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PERSONAGGI ILLUSTRI

Ettore Weiss de Welden (1849-1922)

Uno sconosciuto benefattore, la cui intensa vita si svolse tra Melara e Ferrara

di Raffaele Peretto

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 92–95

Anche se può apparire strano, è destino che alcune personalità debbano rimanere per molto tempo prive del ricordo comune, che a volte però, fortunatamente, si ridesta diversi anni dopo la loro scomparsa. Ciò vale in particolare per il barone Ettore Weiss de Welden del quale quest’anno ricorre il 90.mo della scomparsa, e per tale motivo questo scritto intende essere il primo contributo alla sua rinnovata conoscenza.

Bell’uomo, dagli occhi chiari, fu un insigne erudito dell’Ottocento, e pure un filantropo davvero unico quanto poco conosciuto sia a Melara che a Ferrara dove visse ed operò.

Prima de Welden, poi Weiss

L’albero genealogico della famiglia affonda nel XII secolo, quando il capostipite Rodolfo Eisenhaupt (Testa di ferro) morì sotto le mura d’Antiochia durante le crociate nel 1122. In ricordo della partecipazione a queste epiche spedizioni la leggenda dei Cavalieri neri vuole che le due teste sanguinanti nello stemma siano quelle di due mori che ebbero i capi mozzati in combattimento da “Testa di ferro”, i quali da terra, gli chiesero il battesimo.

I discendenti di Testa di ferro divennero De Welden nel 1148 grazie all’investitura del duca di Carinzia, Engelberto di Sponheim, a favore di Rodolfo II°. Ancora nel 1257 Eribaldo (+1289) sposando Edvige di Kiburgo, di un ramo cadetto di casa d’Austria-Laufenburg ebbe interzato nello stemma la mezza aquila¹. Un casato che nel 1614 si divise nei due rami di Carinzia e d’Ungheria e che nei secoli annoverò numerosi titoli e personaggi illustri, fra i quali due vescovi ed un cardinale.

Il cognome Weiss invece fu aggiunto ai figli di Ariberto (1689-1736) grazie al matrimonio con la benestante Maria Weiss.

Un ramo dei De Welden si stabilì in Ferrara ad inizio Ottocento: Ettore, figlio unico del barone Luigi II (1823-1881) e di Augusta Jachelli (1821-1893), nacque e visse nella casa di via del Gregorio. A Melara invece dimorò nella seicentesca villa dei Borghi-Jachelli in località Santa Croce. Si sposò con Rosa Bolognesi (1862-1936) dalla quale però non ebbe figli.

La vita

Ettore visse in una casa che trasudava tanta storia e dove le attività notarili, militari e d’insegnamento all’Università erano la norma da alcuni secoli.

La casa di via del Gregorio era, ed è ancora oggi, ridondante di storia (arte, Risorgimento, botanica). Fra decine di migliaia di libri, documenti medievali, quadri ed ogni altro ben di Dio, che farebbe la gioia di qualsiasi amante di antiquariato, Ettore assorbì compostezza e rigore tedesco, ma anche un’innata curiosità italica. Dopo gli studi al liceo “Ariosto” si laureò in legge nel 1871 con una media di 30 e lode in tutte le materie e fu primo professore di Diritto Italiano presso l’Università di Ferrara, dal 1886 al 1903.

Fu autore di alcuni libri e, grazie alla perfetta padronanza del latino, francese e tedesco, si qualificò come un appassionato viaggiatore. Sovrintendente delle scuole comunali di Ferrara ebbe il titolo di cavaliere nel 1890 dal re Umberto I°.

Era appassionato ed affascinato da molte cose dello scibile. Nel campo dell’arte fu buon ritrattista degno di lode (belle e carine le caricature dei frati), ma anche buon pittore che si distinse in alcune mostre ferraresi con varie menzioni nel 1877 e 1882. Fra le sue passioni anche musica, teatro ed operette e persino composizione di cruciverba.

Già nel 1884 figurava come socio del Club Alpino Italiano. Nei suoi numerosi viaggi annotava in piccoli libretti impressioni, scorci d’arte e naturalistici, personalità incontrate, ed ancora umori degli abitanti e dialetti, spesso ritraendo in schizzi quanto degno di nota. Entomologo e naturalista quanto basta per quei tempi, aveva sposato la tesi di Quintino Sella (1827-1884) che distingueva l’amore per le alte vette, tipicamente italiano, dalla passione inglese che teneva conto solamente del primato della scalata.

Numerosi i suoi viaggi in Istria dovuti anche alla vicinanza ed amicizia col cugino Luigi, ultimo come lui della dinastia De Welden. Dunque una personalità ricchissima di spunti da meritare approfondimenti.

Col suo grande carisma a Ferrara non v’era manifestazione che non lo volesse fra i suoi membri organizzatori, essendo egli anche consigliere provinciale e comunale. Commissario conservatore dei Monumenti ed oggetti d’arte ed antichità per la provincia di Ferrara dal maggio 1883 e Sindaco del Monte di Pietà nell’aprile 1884.

A Melara

A Melara fu consigliere comunale per molti anni dal 1886 al 1919. Soggiornava nella sua casa di Santa Croce ogni anno nel giorno del suo compleanno, il 21 maggio. Il consesso comunale ricorse spesso a lui, alle sue conoscenze e consigli, in vari campi e si può tranquillamente affermare che se il paese di Melara sul finire del Novecento era all’avanguardia in vari settori, parte dei meriti sono da attribuire anche a personalità come la sua.

Rifulgeva da qualsiasi forma di pubblicità per le numerose opere di sostegno e beneficienza prestate sia a Melara che Ferrara. Non ebbe figli dalla moglie Rosa Bolognesi, ma ugualmente aveva molta compagnia dalle autorità che frequentavano la sua casa e pure da un buon numero di gatti, col suo preferito “Imperatore” sopra tutti.

Nella suo studio passava il tempo a leggere e scrivere moltissimo, tenendo corrispondenza con molte personalità. Incuteva una certa soggezione ed il suo carisma si manifestava chiaramente in qualsiasi consesso egli prendesse parte.

Vissuto in pieno Ottocento era amante dei cavalli e dei trasporti in carrozza, dei quali si serviva utilizzando una particolare borsa da viaggio appartenuta agli antenati: una perfezione di “segrete” e scompartimenti che contenevano tutto il necessario da viaggio. Mal digeriva la sbuffante novità delle automobili.

Il generoso lascito

Alla sua morte, avvenuta il 21 giugno 1922, lasciò l’ingente patrimonio di quasi 1.200.000 lire del tempo, frutto anche delle precedenti eredità dei Borghi e dei Jachelli, altri filantropi.

Col testamento lasciò un terzo alla moglie Rosa Bolognesi, un terzo all’ospedale S. Anna ed un altro terzo al Ricovero di Ferrara.

A Melara la vedova De Welden beneficò i più bisognosi della casa di riposo lasciando ben 5.000 lire in certificati del debito pubblico, che furono accettati nel dicembre 1922 ed i cui frutti annui di 250 lire furono subito distribuiti. Per meglio comprendere il contesto basti pensare che il Comune chiuderà il bilancio 1922 con un debito di 125.000 lire e che la fornitura dei medicinali ai poveri era una voce consistente (10.000 lire). Qualche anno dopo cedette ad un prezzo “popolare” il terreno del primo campo sportivo nel 1928.

La famiglia Leati in Ferrara, quale erede, a tutt’oggi risiede nel suo palazzo in via del Gregorio e ne conserva l’ingente documentazione. L’associazione culturale Mellaria ricorderà questa figura interessante sotto tanti punti di vista nel corrente anno.

*** Si ringrazia per le notizie e la documentazione fornita la signora Giuliana Leati di Ferrara, degna depositaria delle storie di casa Weiss De Welden.

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Come citare questo articolo

Raffaele Peretto. “Ettore Weiss de Welden (1849-1922)”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/ettore-weiss-de-welden-1849-1922/

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