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ARTEOGGI

Gli artisti del Gorgo della Sposa

Le fantasmagoriche realizzazioni dei fratelli Lavezzo

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 27 2003 pp. 89–92

Narra la leggenda che una dolce fanciulla, promessa ad un uomo che non amava, cercò e trovò tragica fine nelle acque di un limpido laghetto, che la pietà dei vivi, in sua memoria, battezzò Gorgo della Sposa.

Si sussurra che nelle notti senza luna il vento, che sibila tra i canneti, tragga dalle profondità i lamenti d’un anima che invoca giustizia.

Il Gorgo della Sposa, più volte citato in questo periodico, si trova sulla strada che da Trecenta porta a Salara, contornato di alti pioppi, popolato di canneti e ninfee: un paradiso per la selvaggina autoctona stanziale e di passo. I suoi custodi, da tempo immemorabile, sono i fratelli Lavezzo, che, ispirati dall’aura romantica dell’ameno sito, hanno prodotto opere pittoriche di intensità emotiva e purezza di linguaggio.

Il primo dei fratelli Alfio, che conosco per contatti professionali, mi fa ammirare uno dei suoi murales ricavato sulla parete della casa prospiciente il laghetto. E’ un paesaggio lacustre con una barca immobile a riva. Dominano nitidi ed intensi il verde e l’azzurro, l’acqua riluce mentre sullo sfondo si stagliano colline e più lontano cime innevate; betulle e olmi fanno da portale all’opera, mentre un ruscello scende tortuoso. Traspare la serenità dell’artista, il quale dopo avermi fatto vedere alcuni lavori, mi accompagna, a poche centinaia di metri da quel luogo, dove dimora il fratello Giuseppe.

Giuseppe Lavezzo deve essere un vulcano in piena attività: murales a tutta parete, rappresentano un cavallo bianco imbizzarrito dalla presenza di un fantasma, mentre un drago cinese si contorce e fanno la loro comparsa maschere carnevalesche, arlecchini, galli e colombe: il tutto però armoniosamente fuso in un insieme che appaga. Altri murales adornano l’ingresso principale della casa tra il verde di piante altissime, una maschera sulla sommità, ti segue con gli occhi da qualunque posizione la fissi, un artificio che non passa insservato. Un paesaggio lacustre si intravede da colonne tortili; colpisce la nitidezza del segno ed il sapiente dosaggio dei chiaroscuri che danno spessore volumetrico.

Sto per girare i tacchi, ormai pago, quando si sente un rumore nel seminterrato: “El ghe xe” dice Alfio “mio fratello è giù che lavora”.

Lo chiama, l’altro risponde, ed eccolo Giuseppe Lavezzo un uomo non alto ma proporzionato, la cui età non oso definire, con in testa un’incredibile “Kaciola” stile marocco decorata con disegni. Ci presentiamo, gli chiedo il significato di quegli schizzi sul copricapo di carta, ed intanto colgo alcuni soggetti già visionati sui murales. Ridacchiando mi dice che sul cappellino porta tutto quello che in testa gli frulla, cioè le idee, le ispirazioni che dall’animo salgono al cervello e si fissano sulla carta del suo copricapo.

Mi lascio guidare, mi porta in casa accompagnato dal fratello la cui presenza discreta vale un riconoscimento al vero artista che è Giuseppe.

Opere in ogni dove, tele ad olio, acquerelli, dipinti su papiro portato da un viaggio in Sicilia, il cui soggetto non poteva essere che la regina Nefertari con gli attributi divini, un altro con un vaso attico mostra il mito di Europa che cavalca il Toro-Zeus.

Mi gira la testa, la poliedricità del Lavezzo è tale che egli si cimenta con ogni materiale che gli capita a tiro; soggetti zoomorfi in terracotta dipinta, farfalle dalle ali spiegate coloratissime dello stesso materiale, quadretti minuscoli che controbilanciano i giganteschi murales, quello più grande di 22 mq fa da sfondo al negozio di alimentari gestito dalla moglie.

Alcune sensuali fanciulle del mastodontico murales ricordano Eva, tante Eva in un Eden “sui generis” in cui il serpente sembra sedurle, una tigre minacciosa fa da guardiano mentre il sole sorge con raggi di gusto nipponico.

Proseguiamo: alle terracotte dipinte seguono animali stilizzati ricavati da radici secche di piante, un’infinità di zucche vuote abbellite da motivi geometrici, ma pure glutei femminili, maschere animali, paesaggi.

Mi attira un enorme salame penzolante dal soffitto, spagato con maestria, ammuffito al punto giusto, ricurvo. Lo guardo e lo tocco leggermente, si mette a dondolare… diavolo d’un Lavezzo me l’ha fatta!.. Si tratta di uno zucchino vuoto abilissimamente camuffato. Era già successo 2350 anni prima ai giudici chiamati in causa per assegnare il premio ad una gara di pittura; Apelle il più grande pittore classico greco stracciò tutti dipingendo un velo che sembrava vero, tanto che i giudici si apprestarono a sollevarlo per scoprire l’opera, facendo la figura dei… salami.

Proseguiamo tra piccoli quadri con facce contorte che vorrebbero esprimere dolore e stupore, ma Giuseppe non sa cosa vogliano dire, gli sono venute così. Avanti si cambia, l’arte da pittorica passa a plastica; le mani del Lavezzo danno forma a piccoli busti grotteschi, vagamente somiglianti ai Trolls nordici, vecchi sdentati dalle perfette proporzioni. E poi ancora galli, tori, rinoceronti ed elefanti, una parossistica produzione che sbalordisce. Di quando in quando ricompare un quadro del Gorgo delle Sposa, le canne, la paviera, una famigliola d’anitre selvatiche, ninfee in fiore.

Sono i ricordi di un fanciullo, e l’animo è senz’altro di un fanciullo; Giuseppe si illumina all’istante non appena scopre qualcosa che lo accomuna all’interlocutore, una persona un fatto accaduto, un luogo,… trabocca sì, perché ne è pieno, tutto l’estro e la creatività dell’artista, ma ogni cosa resta soggiogata da un alone di pulizia interiore che ti affascina e ti disarma.

Ancora album carichi di disegni, soggetti fantasiosi, fanciulle di sogno che sorgono da fiori e, viceversa, un paradiso terrestre in cui la sensualità di Eva contrasta con la rapacità del demonio, mentre Adamo appare impaurito, inadeguato al grande compito che l’attende, potesse… fuggirebbe.

S’è fatto tardi senza accorgersene, sto per accomiatarmi quando Giuseppe mi mostra i suoi disegni giovanili, cronache dell’attività attorno al Gorgo. Ecco la lavorazione della canna raccolta a mazzi, ecco la paviera (pianta palustre) ad essiccare per farne stuoie, sporte, oggetti d’abbellimento. Ecco due mazzi di “zonkoli”, altra pianta palustre, che legati due a due fungevano da salvagente per i ragazzi che nuotavano le prime volte.

Alfio si è già sfilato, mi duole andarmene, ho scoperto un individuo eccezionale e insieme lo scandalo che la sua fatica non sia affiorata alla grande notorietà. Mi sento leggero mentre avvio il motore, più che avessi ereditato una fortuna, e mentre me ne sto mezzo inebetito, un fulmine mi attraversa il cervello.

Per la miseria, ora credo di capire il significato di quelle bocche torte, di quei volti profondissimamente doloranti… non esprimono supplica o compassione, esprimono urla, tragiche urla, che dal Gorgo salgono e vengono inchiodate nella tela dalla sovrumana sensibilità del Lavezzo: è la sofferenza sconfinata che si fa colore e figura per perpetuare nel tempo la lacrimevole vicenda di un’infelice Sposa.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Gli artisti del Gorgo della Sposa”. Ventaglio Novanta, n. 27, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-artisti-del-gorgo-della-sposa/

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