Guido Crepax, uno dei maggiori fumettisti e illustratori italiani, autore del famoso personaggio Valentina, per vari anni disegnò le copertine della rivista Tempo Medico. Su queste ritraeva grandi medici, ai quali era dedicato un articolo all’interno del periodico. Nel numero di giugno 1968 appare l’immagine di un volto sorridente, mentre in secondo piano si vede una donna cinese che sottopone a una strana terapia riflessogena (una sorta di agopuntura, ma eseguita con bacchette) un anziano dalle evidenti dita artrosiche.
Quel signore sorridente, che sembra guardare con vivo interesse la seduta di terapia, era un medico polesano, che merita di essere ricordato tra le grandi personalità della nostra terra: Antonio Scarpa.
L’occasione per ricordarlo ci viene dalla fortuita scoperta, sui banchi di un mercatino dell’usato fatta – niente poco di meno che – a Lisbona da Sergio Zanellato di Loreo, di un volume di fotocopie, ovvero il curriculum vitae dello Scarpa. Molto probabilmente tale curriculum era stato redatto dal medico stesso, in quanto contiene le copie di gran parte dei suoi lavori e dei suoi titoli, a partire dalla pagella delle elementari. Come il fascicolo sia approdato a Lisbona in Portogallo è davvero un mistero!
Scarpa nacque a Loreo il 25 marzo 1903 da Francesco, segretario comunale, e Ernesta Cervi, insegnante elementare. Si laureò a Padova con 110 e lode, sostenendo una tesi in patologia esotica. Un interesse, questo, per la medicina dei paesi tropicali, che con il tempo si ampliò anche all’etnomedicina.
Specializzatosi in pediatria, nel 1935 segnalò a un congresso lo strano fenomeno, già peraltro noto agli etnologi, della cosiddetta “lactatio serotina” (che in seguito denominerà lactatio agravidica), cioè della ripresa della capacità di allattare, mediante particolari artifici, da parte di donne già in menopausa di popolazioni tribali africane, per nutrire neonati rimasti orfani.
Per approfondire i suoi studi sulla medicina tradizionale iniziò una serie di viaggi scientifici che lo portarono, nel corso di un cinquantennio, a visitare i quattro angoli del pianeta: dal periplo dell’Africa all’Amazzonia, dalla Lapponia al Giappone. Per tale motivo Scarpa si definiva “medico periodeuta”, cioè girovago come i medici erranti dell’antica Grecia.
Racconta così in un’intervista sul settimanale “Gente” nel 1983 la sua prima spedizione: “Partii per il Sahara francese portando in tasca un salvacondotto per la Legione Straniera e, sottobraccio, un gallo. Il salvacondotto mi dava il diritto di chiedere aiuto e ospitalità nei fortini più avanzati. Quanto al volatile, ha vegliato sui miei sonni, facendo giustizia degli scorpioni velenosi che infestavano le capanne in cui ero costretto a pernottare. Era il 1935, e in Africa non si trovavano alberghi per turisti”.
Nel corso di questi viaggi Antonio Scarpa compie ricerche presso centinaia di popolazioni, raccoglie campioni, filma e fotografa, accumulando così una serie di preziose testimonianze di medicina popolare, che poi confluiranno a formare un museo presso l’Università di Genova: il Museo di Etnomedicina intitolato proprio al medico loredano.
Nel 1955 il Ministero della Pubblica istruzione istituisce e gli affida la libera docenza in Etnoiatria, che lo scienziato insegnerà presso l’Università Statale di Milano. Diventa inoltre direttore generale dell’Istituto italiano di etnoiatria e della prima pubblicazione internazionale di etnomedicina apparsa al mondo.
Molteplici sono gli aspetti di medicina tradizionale indagati da Scarpa, e impossibile qui anche solo elencarli. Ricordiamo, solo a titolo d’esempio, la dimostrazione che sugli oltre trecento punti dell’antica agopuntura cinese, un centinaio trovano una equivalenza nelle pratiche empiriche del vecchio continente.
Scarpa attribuisce questo parallelismo, secondo lui indipendente da contatti culturali, alla legge della “costante intellettuale dell’uomo” (anche se, secondo chi scrive, la conoscenza delle comuni recenti origini dell’uomo, ci deve far pensare piuttosto a radici comuni nei vari campi del sapere).
Negli anni settanta acquistarono popolarità i guaritori filippini, che dicevano di operare a mani nude, estraendo dal corpo di malcapitati pazienti oggetti o pezzi di organo “malati”. Alla fine dell’intervento sul corpo non restava alcuna cicatrice. Scarpa rivolge la sua curiosità al fenomeno, e nelle Filippine assiste ad “interventi” di questo tipo, li filma, e per primo nel 1972, ne dà una spiegazione razionale. Riesce infatti a sottrarre a fatica alcuni di questi corpi estranei che, una volta esaminati, risultano essere niente altro che visceri di animali domestici. Ma l’intento di Scarpa non è di semplice smascheramento di truffatori. Egli infatti ammette che tali “operazioni” rientrano nella pratica degli “espedienti a cui ricorrono tutti i guaritori per ottenere, nei loro pazienti, reazioni psicosomatiche”.
Le concezioni magico-superstiziose, se studiate con approccio scientifico, possono secondo Scarpa rivelare utili conoscenze. Riferisce nel suo testo “Etnomedicina” del 1980: “Perfino la scoperta della penicillina sarebbe certo stata anticipata se si fossero intrapresi studi di etnoiatria sull’uso di un preparato dei Maya dell’America centrale: i medici-stregoni di queste tribù guarivano malattie gravissime con una medicina chiamata cuxum. Questo farmaco veniva confezionato con chicchi verdi di frumento che, dopo essere stati abbrustoliti, venivano lasciati a fermentare. In seguito una muffa rossastra li ricopriva interamente, e da questa muffa, che veniva mescolata ad altre sostanze, si ricavava il portentoso rimedio”.
L’importanza delle collezioni archiviate da Scarpa e donate all’Università di Genova è esemplificata dal fatto che nella recente importante mostra “Homo sapiens: la grande storia della diversità umana”, tenutasi a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni e curata da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani, alcuni reperti provenivano proprio dal museo di Genova. Tra questi, anche un rospo mummificato!
Un anno dopo, all’età di novantasette anni, il 18 gennaio del 2000, Antonio Scarpa, medico che a partire dalla nativa Loreo aveva girato il mondo studiando e ricercando, si spegne nella sua casa di Rapallo. La sua salma viene trasportata a Loreo e tumulata nel camposanto dove alcuni mesi dopo lo raggiungerà la moglie.
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Come citare questo articolo
Francesco Crestani. “Antonio Scarpa (1903-2000)”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/antonio-scarpa-1903-2000/