La grigia pesantezza del cemento si esibiva nelle squadrate sagome dei capannoni industriali, mastodontici come risorti dinosauri. Veloci furgoni, fregiati dalle più svariate scritte pubblicitarie, percorrevano le strade asfaltate di fresco, sparendo lungo la tangenziale che correva accanto all’agglomerato produttivo.
Il sole del pomeriggio estivo pulsava su quel panorama disegnato dalle nuove strategie commerciali. A delimitare la zona industriale era presente uno scolo dove l’acqua, nonostante il quotidiano attentato degli scarichi, si ostinava a scorrere verso un improbabile fiume che le desse un passaggio verso il mare.
Davide ed Alessandra pedalavano lungo la pista ciclabile che costeggiava il corso d’acqua, sfidando la giornata estiva pregna di un’afa che la conca padana custodisce ed alimenta con i suoi fiumi.
– Accidenti Alessandra, proprio oggi mi fai fare un giro in bici. Sto fondendo. Nemmeno un’ombra d’albero in questo deserto! –
– Dai, bevi un po’ che fra poco arriviamo alla ferrovia e vedrai dove ti porto! –
La ragazza gli porse una bottiglietta di minerale che lui tracannò con avidità alleviando l’arsura. Affiancò la sua bici a quella di Alessandra. Tese una mano posandola su una delle sue ben strette sul manubrio. Era fresca e vellutata.
Lei si voltò, e Davide trovò in quello sguardo la serena sensazione di benessere che la presenza di Alessandra gli infondeva. Semplice e graziosa. Niente di sfacciato e appariscente. Una ragazza normale, di una bellezza pulita, forse un po’ fuori moda ma capace di farlo sentire bene, senza i tormenti e le paranoie complesse che molti suoi coetanei gli riferivano parlando dell’universo femminile che frequentavano.
Ripresero a pedalare così, accaldati e silenziosi fino alla fine della ciclabile che si interrompeva a pochi passi dalla ferrovia.
– Dobbiamo tornare indietro. Ma dove mi hai portato Alessandra! Oggi mi vuoi vedere stecchito! –
– Vieni con me dai, non fare il vecchio brontolone! –
Lei allora scese dalla bici e si inoltrò in uno stretto passaggio in salita tra le erbe alte. Il ragazzo la seguì con intermittenti imprecazioni contro le ortiche che gli tormentavano le caviglie.
Alessandra rideva scuotendo la zazzeretta bionda e ripeteva: – Si vede che sei un cittadino! Dai caro pappamolla vieni che siamo arrivati! –
Davanti a loro adesso correvano i binari luccicanti della linea ferroviaria.
– Dobbiamo attraversare, stai attento! –
Così dicendo afferrò la bicicletta e sollevandola passò oltre la via ferrata seguita da Davide che rifletté, in una frazione di secondo, sul potere indiscutibile della personalità femminile.
– Guarda dove mi devo far portare oggi, con ‘sto caldo! –
Alessandra rise e, risalendo in sella, si avviò pedalando lungo una carreggiata che si inoltrava verso la campagna aperta.
Davide ebbe la sensazione di essere in un altro mondo. Percorso il tratto del sentiero che scendeva dalla ferrovia, ritrovarono l’ombra refrigerante di un filare di pioppi allineati lungo il corso d’acqua che qui pareva un vero fiume.
– Questa, una volta, era la terra dei miei bisnonni. Dai arriviamo fino alla vecchia stalla.
Il sentiero ombroso e il luccichio dell’acqua ridiedero a Davide un nuovo vigore. Pedalò veloce accanto ad Alessandra. Ai lati della carreggiata si alternavano il verde delle barbabietole e il giallo già spento delle stoppie del grano appena tagliato.
La costruzione, aggredita dalla rapacità dell’edera e della vite americana, era ormai vicinissima. L’ombra dei pioppi al bordo della strada fu mossa quasi d’improvviso da un venticello caldo ma gradevole che accompagnò i due ragazzi fino alla costruzione abbandonata. I resti di due grossi pilastri in pietra erano l’ultimo segno di un portone che adesso non c’era più. Accanto ad uno di essi s’era fatto strada, nel viluppo dell’edera, un cespuglio di rose canine.
Alessandra scese dalla bici e la lasciò cadere sull’erba alta.
– Dai vieni, siamo arrivati. Qui c’erano la casa e la stalla… –
Davide la seguì, rassegnato ormai alla sua ingenua testardaggine. Alla loro sinistra emergeva dai cespugli un pozzo dove ancora una carrucola arrugginita pendeva dal gancio saldato alla sua trave di sostegno. Alessandra si sporse dal parapetto in marmo.
– DA-VI-DE! – La voce amplificata dall’imboccatura buia e profonda rimbalzò come per rispondere ad un misterioso richiamo.
Davide si avvicinò, prese un sassolino e lanciandolo contò – 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7… – PLUC! – fu la risposta.
– C’è ancora acqua! – esclamarono quasi contemporaneamente.
Nei due era esploso uno strano desiderio di addentrarsi in quel luogo silenzioso, quasi addormentato, dal quale il tempo pareva essersi allontanato.
Una robinia, con il tronco inciso da diversi tagli cicatrizzati, allungava i suoi rami costellati di un verde tenero e trasparente.
S’inoltrarono camminando verso il portico antistante la stalla dove, in una sorta di penombra che creava mutevoli chiaroscuri, si stagliava la sagoma scultorea di un vecchio carro. Il timone abbandonato a terra lo faceva sembrare una nave ancorata al porto. Completamente in legno, aveva come uniche parti in ferro i cerchioni delle ruote e due anelli dai quali ancora pendeva una grossa corda consunta.
– Dai, facciamo il gioco del tempo – mormorò Alessandra con una strana luce nello sguardo, – tocca con tutte e due le mani il bordo del carro insieme a me. Chiudi gli occhi e ascolta…! Cosa vedi? Vedi un cielo buio? E’ notte. Splendono le stelle. Il carro è colmo di fieno. Senti il profumo? Vedi un uomo e una donna? Sono soli. Il fieno è il loro nido. E’ qui che celebrano il loro amore segreto! –
Davide ascoltò ad occhi chiusi le misteriose fantasie di Alessandra lasciandosi guidare da un racconto che si faceva sempre più appassionato.
Qui i due venivano di nascosto. Erano giovani, ma già i genitori di lei avevano deciso chi avrebbe dovuto sposare. La ragazza però avrebbe amato solo lui e, quando arrivò il giorno prima delle nozze, andò ad incontrarlo per l’ultima volta. Il fieno profumato d’estate fu il loro nido di promesse. Poi l’addio in un abbraccio che una luna piena sfacciata e beffarda mostrò ad occhi indiscreti.
Per la ragazza fu un’onta da scontare col disonore. Le nozze non si fecero. Passarono poche lune e s’accorse di non essere sola. In lei pulsava un altro cuore, accanto al suo. Il ragazzo era partito. Il Brasile a quel tempo aveva bisogno di braccia e la fame bussava a tante porte.
Così una notte la luna, che aveva spiato silenziosa il loro amore, si mutò in testimone di un dolore che non aveva ormai più parole… La ragazza chiese aiuto a quel volto argenteo che si specchiava per pochi minuti sull’acqua del pozzo. Ma l’astro rimase impassibile al disperato bisogno di aiuto della giovane donna. Caddero allora, come parole mormorate, le sue lacrime a muovere in lievi cerchi l’immobilità della superficie.
La luna lesse nel cuore della ragazza i segni di un dolore sconfinato, ma non le era concesso liberarsi dal suo silenzio. La giovane le rivolse ancora un ultimo sguardo, accarezzò il suo ventre per chiedere perdono, poi, senza far rumore, salì sull’anello di marmo e saltò. Fu uno schianto freddo che subito fermò il suo cuore. Gli occhi, che avevano visto tanta luce nel giallo delle estati assolate, scoprirono il nero senza stelle, e l’acqua si chiuse su di lei come una porta sigillando un segreto che solo la luna avrebbe custodito…
Davide aveva ascoltato con emozione il racconto di Alessandra e, riaprendo gli occhi, mormorò: -Ma è una storia vera?
Alessandra lo guardò con una luce speciale negli occhi. Gli prese le mani:
– Dai, torniamo… disse. –
Passando accanto al cespuglio di rose canine, la ragazza ne colse due e tornò sui suoi passi. S’affacciò all’anello del pozzo, le lanciò. Con un fruscio impercettibile caddero galleggiando vicine sulla superficie dell’acqua che in quell’ora del giorno aveva bagliori assolati.
Forse anche la luna sarebbe venuta nella notte a sbriciolare sui fiori la sua enigmatica luce capace di custodire i segreti del cuore umano.
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Come citare questo articolo
Rosetta Menarello. “Due rose canine”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/due-rose-canine/