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STORIA - TRADIZIONI

1944, precipita un aereo a Trecenta

Ancora parzialmente avvolto nel mistero il grave incidente aereo verificatosi nel corso della seconda guerra mondiale

di Giovanni Saretto e Claudio Vallarini

Ventaglio Novanta n. 52 2016 pp. 86–89

Sopravvive ancora, a Trecenta, nella memoria dei più anziani, l’episodio dell'abbattimento di un aeroplano alleato avvenuto il 7 luglio 1944.

Erano le 10:30 del mattino e i guardiani sulla torre civica nella piazza erano particolarmente preoccupati: davanti ai loro occhi si era materializzata una formazione di grandi aeroplani, ed era quanto bastava per far scattare l'allarme. La sirena aveva perciò lanciato un potente e fastidioso suono, il cui significato era inequivocabile: mettersi subito al sicuro! Gli abitanti, o meglio quelli che ne erano capaci, erano allora corsi a nascondersi nei rifugi e nei fossi delle campagne che, a quel tempo, erano certamente più rigogliose di oggi¹.

La guerra dal cielo si sentiva di giorno e di notte, incutendo terrore e insicurezza, mentre si diffondeva il timore di un attacco in grande stile. Più che altro si trattava però di falsi allarmi.

Ma dopo che Padova e Treviso erano state bombardate il 16.12.1943 e il 7.4.1944 causando migliaia di vittime, e dopo che nel maggio 1944 a Lendinara, un aviatore abbattuto aveva ucciso un militare italiano che voleva catturarlo, fascisti e tedeschi sapevano bene che con gli aerei alleati non c'era affatto da scherzare e avevano alzato i livelli di guardia e contrasto. Fu pertanto allestito un efficientissimo servizio di contraerea e un gruppo di intercettazione che aveva sede negli aeroporti veronesi di Bovolone e Villafranca, al punto che, tra incidenti aerei e abbattimenti, nei venti mesi di guerra, in provincia di Rovigo, si conteranno oltre 15 aeroplani e 80 piloti abbattuti, un numero tutt'altro che insignificante.

La prima tra le città polesane ad essere fortemente colpita dai gangsters dell’aria – così erano infatti definiti sul Gazzettino quegli aeroplani – fu il capoluogo Rovigo, che il 10.7.1944 vide una formazione di bombardieri scaricare 200 bombe, provocando ben 20 morti. L'ultima devastante incursione, (da accostare per violenza e distruzione a quella subìta dalla cittadina spagnola di Guernica) toccherà a Lusia, che il 20 aprile 1945 verrà rasa al suolo e conterà 74 vittime, ogni anno ricordate nella giornata del tragico anniversario con un tocco di campana.

Ma torniamo a Trecenta, nella mattinata del 7 luglio 1944. Nella tenuta Guerrina, a due passi dal fiume Tartaro verso Canda, le famiglie erano andate al lavoro abbastanza presto: i Chieregatti per sradicare il lino, i Frison² intenti a seguire la trebbiatura del frumento. Ai sedici abitanti della corte si erano aggiunti gli operai agricoli del vicinato e c’era un’aria festosa, come sempre nelle giornate della trebbiatura, con quella bella macchina in legno tutta dipinta di rosso, collegata ad un trattore Landini, nella quale si gettavano i fasci di grano e ne uscivano, separati, frumento e pula.

C’era anche qualcosa di misterioso, in quel grande attrezzo agricolo, soprattutto per i bambini: una macchina che per qualche giorno distoglieva i contadini dal lavoro dei campi e li portava sull'aia per la fine della mietitura che si sarebbe conclusa con una gazega, dove si sarebbe mangiato e bevuto, dimenticando per qualche ora la fame e, chi ne aveva, i figli lontani per la guerra.

Lo schianto e le vittime

Quel giorno, improvvisamente, i contadini sentirono il rombo di un aereo che si abbassava minaccioso verso la cascina: lo videro e tutti pensarono che cadesse proprio su di loro e sulla mietitrebbia. Ma il veivolo, dopo aver sfiorato i tetti della stalla, andò a schiantarsi, con un fragoroso boato, in un campo a 50 metri dall’aia.

Un senso di dolore colse tutti i presenti, che, dopo lo spavento, constatarono la gravità di quanto era accaduto: l'aeroplano si era praticamente disintegrato, lasciando sul campo una parte della fusoliera e una grande ala, mentre a terra si contavano, privi di vita, ben sette aviatori. Un altro, che forse si era lanciato col paracadute, era invece caduto sopra un albero di noce vicino al macero della canapa. Constatate le numerose ferite, fu portato all'ospedale, dove però non sopravvisse.

Secondo un testimone³, l’equipaggio dell’aereo abbattuto era composto da altri due aviatori, che si sarebbero salvati lanciandosi col paracadute rimanendo nascosti presso l’abitazione di alcuni contadini⁴. Infatti, dopo l'impatto, la gente corse sul luogo, un po’ per semplice curiosità ma anche per vedere se poteva portare qualche aiuto. Dalla vicina località di Berguerina alcune donne si avviarono con delle brocche d'acqua, ma i tedeschi le rimandarono indietro.

Nel pomeriggio, dopo che l'armamento di bordo era stato caricato su un camion e un altro camion aveva portato via i corpi dei caduti, la gente del posto e quella dei luoghi vicini iniziava a smantellare l'apparecchio, indotta anche dalla necessità di reperire materiale d'uso quotidiano di cui vi era notevole necessità⁵.

L’aereo e la missione del volo

I resti dell’aereo furono così ben presto rimossi, per cui già al tempo risultò difficile stabilirne il modello. A questo si poteva però risalire facendo riferimento al numero dell'equipaggio: un B17 Fortezza Volante nel caso di 8-10 uomini; mentre se l’equipaggio era composto da 10-12 uomini, bisognava pensare ad un B24 Liberator; aerei che disponevano di un’apertura alare rispettivamente di 31 e di 33 metri.

Il fervido ricordo del testimone interpellato⁶ rimanda inequivocabilmente ad un quadrimotore statunitense specializzato nello sganciamento di bombe di grosso calibro ed armato con una dozzina di mitragliatrici (sette erano quelle rimaste nella carlinga) disposte sul muso, sulla torretta, sulla coda, sui lati e nel ventre, che sparavano proiettili da 12,7 mm lunghi 6 cm, capaci di colpire un bersaglio ad almeno un chilometro.

Quegli aeroplani erano dei veri e propri fortini volanti, che si libravano in cielo in formazioni medie di 30 esemplari, e, dopo aver volato ad un'altezza di 6-7.000 metri⁷, lanciavano gli ordigni in dotazione devastando ferrovie, ponti, acquedotti, fabbriche, scuole e interi quartieri.

La certezza circa il modello di aeroplano ci giunse attraverso l’opera di uno studioso statunitense, Charles W. Richards, autore di The Second was first, The 2nd Bomb Group History⁸, in seguito alla gentile segnalazione dell'associazione culturale Archeologi dell’Aria. Nello studio del ricercatore statunitense venivano indicati: il modello di aeroplano, un Boeing B-17/G (matricola 42-31848) appartenente al Secondo Gruppo del 429° Squadrone di Bombardamento; la missione svolta; i nomi dell’equipaggio, confermando così quanto già ipotizzato dagli autori.

La missione assegnata al B17, caduto quella mattina nel territorio trecentano, era di bombardare lo scalo ferroviario di Verona. Dopo aver centrato l'obiettivo, la formazione di 28 aerei stava ritornando verso Amendola, in provincia di Foggia, dove si trovava il più grande aeroporto militare d’Europa durante la seconda guerra mondiale. Dopo aver colpito l'obbiettivo aveva però subìto un pesante attacco della contraerea e poi quello di due piccoli aeroplani da caccia tedeschi che avevano inseguito e mitragliato il B-17/G danneggiandolo gravemente, causando la sua esplosione e caduta a Trecenta.

Stranamente, i nomi degli aviatori registrati presso l'archivio comunale di Trecenta risultano essere solamente tre: il mitragliere laterale sinistro Sgt. Charles Edward Brower – Auchor, con n° di matricola AAEG 12027423, il mitragliere di torretta superiore S/Sgt. George B. Miller, matr. 34689062; il mitragliere di torretta inferiore Sgt. Lowis A. Rodriguez, matr. 32331177.

Il secondo gruppo, che sarebbe composto dal pilota William A. Runyan, dal copilota Raimond G. Haug, matr. 0-819518, dal Sgt. Clarence F. Smith, matr. 33585103, dal mitragliere laterale destro Sgt. Clarence R. Coullet, matr. 31173113, e dal bombardiere puntatore Sgt. Curtis A. Pfaff, matr. 0-749741, fu invece trasportato, forse in altra data, al cimitero di Legnago (Verona).

Richards riporta inoltre i nomi e le testimonianze dei due aviatori sopravvissuti: il navigatore Lt. William L. Mc Ilhargie, con matr. 0-708512 e il radio operatore Sgt. Paul Alexo, matr. 331872309.

Permane invece ancora un dubbio sul loro destino, poiché Richards li definisce POW (Prisoners of War, prigionieri di guerra) ed entrambi furono catturati nello stesso giorno dell’impatto e condotti all’ospedale, da dove furono verosimilmente condotti in un campo di prigionia in Germania.

A livello storico, quindi, sarebbe opportuno valutare se i due aviatori superstiti furono effettivamente catturati dai nazifascisti oppure vennero protetti da contadini come narrano gli autori locali. Ma, a prescindere da quale sia stato il loro destino, rimane il fatto di un aeroplano caduto in un piccolo paese della provincia di Rovigo e della solidarietà fornita a degli sconosciuti aviatori, con grande rischio della vita; un atteggiamento molto presente seppur poco noto nella comunità italiana in quel periodo che, in questo modo, contribuiva anch'essa al processo di liberazione dal nazifascismo sul suolo italiano ed europeo¹⁰.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Giovanni Saretto, Claudio Vallarini. “1944, precipita un aereo a Trecenta”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/1944-precipita-un-aereo-a-trecenta/

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