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PERSONAGGI ILLUSTRI

Adalgisa Calzaverini (1896-1992)

Una scrittrice unica, dalle mille sfaccettature, interessata all’introspezione e alla valorizzazione del nostro Polesine

di Massimo Vigna

Ventaglio Novanta n. 59 2019 pp. 90–95

Un’antica leggenda greca narra che Agesilao, uno dei più grandi re spartani, accettando di dimostrare il suo valore nell’uso delle armi in un luogo poco consono al suo rango, solennemente sentenziasse: “Dimostrerò al mondo che non è il luogo che onora gli eroi, ma sono gli eroi che onorano il luogo!”. Agesilao vi riuscì, fu grande e la fama di Sparta oltrepassò i confini della Grecia; e la sua città, riconoscente, gli tributò onori e memorie.

Non sempre però questo succede e il detto “Nessuno è profeta in patria” non è poi tanto falso. Così si trovano persone che non sono tenute in gran conto, pur avendo onorato la loro terra e averle dato lustro con il loro lavoro. Se si tratta di spiriti eletti, tuttavia, la storia, prima o poi, renderà loro giustizia ed allora i “profeti” torneranno in patria e, con il senno di poi, tutti renderanno loro i dovuti riconoscimenti.

E’ questo il caso della nostra Gisa che, nonostante le indubbie capacità letterarie, l’originalità, la ricchezza della scrittura poetica e l’alto valore della sua opera, non riuscì mai a trovare la strada e le opportunità che ne valorizzassero appieno i meriti e dessero giusto risalto alla sua opera.

Da lettori e cultori di cose polesane, ci sentiamo di affermare che non si può dire di conoscere il Polesine nella sua ricchezza senza aver letto o preso contatto con l’opera di Adalgisa Calzavarini, o più semplicemente “Gisa”, come lei amava firmarsi.

Anche Angioletta Masiero, presentando il suo libro “Al tocco della parola – Ritratti di autrici del Polesine dal Settecento ad oggi” ne ha parlato diffusamente in modo encomiabile, definendola “la penna che cantò il Polesine”, lamentandone l’ingiusto oblio che avvolge, con l’opera di Gisa, anche molta parte del nostro patrimonio letterario e culturale del secolo scorso.

Il legame col territorio

Nata in Polesine, a Bagnolo di Po, il 14 Novembre 1896, Gisa trascorse in questi luoghi tutta la sua vita, fino alla morte che la colse a Badia Polesine presso la casa di cura dove era ricoverata in seguito a grave malattia, il 4 agosto 1992. Ha nutrito per la sua terra un amore profondo, lo stesso che ebbero i suoi avi, e fece di tale sentimento il motivo ispiratore della sua multiforme attività di educatrice, scrittrice e pubblicista.

Il suo mondo letterario iniziò a prendere forma agli inizi degli anni trenta: ne segnava la via il motto “Bisogna saper fiorire là dove Dio ci ha seminato” che non è solo un adagio ma quasi un manifesto poetico, un credo, una dichiarazione di intenti. E le sue descrizioni, i suoi racconti, i suoi bozzetti, piccoli affreschi a pennellate veloci, squarci di natura e di umanità, apportarono un contributo fondamentale alla conoscenza di questa terra, cogliendone i molteplici aspetti anche sociali e le trasformazioni verificatesi.

Leggere Gisa significa immergersi nel Polesine in un lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni sessanta del Novecento: una terra fatta di campi e fatiche, di acque non sempre amiche, di nebbie e tramonti unici, di povertà e umanità, di fede e rivoluzione; una terra dai mille volti plasmata da una società ora sparita e tramontata con l’avvento della civiltà industriale forse troppo velocemente sull’onda di un benessere che tutto ha travolto e smitizzato.

Olga Visentini, grandissima scrittrice di Letteratura per l’infanzia con cui la Nostra intrattenne una grande amicizia e un fitto rapporto epistolare, nel 1949, notava che “in fondo ai suoi articoli sfavillanti di arguzia, c’è profondità di pensiero unita ad una acuta psicologia e ad una grande comprensione umana delle creature.

Gli scritti

Di Gisa ci rimangono due libretti agiografici dedicati a San Gottardo e San Sebastiano, rispettivamente patrono e co-patrono di Bagnolo di Po, e una moltitudine di scritti vari dispersi in tante riviste, ma soprattutto raccolti nel periodico “La Vita Scolastica” di cui curò la sezione “Cantuccio Letterario” e poi “Arcobaleno” dalla fondazione nel 1947 al 1975, anno in cui cessò la sua collaborazione continuativa con la Giunti.

Di tutto questo grande patrimonio di scrittura ne curò lei stessa l’ordinamento, suddividendolo in cinque raccolte che costituiscono un ricco florilegio di esperienze vissute, di problemi, di personaggi, di passioni, di ricordi, di incontri, quasi un programma, un progetto letterario. A questo proposito avrebbe voluto dar vita ad una serie di pubblicazioni di cui aveva già ideato i titoli: “Bagnolo di Po, Storia e Leggenda”, “Il respiro della terra”, “Polesine, dolce terra di mesopotamia”, “Ansia di pellegrinare”, “Cronache pettegole di un paese da nulla”. Un progetto che non trovò però un editore disposto a scommettere (nonostante gli innumerevoli premi ed attestati) sulla bontà di una prosa così lirica e fascinosa da competere con pagine di autentica poesia.

Una scrittura, la sua, che ti fa riscoprire, attraverso il magico mondo della parola, a volte ricercata, a volte letteraria – ma sempre precisa e calzante – profumi dimenticati, sapori perduti, paesaggi mitici ed unici. Un mondo prorompente, festoso ed elegiaco nel gioco eterno degli opposti, fatto di piccole e grandi cose, di miseria e di ricchezze, di tragedie, ma anche di gioie, profonda umanità e solidarietà, di fede salda e di valori incrollabili.

La vita e l’anima di Adalgisa Calzavarini è tutta qui, interamene racchiusa nel cerchio degli affetti familiari, delle Lettere, del giornalismo e della scuola, a cui dedicò tanti anni della propria vita, nell’intento di diffondere i principi di una sana morale e nobili e generosi sentimenti. Umanità ed amore fanno di lei una scrittrice unica, sempre nuova e convincente, dalle mille sfaccettature, sempre tesa all’introspezione ed all’analisi dei propri moti interiori e alla valorizzazione dei tesori di sapienza e saggezza racchiusi nell’anima popolare, che costituiscono la ricchezza e l’unicità del nostro Polesine.

I miei incontri con Gisa

Credo che le mie parole ben poco possano aggiungere di nuovo ai giudizi di eccellenza che molti critici hanno espresso nei confronti della nostra conterranea e perciò vorrei parlare della nostra autrice usando un ricordo che appartiene al ristretto cerchio degli incontri e delle più vivide, interessanti e significative esperienze della mia vita.

Gisa ha sempre fatto parte, in qualche modo, della mia vita fin da quando, giovane alunno delle elementari, mi recavo da lei per qualche ricerca. Mi era facile arrivarci, e non era da tutti: lo consentiva la vecchia amicizia familiare e il biglietto di presentazione della maestra.

Lei mi gratificava di un thé e biscotti, qualche dolcetto, un cioccolatino. Amava parlare e ci si stava a lungo con me; la sua indole di maestra impareggiabile offriva i tesori della sua cultura, della sua sensibilità e della sua ineguagliabile capacità di raccontare e narrare storie. Non tornavo mai a casa a mani vuote e molto spesso portavo con me, dono graditissimo, un libro, uno a mia scelta fra i tanti che stavano impilati sulla sua scrivania e in ogni dove; ne avremmo parlato sicuramente la volta successiva e ciò costituiva uno stimolo non indifferente.

Anche a lei devo, dunque, la passione per la lettura, la scrittura e la storia. A poco a poco questi incontri divennero un’abitudine e le visite si prolungarono nel tempo e continuarono, se pur a ritmi meno frequenti, anche da adulto quando, studente universitario, mi forniva dati e piste di ricerca per la mia tesi di laurea sul Polesine; o, giovane maestro, mi era preziosa consigliera di letture pedagogiche e didattiche.

Gisa, in paese, la conoscevano tutti. Lei parlava con tutti, ma era un privilegio di pochi, essere annoverati fra i frequentatori suoi e della sua casa. Memorabili le sue feste per la nipote, cui era ammessa solo la migliore gioventù del paese e dintorni con accompagnamento di mamme e papà a sorvegliare il ballo.

Credo avesse poco da spartire con chi le stava intorno nella “borgata pittoresca” dove risiedeva, per lo più povera gente, braccianti ed operai spesso analfabeti, se non la quotidianità. Il suo mondo era altro. Tuttavia, pur nell’eccezionalità della sua esperienza di vita, sapeva relazionarsi con tutti perché – diceva – “siamo tutti figli dell’aiuola che ci ha visti nascere” e “bisogna saper fiorire dove Dio ci ha seminato”. Andare a casa di Gisa, “la scrittrice”, la “giornalista” era, quindi, un vero e proprio evento, un “distinguo”.

Gisa, la “signorina”, era una donna speciale. Mi affascinava con la sua dolce parlata, con l’affabilità dei modi, con la semplicità del porgere, con la modestia del suo essere, con la gentilezza, la signorilità della sua persona e l’originalità della sua personalità, con la sua grande cultura classica e letteraria. La nomea di scrittrice contribuiva poi a darle un’ulteriore aura di fascino e mistero.

La casa – e l’anima – di Gisa

Già il varco del portone ti prometteva qualcosa di inusuale. Ti accoglieva subito il profumo del glicine che avviluppava la facciata a mezzodì ed inghirlandava, con i suoi grappoli, un’antica madonna attorniata di angioletti.

L’aia, a pietre rosse, tra vasi di gerani, di erbe odorose, piante grasse e alberi carichi di limoni e piccoli mandarini, era tutto un andirivieni di animali domestici. Cani, gatti, caprette, colombe, galline scorazzavano liberamente: era terra di liti furibonde tra cani e gatti, tra gatti e colombi, tra caprette e cani e gatti, tra gatti e colombi, tra caprette e cani che lei dirimeva con piglio dolce ma autoritario. Tutti avevano un nome proprio, quassi fossero della famiglia, e Gisa li amava, li coccolava, ci scherzava. I gatti – tre o quattro – erano i veri re. Si avvicendarono, secondo le sorti della vita, Pinco, Pallina, Melania, Tigre, Fufi, Petronio, Ulisse, la Portoghese, Giacomo. Era tutto un ringhio, un soffio un miagolio, uno starnazzo, e, in primavera, il tubare della colomba Uga che covava le uova si confondeva al tutuare delle tortore e i fischi dei merli.

Di fronte alla casa, poi, il giardino dalle aiuole ben disegnate, bordate da alte erbe, ampio, folto, lussureggiante, ombroso, misterioso, fiorito di lillà, gigli, margherite, violette, iris, tulipani e giacinti, forsizie, oleandri, e ancora glicine, glicine a pergola: “Un fiore per ogni stagione”, diceva. Amava i fiori: li fotografava continuamente quasi a misurarne la crescita, a fissarne lo sviluppo. Li raccoglieva in grandi mazzi, ne riempiva le stanze. Adorava il calicantus che svettava superbo al limitare dell’aia, rivolto al sole nascente.

Oltre l’aia, il brolo, terra di scorribande giovanili, con i suoi ciliegi, il susino, le pesche, i filari dell’uva e ancora fiori: rosai con rose di ogni mese e magnolie stellate, melagrani e fiordipesco. Lì, se il tempo era bello, amava passeggiare avvolta nel silenzio alto e profondo della campagna; le voci della terra le erano amiche e le conosceva una ad una, le rimbalzavano nel cuore facendole nascere ricordi sopiti. Ed era poi un pullulare di immagini, uno zampillare di fatti – fatti ed episodi minimi, quotidiani – che la sua penna sapeva tratteggiare abilmente con parola precisa, pregnante, poetica.

Mi affascinava anche la sua casa, così diversa dalle altre, così particolare, così personale, così densa di memorie, così segnata di passato e presente. Sul muro della sua stanza da lavoro erano quadri, targhe, riconoscimenti. Antiche foto di familiari scomparsi, giovani fanciulli e maturi uomini barbuti, occhieggiavano dalle pareti e ti guardavano con sguardo severo, dandoti il senso di una volontà di continuità, mai tradita. E poi libri, pile di libri, giornali e riviste dappertutto, sul tavolo, sulla libreria, sulla cassapanca, sul divano, nell’angolo, per terra, in un allegro disordine che sapeva di fattiva ed continua attività.

Gisa, infatti, fu anche donna del suo tempo, aperta alle innovazioni, curiosa delle novità, con relazioni culturali e frequentazioni di alto livello, girovaga e osservatrice acuta del mondo e degli eventi. Lo testimonia la sua opera di giornalista, di pubblicista e di opinionista. Ma il suo mondo interiore era altra cosa e il suo sforzo continuo fu quello di coniugare tradizione ed innovazione, passato e presente con una lucidità ed una fede salda nei propri valori fondamentali che erano quelli dei nostri padri: la patria, la fede, la famiglia, l’onestà, la modestia, la solidarietà. E la sua casa era simbolo visibile di un’esperienza di vita e Lei ce l’offriva così, tout court, semplicemente.

La casa, lo capimmo con l’esperienza, era luogo fisico e dell’anima, specchio della sua vita, lo specchio su cui proiettare la vasta esperienza del mondo, riconoscerla ed interpretarla attraverso quella lente. Lì, tra quelle antiche mura, a due passi dagli antichi palazzi e dalla chiesetta della borgata, era tutto il suo mondo più vero. Un “piccolo, mondo antico”, pieno – per dirla alla Fogazzaro, anche di “piccole cose di pessimo gusto” che tuttavia avevano, per lei, una significazione e una loro ragion d’essere.

La casa era il rifugio, il nido, un’ancora di salvezza e di stabilità, un porto sereno cui ritornare per ritrovare quiete e sicurezza e ricomporre, in un quadro armonico, l’ordito di un vivere che un mondo in veloce trasformazione sconvolgeva e trasformava sempre più fino a renderne irriconoscibile il disegno e l’esito. Nella tranquillità della sua casa poteva dar voce al suo mondo poetico e fissarne i contorni nella natura, negli affetti, nella memoria di ciò che fu e continuava ad essere dentro di lei.

Ecco perché nel dare alle stampe un libro che raccogliesse una piccola parte della sua produzione, edito in occasione della doverosa intitolazione a lei della scuola primaria del paese, a testimonianza che prima o poi i profeti ritornano e la patria li riconosce, non potevamo che scegliere come titolo “L’ombra della casa ed altre storie bagnolesi: cronache pettegole e non di un paese da nulla”.

Diceva un filosofo che ciò che si ha in se stessi, è l’essenziale per la felicità umana, e Gisa, lo crediamo, pur nelle alterne vicende della vita che colpiscono tutti, fu veramente felice.

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Come citare questo articolo

Massimo Vigna. “Adalgisa Calzaverini (1896-1992)”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/adalgisa-calzaverini-1896-1992/

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