Nel centesimo anniversario della nascita e nel decimo della morte, ricordiamo Giannina Giunta, apprezzata insegnante di Rovigo nata in città nel 1925 in via Belfiore e morta, a novant’anni, nel 2015, nella sua casa in Corso del Popolo. Una donna che ha dedicato tutta la sua vita all’insegnamento, all’attenzione nei confronti dei più bisognosi ed inoltre con i suoi scritti ha lasciato un’interessante memoria di un’epoca.
Giannina Giunta ha partecipato alla vita culturale della sua città e, quando è stata libera dagli impegni di scuola, ha pensato di mettere per iscritto i ricordi che, di volta in volta, si affacciavano alla sua memoria: quegli avvenimenti di cui era stata protagonista o semplice spettatrice fin da bambina. Testimonianze raccolte in tre libri: il primo “Rovigo, Rovigo” pubblicato nel 1994, il secondo “Rovigo, passato e dintorni” nel 2004 e il terzo “Amo la mia città, Rovigo, e tanti ricordi” nel 2009.
Sono tre volumetti che hanno uno stesso filone. Si tratta infatti di episodi e aneddoti che fanno riferimento alla vita di Rovigo ed ai personaggi realmente vissuti in questa città nel primo Novecento; alle usanze della nostra campagna polesana negli anni precedenti o di poco successivi alla guerra 1940-45; a vicende e fatti, spesso tristi, di quella guerra che ha toccato anche Rovigo e persone della città.
Giannina Giunta, dopo aver conseguito il diploma magistrale, si è specializzata alla scuola ortofrenica di Firenze e ha seguito corsi di aggiornamento a Bressanone, Roma e Verona.
È stata la prima insegnante polesana ad occuparsi di ragazzi “difficili” ottenendo risultati insperati. Per questo, nel 2009 la Provincia di Rovigo le ha conferito un importante riconoscimento: “Un ringraziamento dovuto per i lunghi anni di lavoro svolto con professionalità e impegno costante”.
Giannina ha collaborato con quotidiani e riviste locali. Ha fatto parte degli “Amici del teatro” di Rovigo ed è stata socia fondatrice del “Gruppo Autori Polesani”.
Di volta in volta Giannina ha presentato i suoi libri a Rovigo e in qualche località dei dintorni. Con i suoi scritti non ha voluto fare un’opera letteraria, ma ha inteso lasciare un documento che ha più che altro un valore storico. Il riferimento è a quella storia che ci ha riguardato da vicino, che tutti noi, di una certa età, abbiamo vissuto quotidianamente in quegli anni. Una galleria di avvenimenti e personaggi che sembrano marginali nella vita della città, ma che – invece – costituiscono il sale di tante vicende di un passato da non dimenticare.
Certi racconti – che sembrano semplici aneddoti locali – vanno a inserirsi nelle grandi vicende nazionali: come la guerra, l’emigrazione, l’alluvione del Polesine del 1951, la scuola e il mondo della cultura, il modo di fare villeggiatura delle gente o semplicemente quello di vivere e lavorare.
Episodi, scenette apparentemente isolate le une dalle altre, ma che – tutte insieme – costituiscono un mosaico, che propongono un percorso completo per conoscere la Rovigo della prima parte del secolo scorso. Una ricostruzione fatta non soltanto attraverso gli avvenimenti o i personaggi più significativi della città, ma anche in virtù di quelle figure e di quelle storie di contorno che hanno completato la vita stessa del luogo.
In questi libri Giannina mette sempre in risalto i valori più importanti che queste figure hanno espresso nella loro vita: l’onestà, la laboriosità, il senso del dovere, la generosità, il rispetto, l’amicizia e – anche quando parla di persone un po’ strane o delle più emarginate – non le descrive mai con derisione o disprezzo, ma sempre con comprensione e carità, trovando ogni volta in esse il loro aspetto più umano.
Anche il modo stesso in cui i libri sono scritti, che è un modo semplice, con storie brevi, appena abbozzate, penso abbia il suo valore. Credo che proprio per questa caratteristica essi abbiano un loro pregio particolare. Giannina racconta quanto è accaduto attorno a lei in modo spontaneo, come esce dalla sua mente, come sgorga dal suo cuore, e lo dà al lettore nella sua essenzialità, proprio come stesse parlando direttamente con lui. E possiamo vedere questo nei racconti che fa, racconti che avrebbero potuto essere molto più lunghi, con esposizioni molto più particolareggiate, anche un po’ più romanzate, se vogliamo. Invece Giannina butta giù la scenetta in modo schematico e lascia tutto il resto ai nostri ricordi.
Il lettore viene trasportato nel passato. Giannina gli fa respirare l’aria e i sapori di una volta, gli fa rivedere la città, i luoghi, gli avvenimenti, le diverse persone e i mestieri che le hanno caratterizzate. Riporta alla luce, con familiarità e attualità, i vari personaggi incontrati in quel tempo lontano, figure ormai scomparse: quelle importanti che hanno lasciato una traccia durevole di sé nei cittadini o quelle più semplici che sono rimaste soltanto nella mente di Giannina. Le fa rivivere nuovamente come esistessero ancora e le presenta sempre senza nostalgie e rimpianti ma con tanto affetto – come fa con la levatrice, le lavandaie, el strassaro, el spazacamin, el gelataro, le sartine. Oppure quando ricorda il carnevale, le due fiere di Rovigo, i luoghi del Delta e in particolare quando parla dell’Adigetto e dei suoi caratteristici ponti, che univano le sue due rive e collegavano i due distinti quartieri della città.
Ecco, proprio di questo Adigetto, si potrebbe dire che si sente un qualche cosa di particolare, un certo affetto più profondo, perché deve essere stato molto importante e presente nella vita di Giannina, bambina e poi fanciulla, come pure nella vita stessa della città perché l’Adigetto – per Rovigo – non costituiva solo una immagine estetica, ma era anche il fulcro economico di attività che si sviluppavano lungo il suo percorso. Ricordiamo, infatti, i barconi che trasportavano il sale, il pesce e le verdure che arrivavano da Chioggia, o anche soltanto le lavandaie che lavavano i panni nelle sue acque – allora pulite – come pure le due figure di Libero e Anita, come Giannina le descrive, che andavano sulle sue sponde a bagnare e a battere il baccalà.
Per concludere possiamo dire che Giannina Giunta ci ha presentato storie e fatti, che si propongono come miniature, come piccoli quadri dipinti con colori – a volte tenui e a volte forti – da una acquarellista attenta e sensibile. Brevi scenette che diventano testimonianze di vita vera; a volte episodi lieti e gioiosi, a volte ricordi tristi e crudi di un periodo duro della nostra vita, però sempre scenette che sanno anche diventare poesia.
Sono fiero di poter dire di aver presentato in diverse occasioni Giannina Giunta e i suoi libri, pubblicazioni che oggi più di ieri rappresentano testimonianze preziose di un passato da non dimenticare.
A lei ho dedicato una poesia in lingua polesana che, a conclusione di questo mio scritto, ripropongo qui a lato per gli amici di Ventaglio90.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “Giannina Giunta (1925-2015)”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/giannina-giunta-1925-2015/