi venne mio nonno, ancora vivo nel 1945; ci siamo incrociati per poco. L’ultimo, Giovanni Sergio Gaetano, era mio padre, maggio 1900, chiamato alle armi dopo Caporetto – come tanti nati nel primo semestre del 1900 – anche se non era un ragazzo del ’99.

Questo è tutto ciò che resta.

Quasi un peccato se non fosse che in questo pomeriggio di inoltrata primavera, Arquà mi ha restituito l’infanzia.

Così, esco dalla porta granda nell’ultimo sole che si attarda, tramontando, sul portale di S. Andrea come su tutte le chiese della cristianità, lascio un cenno di saluto alla campana che “riposa muta”, ma non inutile, sull’orlo del sagrato; mi incammino lungo i lastroni di pietra del largo marciapiede come se seguissi una via sacra che fin dai tempi antichi ha congiunto il tempio alla sua città.

Passo davanti all’ex teatro Littorio, alla casa di mio nonno, dove io sono nata – l’unica dei suoi nipoti a nascere nella casa di famiglia – e che non è mai stata mia, davanti al forno – ora in disuso – della Pierina Zerbinati che mi raccolse quando una sera di giugno uomini venuti da fuori pestarono di botte mio padre davanti alla casa del maestro Vicentini.

Proseguo fino in fondo alla strada, fino a S. Antonio: l’intonaco rosso della chiesetta si accende per riflesso del tramonto sulla facciata di S. Andrea, un arco di luce indifferente alla storia, per non dire alla cronaca, rispettosa solo dell’“ora del tempo” congiunge la Chiesa Madre al suo oratorio. Dove mio padre e mia madre si sono sposati il 18 di maggio del 1927.

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Come citare questo articolo

Natalia Periotto Gennari. “L’altare della Madonna del Rosario”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/laltare-della-madonna-del-rosario/

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