Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Nel cuore di un’antica bonifica

Partendo da Lendinara, un percorso cicloturistico, toccando San Bellino, Fratta e Villanova del Ghebbo, tra canali e ponti, per conoscere la storia di un territorio a lungo conteso tra terra e acque.

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 6 1992 pp. 22–27

L’itinerario che proponiamo, di circa Km. 25, è particolarmente suggestivo se fatto in bicicletta, innanzitutto perchè solo con tale mezzo si ha l’opportunità di muoversi veramente a contatto con l’ambiente, e poi perchè alcune delle osservazioni qui proposte sono effettuabili soltanto in bici o a piedi.

La partenza è fissata presso la chiesa di San Biagio a Lendinara. Imbocchiamo via Roma, ovvero la strada che, dirigendosi verso sud, porta a San Bellino. Superata la ferrovia, la via cambia nome: viene chiamata via Valli, indicazione questa che palesa chiaramente la natura del percorso, che secoli fa conduceva a due specchi palustri a sud di Lendinara, denominati rispettivamente valle di San Biagio e Valdentro. Ancora più a meridione, oltre San Bellino, si trovava infine il lago della Destesa.

Si trattava di ampie paludi, originate dal difficoltoso deflusso delle acque e da inondazioni o tracimazioni del complesso sistema idrografico polesano che, oltre ai grandi fiumi, Adige e Po, comprendeva un consistente ramificarsi di altri corsi d’acqua, instabili e non infrequentemente rovinosi. Tra questi nella zona va citato, a nord l’Adigetto (un tempo molto più ampio e minaccioso del piccolo canale odierno); a sud il Canal Bianco chiamato nel cinquecento Castagnaro, allora un ramo dell’Adige, proveniente dall’omonimo comune, che riceveva pure le acque del Malopera, anche questo fuoriuscente dell’Adige a monte dell’Adigetto e pertanto delimitante ad occidente col Castagnaro il bacino interfluviale considerato; ad est, in senso nord sud, lo Scortico, originato dall’Adigetto a Villanova del Ghebbo che, dopo aver intersecato l’abitato di Fratta Polesine, si getta ancor oggi nel Canal Bianco presso il Pizzon.

Nel 1462 buona parte della zona divenne proprietà di Peregrino Presciani, che la ottenne in donazione da Borso d’Este, come gratifica per importanti servigi prestati. Ma soltanto dopo 9 anni, lo stesso Peregrino Presciani ebbe occasione di far conoscere al duca estense i problemi idrografici dell’area, informandolo che le ampie valli, un tempo pescose, erano divenute morte, a causa di un cambiamento di corso del Casagnaro.

Fu dunque Peregrino Presciani ad avviare la bonifica dell’area, che nel toponimo di Presciane – paese posto tra San Bellino e Castelgugliemo – ricorda ancor oggi il nobiluomo ferrarese promotore della sistemazione idraulica del territorio considerato. Nel 1555 subentrò nella proprietà la famiglia dei Tassoni – anche in questo caso ferrarese – in seguito al matrimonio di Ferrante Tassoni con Beatrice Presciani.

Nel frattempo però, in seguito alla famosa guerra del Sale, 1482-84, i territori a nord del Canal Bianco erano caduti sotto la dominazione della Serenissima, e a Fratta si erano insediati nobili veneziani, tra cui i Corner, i Loredan e i Badoer, che si trovarono ben presto in conflitto con gli eredi del Presciani sia per i confini dei poderi, che per gli sversamenti degli scoli di bonifica. Contenzioso che sarà risolto sul finire del XVI secolo con la costruzione di due ponti canali sotto lo Scortico – il cui alveo si era nel frattempo innalzato – per permettere il deflusso delle acque di bonifica verso oriente, seguendo la naturale inclinazione della pianura padana.

Fu così che si potè risolvere completamente il problema dell’impaludamento delle valli a sud di Lendinara, il cui territorio è ancor oggi solcato da tre scoli di bonifica: il San Biagio, il Valdentro e il Canda. Tutti e tre si unificano nel Valdentro, che poi, passando sotto lo Scortico presso Fratta, tramite il citato ponte-canale di deflusso, prosegue il percorso impostogli dall’uomo, fino a S. Apollinare, dove raggiunge le acque del Canal Bianco.

È proprio alla confluenza del Canda col Valdentro che stabiliamo la prima tappa del nostro itinerario.

Per raggiungere tale punto, dobbiamo portarci a Tre Ponti. Valicato l’ultimo ponte, si prosegue lungo l’argine destro in terra battuta del canale Valdentro, seguendo il flusso della corrente. Ci si inoltra nella campagna per circa seicento metri, fino a giungere alla confluenza con lo scolo Canda.

Qui troveremo un importante cippo, fatto installare nel 1788 “concordemete” da Aloysio Mocenigo e Filippo Molin – come si legge nell’iscrizione in parte scalfita da un improvvido tentativo di sradicare la lapide. Si intendeva in tal modo suffragare col segno notabile la fine di annose beghe sulla zona di bonifica, e nel contempo esercitare una forma di controllo sul livello delle acque, reso agevole da una scala idrometrica incisa sul cippo stesso.

Fatta una breve sosta e scattata una foto ricordo, ritorniamo indietro, di circa trecento metri, fino ad intersecare la strada asfaltata, seguendo la quale raggiungeremo San Bellino.

Qui è obbligatoria una visita alla parrocchiale, che contiene l’arca del santo a cui è dedicato il paese. Come vuole la tradizione, il vescovo Bellino, padovano, perse la vita nella zona nel 1145, in seguito ad un’aggressione organizzata dai Capovacca, accerrimi nemici dell’uomo di fede. L’arca in cui era stato sepolto il santo, trascinata da un’alluvione, restò occultata per 137 anni sotto un cumulo di terra, finchè fu portata alla luce da un contadino intento alla coltivazione del suo podere. L’urna fu quindi trasportata nella chiesa di S. Martino da Vairano che successivamente cambiò il nome in San Bellino, in onore del santo. Il quale fu scelto come protettore anche da Rovigo, che per un certo periodo cercò di contendere alla piccola comunità le spoglie del martire. L’attuale arca marmorea, posta nell’abside della chiesa, fu fatta costruire dalla famiglia ferrarese dei Guarini, proprietaria nella zona di vasti poderi.

Dalla chiesa imboccheremo la via verso Fratta, denominata Argine San Bellino. La strada corre sopraelevata rispetto al piano della campagna circostante: è questa una chiara indicazione della situazione preesistente alle bonifiche, in cui tutta la zona era praticamente allegata, eccetto l’argine di contenimento, utile anche come via di comunicazione. Proprio lungo questa strada procedeva infatti, secondo la tradizione, San Bellino diretto alla Vangadizza, quando fu ucciso dai sicari padovani.

Oggigiorno nella zona si ammira una fertile pianura, su cui sorgono abitazioni prevalentemente rurali, tra cui alcune vecchie boarie. Tra le costruzioni che attirano la nostra curiosità segnaliamo la villa del conte Giulianello Dosi Delfini, circondata da un ampio ed ombreggiato parco, un capitello dedicato a San Bellino e le boarie Rossi e Tosini.

Sulla destra, prima di giungere a Fratta, troviamo via Vespara, indicante l’omonimo scolo di bonifica, proveniente da Presciane, che sottopassa lo Scortico a sud di Fratta. Seguiamo questa strada, imboccando poi via Chiaviche, proseguendo per un sentiero campestre, che ci porta presso floride aziende agricole, fino a raggiungere l’annunciato sottopassaggio idraulico, dominato da una apposita costruzione a forma di torretta, eretta dal Consorzio di Bonifica.

Dopo una breve sosta per scattare qualche foto, costeggiamo lo Scortico nel senso della corrente fino al Pizzon, ove il corso d’acqua si getta nel Canal Bianco, dopo aver superato una chiavica utilizzata un tempo per creare un dislivello utile ad azionare la macina di un mulino che ha interrotto la sua attività soltanto da trent’anni (vedasi Ventaglio n. 4. “Chi va al mulino non si infarina più”).

Il luogo è suggestivo: il gorgogliare della cascatella, gli antichi edifici del mulino, una vecchia corte rurale a oriente, l’immissione dello Scortico nel Canal Bianco e tanto verde tutt’intorno ci inducono ad una sosta più prolungata.

Abbiamo dunque visto dove finisce lo Scortico. Ora, seguendo a ritroso il corso dell’acqua, raggiungeranno la sua origine a Villanova del Ghebbo, in località Ramedello. Prima di arrivare a questa destinazione avremo modo di vedere la parte più bella del corso d’acqua che a Fratta Polesine scorre proprio davanti alla Badoera.

Va detto che la storia di Fratta e delle sue ville venete è intimamente legata allo Scortico: le ricche famiglie veneziane, che presero dimora a Fratta Polesine, vi giungevano infatti per via d’acqua, risalendo prima il Canal Bianco e poi proprio lo Scortico, che fu a quel tempo reso adatto per la navigazione, al fine di agevolare il transito dei natanti veneziani.

Poco oltre villa Badoer, la scenografica realizzazione del Palladio, troviamo quel sottopassaggio fluviale di cui abbiamo parlato alla prima tappa del nostro itinerario, tratteggiando il corso dello scolo Valdentro: il ponte canale è lungo circa 40 metri e, per l’originalità dell’opera, è annoverato tra i monumenti nazionali.

Riprendiamo dunque il percorso, fino a raggiungere, presso Villanova del Ghebbo, le chiaviche dell’Adigetto da cui nasce lo Scortico, ove facciamo l’ultima sosta.

Il nostro itinerario sta per finire: puntiamo verso Lendinara seguendo via Valdentro. Anche questa strada è nel suo nome evidente testimone – proprio come l’iniziale via Valli da cui siamo partiti – della situazione idraulica dei tempi passati, in cui tutto il territorio a meridione di Lendinara era occupato da distese d’acque vallive per lo più stagnanti. Un lungo e paziente lavoro – non privo di vari insuccessi – ha cambiato totalmente la fisionomia della zona, un tempo paludosa, segnata da povertà, malaria e pellagra, a poco a poco bonificata e radicalmente trasformata in senso sociale, con la fine del latifondismo e la nascita di aziende diretto-coltivatrici, che oggi operano in un’area tra le più fertili del Veneto.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Nel cuore di un’antica bonifica”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/nel-cuore-di-unantica-bonifica/

Pubblicità