“La va male, no se ciapa più gnente, la roba i te la buta in-coste [contro], i te taca le tasse par monzarte come ’na cavarina, i vole sepelire prima del tempo la zente ca lavora in campagna!”
Simili sfoghi, che sono frutto di disagi più o meno reali della vita d’oggidì, nel nostro Polesine si sentono con sempre maggior frequenza.
Gli anni ’90 avrebbero dovuto aprirci le porte dell’Europa assicurandoci maggiore stabilità economica, ed invece si sente ogni dove parlare di regressione, di chiusura di fabbriche, di decurtazione delle pensioni, di applicazioni di nuovi balzelli, della lira in caduta e, pervenire a noi, di svilimento dei prodotti agricoli con conseguente crollo dei redditi legati ai campi.
Tempi grami davvero, che giustificano il coro di lamentele, tanto che si sta facendo strada una certa comprensione per la tanto vituperata categoria dei “fituai” in passato a torto lamentosi.
“Fituale” è la forma contratta di un termine tardo-medievale ossia affittuario; rappresentava colui che, disponendo di una certa liquidità e capacità amministrative, assumeva l’impegno di condurre per conto dei grandi feudatari le loro terre, facendole produrre mercè l’opera di un esercito di contadini ridotti allo stato di servi della gleba.
Tale sistema dalle nostre parti si sviluppò e fece scuola dal ’500 in poi, quando i nobili veneziani riversarono i loro capitali sulle terre polesane da poco acquisite con la guerra, impreziosendole di magnifiche ville.
L’affittuario divenne nella parlata locale “fituario” quindi “fituale”, assumendo come si può facilmente immaginare i contorni di un personaggio potente e temuto, il quale esercitava per conto dei nobili padroni i poteri più disparati e anche oltre, col logico risultato di attirare su di sè il rancore e l’odio dello strato sociale più povero, ridotto a vivere al di sotto della soglia di sussistenza.
Col passare dei secoli, ed il mutare delle situazioni politiche, molti “fituai” riuscirono ad impadronirsi delle terre che prima amministravano soltanto, conservando comunque arroganza e dispoticità. Rimasero soltanto i piccoli “fituai”, genere di contadini più agiati degli altri che, con sforzi sovrumani, erano riusciti a farsi affidare dai 20 ai 50 ettari di terreno, per l’affrancamento dei quali dovettero attendere il secondo dopoguerra al traino dell’industria crescente e del commercio.
Oggi gli scontri sociali sono scomparsi e le diversità affievolite. Ciononostante la memoria collettiva, che specie per le cose sgradevoli rimane di ferro, ripropone il termine “fituale” come un piatto andato a male, un boccone amaro e indig eribile, un corpo estraneo di cui disfarsi.
Nei primi anni ’20 di questo secolo, la nostra popolazione, provata dalla lunga anche se vittoriosa guerra, faticava a trovare il suo assestamento sociale: erano gli anni degli scontri cruenti fra socialisti e i neonati fascisti: Correva sulle bocche una canzoncina strimpellata dai contadini col fazzoletto rosso al collo diretta ai piccoli affittuari per dileggiarli e nello stesso tempo per attirarli dalla loro parte:
“Corajo fituai, no ste aver passion… el formenton al terzo, e le cane del paron…”.
Pensate un po’ a che razza di condizione erano sottoposti i “fituai” allora; lavoravano per un terzo del raccolto di granoturco, con l’impegno di consegnare al padrone perfino le canne della pianta per l’alimentazione bovina. Molti di costoro infatti, vincolati da contratti capestro, finirono per andare “aramengo” precipitando allo stato di braccianti.
I “Rossi” allora, rafforzati nelle loro idee da quegli esempi tristi, predicavano la rivoluzione bolscevica cantando:
“Nel 19 e per l’anno 20 gran cambiamenti dell’umanità… I fituai ridati a mezàdria, sta male l’agraria e more et P.P. (Partito Popolare di Don Luigi Sturzo) Via… via… ai conti con Lenin…”
Trionfò invece il Fascismo, imperarono le grandi illusioni, passò il turbine della guerra, il resto è storia recente.
Venne il benessere per tutti attraverso le forche Caudine dell’emigrazione e la biblica inondazione del Po. Poi finalmente i “fituai”, anche piccoli, realizzarono il loro sogno secolare: riscattare le terre, sia pure con il concorso di aiuti governativi, elevandosi a un gradino più che dignitoso.
Rimase però loro appiccicato quel termine stantio ed ammuffito che sembra non debba scrostarsi mai, tanto che fino agli anni ’60 le madri sconsigliavano le proprie figlie ad imbarcarsi in avventure sentimentali con essi: “Lassa ch’el vaga par la so strada, et xe on fituale, et te cargarà de fioi e de laoro come na mussa!”.
I “fituai” del resto, anziché adoperarsi per sfatare questo luogo comune, oneroso da sopportare, l’hanno sempre inconsapevolmente alimentato con il malvezzo inestirpabile della lamentazione.
Mio nonno, che in campagna trascorse l’intera esistenza, prestando la sua fine opera di vivaista e fabbro a proprietari e “fituai”, rampognava questi ultimi dicendo: “Fe’ de manco de lamentarve, nessun ve darà mai gnente, …sa restarè poareti i ve pissarà in-coste, sa deventarè siori i ve odiarà… solo i can i mena la coa e pò i mostra el c…!”.
Ma ora, come dicevamo, la gravità della crisi economica che non risparmia l’agricoltura sta portando maggior comprensione verso il mondo rurale, dando forse luogo ad una parziale modifica concettuale del termine “fituai”, usato per tanti anni con connotazioni negative.
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. ““Corajo fituai… No ste’ aver passion…””. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/corajo-fituai-no-ste-aver-passion/