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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Destinazione Delta

Con auto d’epoca un suggestivo itinerario verso la foce del Po

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 24–31

La primavera è il tempo delle speranze. Appena le giornate iniziano ad allungarsi preannunciando la fine della stagione invernale, si rispolverano progetti di evasione, i gruppi si ricompattano e si definiscono i programmi delle iniziative escursionistiche.

Il Club Auto Storiche di Lendinara aveva deciso di effettuare la prima uscita con destinazione il Delta. Nel giorno prefissato, una luminosa domenica di Aprile, all’appuntamento erano presenti una ventina di auto messe a disposizione da vari soci: oltre quaranta i partecipanti all’escursione di primavera.

Le auto, per la maggior parte modelli risalenti agli anni ‘60, erano state controllate nella meccanica e lucidate per l’occasione. Al clima allegro della scampagnata era stato conferito un tocco di solennità, sottolineata da un fervorino del presidente Roberto Davì, a ricordare che trattavasi di un’uscita culturale, alla scoperta di aspetti del Polesine ai più sconosciuti.

La conta, una telefonata col cellulare per rintracciare un equipaggio in ritardo sull’appuntamento, e poi via verso la prima tappa fissata a Villadose: la villa del Doge, come recitava lo stampato predisposto per l’occasione, chiarendo il significato del toponimo.

Al centro del paese la villa: un bel palazzo dalle linee rinascimentali denominato Ca’ Patella dal nome dei nobili veneziani che lo fecero erigere utilizzandolo come dimora di rappresentanza e villeggiatura. Un palazzo armonioso, edificato sulla riva destra dell’Adigetto, in una zona interessata da un ampio programma di bonifica culminato nell’incrocio idraulico delle “Botti Barbarighe”, punto nodale di una vasta area divenuta tra il XVI e XVIII secolo di notevole interesse sotto il profilo delle colture agricole in grado di assicurare consistenti guadagni.

Dopo un accurato restauro Ca’ Patella è tornata a far bella mostra di sé con l’elegante porticato che la contraddistingue sul retro, dove si apre una piazzetta. La signorile dimora veneta, a seguito dell’intervento di recupero, è divenuta qualificata sede del municipio, riservando uno spazio alle iniziative del G.A.V., un’associazione culturale con particolari interessi nell’ambito della ricerca archeologica che, nella sala destinatale, ha allestito un’interessante mostra dei reperti antichi riaffiorati in loco.

A far gli onori al gruppo lendinarese, il dottor Grigato, vicepresidente del G.A.V. che, dopo aver dato alcune informazioni sulle finalità del sodalizio villadosano (da tempo qualificatosi come primario riferimento provinciale nell’ambito della ricerca archeologica di superficie) passa ad illustrare l’esposizione museale, apprezzata dai visitatori sia per il materiale esposto, sia per la cura destinata agli aspetti esplicativi.

All’interno del museo alcune tavole chiariscono come il territorio di Villadose al tempo dell’impero romano si trovasse al centro di una grande centuriazione, estesa dal medio Polesine fino alle propaggini della laguna veneta. Un territorio che gli agrimensori romani avevano suddiviso in appezzamenti regolari da destinare ai veterani, ovvero ai militari che avevano raggiunto l’età della pensione.

La memoria del lontano passato, ravvivata da foto aeree della zona oltre che da occasionali ritrovamenti di reperti romani e paleoveneti, è stata di stimolo alla ricerca sistematica di superficie condotta dal G.A.V. (Gruppo Archeologico Villadose). Un’iniziativa protrattasi per vari anni e coronata da notevole successo, tanto che il materiale ritrovato ha offerto la possibilità di allestire la bella mostra, nella quale, accanto a monete, anelli, monili e urne cinerarie, si trovano interessanti testimonianze della produzione di laterizi, attiva in zona grazie alla presenza di alcune fornaci che, in virtù dei pezzi ritrovati, hanno consegnato alla storia il loro prestigioso marchio di fabbrica.

Completata la visita, dopo un caloroso ringraziamento all’accompagnatore, sottolineato dall’omaggio di un gagliardetto del Gruppo Auto Storiche Lendinaresi, il percorso riprende verso la seconda tappa: S. Basilio, nel comune di Ariano.

La suggestiva chiesetta medioevale, sorta su una duna fossile di origine marina, ha accolto il gruppo, mostrando al meglio le sue pulite linee romaniche evidenziate dal recente restauro. Una visita al vicino Centro Turistico Culturale consente di chiarire la lunga storia della località, dal tempo in cui era denominata Mansio Radriani, tappa di rilievo lungo la via Popillia da Rimini ad Altino, la cui memoria, oltre che nella famosa Tabula Peutingeriana, è assicurata dai reperti della villa rustica romana portata alla luce da recenti scavi archeologici.

Conclusa la tappa con la lettura della poesia di Livio Rizzi ispirata dalle Case de cana, esposta nel settore della mostra dedicato alla tradizioni del Delta, l’itinerario prosegue alla volta della vicina tappa successiva: Ca’ Vendramin.

Qui sorge il più grande complesso storico polesano legato alle complesse opere di bonifica del Delta: l’idrovora di Ca’ Vendramin, un grande impianto progettato alla fine dell’ ‘800, entrato in azione nei primi anni del secolo successivo ed attivo per circa settant’anni. Le potenti macchine idrovore compirono il prodigio di liberare dalle acque stagnanti un’ampia zona del comune di Ariano, consegnando nuovi terreni all’agricoltura e contribuendo a sconfiggere il flagello della malaria, allora malattia endemica nel basso Polesine.

Il complesso, dominato dall’alta ciminiera, idonea a smaltire i fumi di combustione del carbone usato per azionare le macchine a vapore dell’idrovora, è stato recentemente restaurato dalla Regione Veneto ed è stato destinato a Museo della Bonifica, testimonianza di un’epoca pionieristica, in cui per la prima volta, dopo tentativi susseguitisi per secoli, la tecnologia diede finalmente all’uomo gli strumenti idonei per bonificare in modo stabile il Delta padano.

Completata la visita all’idrovora, ammirando le soluzioni tecnologiche del tempo, nonché le pulite linee architettoniche degli edifici, il convoglio di auto storiche riprende la via con destinazione Gorino Sullam, paese sulla destra del Po di Gnocca, il cui toponimo è nel primo elemento legato al territorio che per molti aspetti fa riferimento alla Sacca di Goro, e nel secondo ricorda la ricca famiglia veneziana di origine ebraica che nell’ ‘800 divenne proprietaria della maggior parte dei terreni agricoli della zona.

Meta della comitiva è l’Ostello Rifugio di Gorino Sullam, ottenuto dal recupero di un edificio un tempo destinato ad una scuola materna, chiusa in seguito all’esodo migratorio che ha interessato buona parte del Polesine nel ventennio ‘50-’70 del secolo scorso. L’accoglienza presso l’Ostello, gestito dalla Cooperativa Turismo & Cultura, è davvero festosa: un gruppo di giovani animatrici, guidate da Cinzia Girotto, vestite con i costumi della tradizione contadina, illustrano il risultato della loro ricerca di erbe campestri che costituiranno una base qualificante del menù predisposto.

Il pranzo è di completo gradimento, animando la comitiva che, prima di accomiatarsi dall’ostello, ha modo di alzare i calici in alcuni beneauguranti brindisi, sottolineati da brevi ed azzeccati discorsi, gestiti con perizia e simpatia dal presidente del gruppo lendinarese.

I motori vengono riaccesi per riprendere il cammino verso la Sacca di Scardovari, con destinazione Marina 70. Suggestivo risulta il transito sul ponte di barche che unisce Gorino Sullam a Santa Giulia. Si procede sulla riva sinistra del Po di Gnocca, fin quasi alla foce, seguendo poi la strada arginale che delimita la grande Sacca, luminosa distesa di azzurro, che improvvisa si offre alla visione dei gitanti.

L’arrivo a Marina ‘70, costituisce una gradita tappa presso uno dei locali più belli del Delta, l’unico che si apre sullo specchio marino contornato da una verde pineta. Ma è anche l’occasione per ricordare la recente storia della località che nel novembre del 1966 fu testimone di una drammatica mareggiata che sconvolse tutto il territorio retrostante, allagando l’isola della Donzella, ovvero la porzione più grande del comune di Porto Tolle. Un triste episodio strettamente connesso al fenomeno del bradisismo indotto nella zona dalle estrazioni di metano, interrotte solo dopo la tragica alluvione.

Fatta una breve considerazione sulla necessità che l’uomo indirizzi le sue azioni in un’ottica di rispetto ambientale, si riprende l’itinerario, indirizzando il percorso verso Ca’ Tiepolo, capoluogo del grande comune di Porto Tolle, ove è prevista una breve sosta nella piazza del Municipio da poco riedificato. Nell’occasione è stata completamente risistemata anche l’area antistante, ove è stata posizionata la bronzea statua del Ciceruacchio, lo sfortunato seguace di Garibaldi che proprio qui fu giustiziato dagli Austriaci.

E’ tempo di iniziare il viaggio di ritorno, puntando su Porto Viro, ove è prevista una tappa presso il Centro Nautico Po di Venezia, recente iniziativa turistica ricavata in seguito ad un interessante recupero di una ex fornace ubicata in golena. Apprezzato l’intervento di risistemazione del complesso che ha permesso di salvare un bene architettonico altrimenti destinato alla rovina, dotando nel contempo la località di una struttura di accoglienza turistica, il convoglio di auto riprende il percorso. Si procede lungo la riva sinistra del Po Grande nel senso contrario alla corrente fino alla Conca di Volta Grimana, ovvero all’incile del Po di Levante che è governato da una chiusa. Questo ramo del Po scorre infatti a livello più basso del Po di Venezia da cui si diparte. Per questo è stato scelto dall’uomo anche per accogliere e portare a mare le acque del Canalbianco, corso d’acqua che in questa zona scorre vicinissimo al grande fiume.

L’ultima tappa è a Cavanella Po, ove, non lontano da un grande edificio industriale abbandonato, un tempo fiorente zuccherificio, sorge la più grande idrovora d’Italia realizzata quale by-pass per permettere alle acque del Collettore Padano Polesano di passare nel Canalbianco, per poi defluire verso il mare tramite il Po di Levante. Una struttura di grande rilievo che testimonia, ancora una volta, di come il territorio del Delta debba essere sempre controllato dall’uomo per assicurarne la sicurezza idrogeologica.

Fatta la conoscenza con il Delta, con i suoi rami e con i corsi d’acqua che su questi gravitano, è tempo di concludere la giornata osservando il rosso disco del sole che tinge le acque del Po di Venezia. Un cordiale saluto tra tutti i partecipanti e la promessa di ritrovarsi per una prossima escursione chiude la bella giornata, che ha visto protagoniste le auto d’epoca.

Le quali hanno svolto ottimamente il loro servizio, permettendo di completare un itinerario turistico in cui le suggestioni paesaggistiche si sono legate agli opportuni approfondimenti culturali.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Destinazione Delta”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/destinazione-delta/

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