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STORIA - TRADIZIONI

Gli Ebrei a Rovigo

La storia travagliata della comunità ebraica dall’età medioevale alla shoah

di Roberto Costa

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 50–57

Le prime voci sugli ebrei a Rovigo risalgono al XIII secolo e se ne trova notizia nelle più antiche leggi statuarie della città (1227-1321-1429) che portano un articolo contro la “fornicatione inter Judaeum et Christianam”, palese testimonianza di una discriminazione dovuta ad un radicato pregiudizio di stampo religioso e razziale.

Gli ebrei e l’attività bancaria

La presenza degli ebrei in varie città d’Europa fin dal medioevo è solitamente legata all’avvio di attività di tipo bancario, al tempo vietate ai cristiani in quanto, prestare denaro, gravando poi la somma da restituire di un interesse, era ritenuta azione di usura. A Rovigo il primo banco di prestito degli ebrei fu aperto nel 1391 (a Lendinara già nel 1386, a Badia Polesine nel 1425).

Inizialmente alquanto saltuaria, a Rovigo la presenza degli ebrei divenne più notevole verso la fine del ‘500. La maggior parte di costoro proveniva da Ferrara e da Venezia. Oltre a tenere banchi di prestito esercitavano varie altre attività di tipo commerciale o artigianale, in particolare l’arte della lana e della seta, riuscendo, con questi mestieri, ad acquistare una funzione sociale per la città in cui vivevano.

Se da una parte gli ebrei godevano quindi di prestigio sotto il profilo economico e rispetto per il potere che ne derivava, dall’altra erano però nel contempo motivo di invidia per i beni accumulati e fatti oggetto di varie forme di discriminazione fomentate dai mai sopiti pregiudizi di tipo religioso: razza da disprezzare giacché aveva disconosciuto Cristo condannandolo a morte.

Le prime persecuzioni

L’iniziale tolleranza nei confronti degli Ebrei lasciò pertanto sempre più spazio ad un clima di sospetto, sfociato in vere e proprie persecuzioni ufficiali a partire dalla fine del XV secolo quando in Spagna Ferdinando d’Aragona, nel 1492, anno della scoperta d’America, li espulse dallo stato assieme a Mori e Zingari.

Un’altra data fondamentale, nella persecuzione di questo popolo, è il 1555 quando il papa Paolo IV emana la “bolla” Cum nimis absurdum, che impone agli ebrei di vivere in quartieri separati e di portare un segno distintivo in modo da essere subito riconoscibili.

Il clima antiebraico si diffonde così a macchia d’olio raggiungendo anche Rovigo, dove, nel 1574, il sinodo diocesano giunge a raccomandare che “i cristiani non conversino co’ giudei”.

Il Ghetto a Venezia e Rovigo

La Serenissima frattanto, con delibera del 4 novembre 1612, si fa promotrice a Venezia dell’isolamento degli Ebrei in un quartiere separato, individuato dove esisteva una vecchia fonderia, detta “il getto”, che la pronuncia gutturale degli ebrei tedeschi trasforma in “ghetto”, termine poi divenuto in tutto il mondo sinonimo di area destinata alla residenza coatta degli ebrei. Il testo della delibera intima: “che siano separate le abitazioni degli ebrei da quelle de cristiani, eccettuati i banchieri e loro famiglie”. Come si vede la potenza del denaro funzionava come deterrente nei confronti dei pregiudizi razziali e religiosi, per cui i banchieri e le loro famiglie erano esentati dai provvedimenti coercitivi.

Di anno in anno a Venezia le restrizioni aumentano: il 1 agosto 1615 vengono pubblicate le “Regole et ordini divisi in 15 capitoli per la serrata del Ghetto” (definivano con precisione gli obblighi a cui dovevano sottostare gli ebrei una volta entrati nel ghetto) ed iniziarono le trattative per la scelta del luogo.

Sulla falsariga dei provvedimenti veneziani, anche a Rovigo si procede nell’azione di’isolamento degli Ebrei, con provvedimenti che, stante la situazione, vengono controfirmati dagli stessi rappresentanti della comunità ebraica. A Rovigo il ghetto venne dunque istituito nel 1627, in accordo coi rappresentanti dell’Università degli ebrei, nell’area confinante la chiesa e convento di S. Antonio Abate (ora S. Domenico). L’area (dove si trova ora piazza Merlin), era già abitata da alcune famiglie di ebrei, compresi banchieri.

Nel ghetto rodigino entrarono 17 gruppi familiari. Nel decreto del podestà si precisava che tutti gli spazi non edificati dell’area fossero separati dall’esterno con un muro alto nove piedi; che tutte le finestre degli immobili prospettanti fuori dal recinto, venissero chiuse da grate in ferro. Al recinto furono assegnati quattro accessi aperti e chiusi ad ore prestabilite dai due custodi, uno ebreo ed uno cristiano.

In particolare fu stabilita la presenza di tre porte, tutte sul lato della contrada di san Bartolomeo, più precisamente “che guardino sopra la piazzetta” (lo slargo di fronte a porta san Bartolomeo che nell’Ottocento si chiamerà “piazzetta Finanza”). Di queste aperture una doveva essere realizzata, “con quelli abbellimenti di marmo che gli sarà… prescritto” (vedremo poi come fu realizzato!), nella casa dei banchieri. La quarta apertura era un portone destinato al transito dei carri, ubicato dalla parte del “terraglio” prospiciente le mura. Il ghetto come luogo di separazione fisica dunque. Uno spazio di segregazione per una comunità già sottoposta a norme restrittive rispetto ai residenti maggioritari.

E veniamo all’abbellimento prescritto: sul portale d’accesso, in via X luglio, l’ingresso delle abitazioni dei banchieri, fu posta una lapide con incisa in latino questa “eloquente” frase di cui riportiamo la traduzione: Tra queste mura vollero i maggiorenti rodigini che fossero costretti ad abitare gli ebrei affinché dalla loro compagnia non fosse danneggiata la religione dei cristiani. Anno 1627, Marino Zane podestà, cav. Delaito Delaito ed Ercole Dalle Carte regolatori, dott. cavaliere Antonio Raimondi e Gaspare Roncali presidenti.

Atto secondo: due anni dopo l’istituzione del Ghetto, nel 1629, fu ordinata anche la distruzione della sinagoga degli Ebrei vicino alla chiesa di S. Antonio Abate (all’angolo del ghetto con le mura). Successivamente fu riedificata all’interno del ghetto, all’ultimo piano dell’edificio prospiciente la piazzetta.

Atto terzo: nel gennaio del 1778 il senato veneziano emanò un decreto che proibiva a tutti gli ebrei dello Stato “qualunque fabbrica e anche vendita di cose nuove”. Fu un duro colpo per gli interessi delle tre Comunità ebraiche del Veneto i cui membri dovettero trasformarsi in rigattieri.

Il Ghetto rodigino nel XIX secolo

Nel 1796 l’invasione napoleonica raggiunse il territorio veneto. L’11 maggio 1797 il generale Rusca entrò a Rovigo ed arrestò il podestà. Il giorno successivo furono abbattute le cancellate e le insegne della repubblica Serenissima.

Anche le porte del ghetto furono aperte e fu rimossa la lapide dal portale per cancellare anche il ricordo di una discriminazione che, secondo gli ideali illuministici, appariva ignobile e ingiusta.

Ma con il passaggio del Veneto all’Austria, viene ripristinata la situazione precedente all’invasione napoleonica e così gli ebrei rodigini tornano ad essere oggetto di discriminazione, anche se in forma decisamente più blanda rispetto al passato, tanto che diversi sono gli ebrei polesani che in questo periodo rafforzarono la loro posizione dominante in campo economico.

Da sottolineare il ruolo fondamentale avuto nel 1818 da Israel Ancona nella riattivazione della Camera di Commercio. Nel 1847 la Congregazione municipale di Rovigo indicherà vari ebrei (Ancona, Ascoli, Bianchini, Carrara, Coen, Levi, Luzzatti, Modena, Parenzo, Pesaro, Ravenna ed altri) come i principali imprenditori della provincia e nel 1848 Gerolamo Modena, presidente della Comunità israelitica, sarà nominato anche presidente della Camera di Commercio rodigina, restando in carica fino alla morte avvenuta nel 1856.

Il ruolo degli imprenditori ebrei resta determinante anche negli anni successivi, mantenendo posizioni di primo piano nella gestione della Camera di Commercio, con il pieno gradimento delle autorità austriache.

Se nel corso dell’Ottocento gli ebrei di Rovigo primeggiarono nel campo dell’economia, non furono nemmeno insensibili nei confronti degli ideali patriottici del Risorgimento, portando un contributo notevole alla “questione italiana”: nel 1848-49 diedero 6 volontari, nel 1850 ben 22 (la più alta cifra tra le comunità d’Italia), nel 1866 ancora 10. Da ricordare tra gli altri: Giacomo Levi-Civiltà, nato a Rovigo nel 1846, garibaldino a 20 anni, decorato di medaglia d’oro a Bezzecca, poi sindaco di Padova e senatore; Cesare Parenzo, nato a Rovigo nel 1842, anch’egli volontario garibaldino, poi senatore; Abd-el-Kader Modena medaglia al merito per la liberazione di Roma nel 1870 (assieme a Nino Bixio), segretario dell’Accademia dei Concordi e Cavaliere della Corona d’Italia “in considerazione degli utilissimi servigi prestati nell’incremento degli studi storici ed archeologici”.

Dopo la Terza Guerra di Indipendenza e l’inclusione del Veneto nel Regno d’Italia, cadono finalmente tutte le barriere sociali. Gli ebrei conquistano la completa emancipazione, partecipando alla vita pubblica ed ottenendo il consenso degli elettori, tanto che nel consiglio comunale di Rovigo su trenta consiglieri saranno eletti tre israeliti: Giuseppe Bianchini (proprietario della villa Badoera, poi sindaco di Fratta), Ferdinando Ancona e Moisè Ravenna.

Frattanto la comunità, che nel Settecento, rappresentava il più piccolo nucleo del Veneto con le sue 350 persone (contro le 2500 di Venezia, le 900 di Verona, le 500 di Padova), nel corso del XIX secolo si irrobustisce, superando i quattrocento residenti. Nel 1869 il ghetto arriva a contare anche 430 abitanti, ma da questa data la popolazione inizierà a diminuire, con un progressivo spostamento degli ebrei rodigini verso i centri economicamente più forti.

Il Ghetto nel ‘900

La caduta delle barriere sociali porta inevitabilmente gli ebrei, specie i più benestanti ad abbandonare le scomode abitazioni del ghetto, ove si trasferiscono spesso famiglie povere del tutto estranee alla tradizione ebraica.

La diminuzione della popolazione residente e il progressivo degrado che caratterizza la “cittadella del ghetto”, porta gli amministratori di Rovigo, fin dai primi anni del nuovo secolo, a formulare varie ipotesi sul futuro della composita struttura. Alla fine, consolidatosi il regime fascista, la questione fu affrontata in modo radicale: una serie di relazioni, preparate da commissioni tecniche ad hoc, illustrarono, nel 1926, l’impellente necessità di abbattere il ghetto rodigino.

A sostegno della demolizione agirono motivazioni di ordine igienico e statico, ma anche precise ragioni di ordine economico: diverse banche avevano infatti chiesto di acquisire l’area, strategica e centrale. La motivazione ufficiale era, comunque, legata alle condizioni igienico-sanitarie (e statiche) degli stabili. Nel 1926 la seconda commissione tecnica individuò quasi 25 mila metri cubi di fabbricati fatiscenti e 199 persone da sgomberare.

Il presidente dell’Università Israelitica, con lettera indirizzata alla giunta provinciale, si oppose fermamente, ancora nel 1928, alla demolizione. Ma la procedura avanzò. Una relazione dell’ufficiale sanitario concludeva: “Le abitazioni del ghetto […] costituiscono quell’agglomerato patologico che lo Stato, in difesa della stirpe, intende dovunque curare con radicali rimedi”.

Siamo ormai all’epilogo: gli immobili di proprietà dell’Università Israelitica e della Confraternita della Misericordia vengono dapprima ceduti al comune di Rovigo in data 25 settembre 1929 e successivamente demoliti nel corso del 1930-31¹.

Nel 1933 il nuovo podestà Ubertone cambiò linea rispetto al suo predecessore e, nonostante gli accordi fra Amministrazione Comunale e Banca d’Italia del 1930, destina l’area dell’ex ghetto a giardino pubblico disimpegnando quindi l’istituto bancario dall’acquisto del terreno. Nasce così piazza Roma, ora Merlin. Il portale di ingresso, a suo tempo scalpellato dalle truppe napoleoniche, fu recuperato ed adattato ad ingresso da sud del mercato annonario.

La demolizione del Ghetto portò ad un ulteriore ridimensionamento della presenza ebraica rodigina, alla quale si dovette comunque un’ulteriore sforzo con l’erezione di una nuova sinagoga in via Corridoni. Che purtroppo dovette registrare una vita molto breve giacché entrarono nel frattempo in vigore le leggi razziali che comportarono il definitivo impoverimento della comunità ebraica polesana, per cui, la sinagoga, definitivamente chiusa, fu successivamente trasformata in abitazione privata.

I provvedimenti vessatori delle leggi razziali del 17 novembre 1938 (RDL 1728), imposero agli ebrei di fare autodenuncia di appartenenza al comune. Il censimento stilato in data 20 aprile 1939, a seguito dell’introduzione delle suddette leggi, registra la presenza in Polesine di 55 ebrei: 46 a Rovigo (44 autodenunciati, più due riconosciuti appartenenti alla razza ebraica), 1 a Badia, 4 a Ficarolo, 3 ad Adria, 1 a Castelmassa. Il 31 ottobre del ‘41 la popolazione ebraica venne quantificata in 36 persone a Rovigo, 5 ad Adria e 1 a Badia.

Verso i campi di sterminio

Nel 1942 sono riportate, per la prima volta, le professioni degli inquisiti: 1 medico, 11 casalinghe, 2 invalidi, 3 sarte, 1 pensionata, 1 professoressa in lettere, 3 domestiche, 1 impiegato, 1 custode, 1 professore in lingue, 1 dottore in scienze economiche, 1 ingegnere, 1 professoressa di francese, 1 radiotecnico, 1 tipografo, 3 meccanici, 1 studente, 3 “benestanti”. Nel giugno del ‘43 l’elenco della prefettura comprendeva 33 ebrei riconosciuti e 3 discriminati.

Con l’ordine di polizia del 30 novembre 1943 ed il decreto legge del 4 gennaio 1944, n.2, si sancisce la fine della proprietà ebraica.

La deportazione degli ebrei italiani divenne operativa dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 quando iniziò l’occupazione tedesca di una parte del Paese e nacque la Repubblica Sociale Italiana.

Dalla provincia di Rovigo furono deportati e sterminati nei lager nazisti in tutto 39 ebrei: 35 rifugiatisi in Polesine da altre parti d’Italia o d’Europa e 4 di Rovigo (mentre altri 17 si resero irreperibili). Altri 9 cittadini ebrei nati a Rovigo furono arrestati, e deportati, nel resto d’Italia. Gli arresti (retate) avvennero in due periodi distinti: il 30 novembre 1943 (ordine d’arresto generale degli ebrei con perquisizioni a tappeto in tutta la provincia) e nell’estate del ‘44 (28 luglio e 1 agosto). Dalle carceri di Rovigo i detenuti furono trasferiti in gran parte a Fossoli Campo e da lì, ai campi di concentramento nazisti².

La deportazione degli ebrei di Rovigo

Ecco i nomi dei 13 ebrei di Rovigo deportati dall’Italia.

ALMANSI ADELE, nata a Rovigo il 15.07.1877, figlia di Guglielmo e Parenzo Emilia. Ultima residenza nota: Venezia. Arrestata a Venezia il 5.12.1943 da italiani. Detenuta a Venezia carcere, Fossoli campo. Deportata da Fossoli il 22.02.1944 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 26.02.1944.

BASSANI CLELIA, nata a Rovigo il 12.12.1864, figlia di Adriano Joseph e di Tedeschi Vittoria. Coniugata con Cester***. Ultima residenza nota: Milano. Arrestata a Venezia il 5.12.1943 da italiani. Detenuta a Bolzano campo. Morta in Italia in stato di detenzione: Bolzano campo il 18.01.1945.

CAVALIERI ARGIA, nata a Rovigo il 12.10.1875, figlia di Leonello e Coen Allegra, coniugata con Rietti Angelo. Ultima residenza nota: Ferrara. Arrestata a Ferrara il 06.03.1944 da italiani. Detenuta a Ferrara tempio, Fossoli campo. Deportata da Fossoli il 05.04.1944 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 10.04.1944.

CONSIGLI CLELIA, nata a Rovigo il 09.04.1879, figlia di Moisè e Bianche Elvira, coniugata con Pagan ***. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestata a Rovigo il 29.10.1944. Detenuta a Bolzano campo. Deportata da Bolzano. Deceduta in luogo ignoto in data ignota.

FRANCO BRUNO, nato a Rovigo il 21.06.1897, figlio di Michelangelo e Belleli Pia Bice. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Roma l’01.01.1944. Detenuto a Roma carcere, Vò Vecchio Campo, Padova ospedale, S. Sabba campo. Deportato da Trieste il 31.07.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 03.08.1944.

FRANCO ENZO, nato a Rovigo il 12.11.1898, figlio di Michelangelo e Belleli Pia Bice. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Roma l’01.01.1944. Detenuto a Roma carcere, Vò Vecchio campo, Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste il 31.07.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 03.08.1944.

LEONI ARTURO, nato a Rovigo il 27.09.1884, figlio di Cervo e Ivina Tedeschi, coniugato con Irma Cuzzeri, ultima residenza nota: Genova. Arrestato a Treviso nel novembre 1943. Detenuto a Milano carcere. Deportato da Milano il 30.11.1944 ad Auschwitz.. Ucciso ad Auschwitz il 6.02.1944.

LEVI BRUNO, nato a Fidenza (Pr) il 02.03.1897, figlio di Achille e Foà Maria, coniugato con Battaglia Dina. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestato a Ficarolo (Ro) l’01.08.1944 da italiani con tedeschi. Detenuto a Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste l’11.08.1944 ad Auschwitz. Deceduto in luogo ignoto dopo l’11.09.1944.

MODENA LUIGIA, detta Gina, nata a Venezia il 19.11.1881, figlia di Abdelcader e Piacentini Paolina, coniugata con Colorni Gastone. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestata a Rovigo il 28.07.1944. Detenuta a Padova. Deportata da Trieste ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz in data ignota.

PARENZO ITALO, nato a Rovigo il 26.08.1883, figlio di Libero e Praga Anita. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Padova nel mese di dicembre 1943. Detenuto a Vò Vecchio campo, Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste il 31.07.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 03.08.1944.

RAVENNA GUIDO ANSELMO, nato ad Adria (Ro) il 16.06.1878, figlio di Silvio e Clerle Adele, coniugato con Maestri Rosa. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestato ad Adria l’01.08.1944 da tedeschi. Detenuto a Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste ad Auschwitz. Deceduto a Mauthausen in data ignota.

RICHETTI ENRICO, nato a Gorizia il 07.12.1910, figlio di Elia e Ascoli Virginia. Autodenunciato a Rovigo nel 1939. Ultima residenza nota: Piacenza. Arrestato a Firenze il 26.01.1944 da italiani. Detenuto a Firenze carcere. Deportato da Fossoli il 16.05.1944 ad Auschwitz. Deceduto a Dachau il 06.01.1945.

USIGLI SILVIA, nata a Rovigo il 02.09.1879, figlia di Giacomo e Usigli Carolina, coniugata con Fano Cesare. Ultima residenza nota: Milano. Arrestata a Tirano (So) il 18.12.1943. Detenuta a Tirano, Sondrio carcere, Milano carcere. Deportata da Milano il 30.01.1944 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 06.02.1944.

UN MONUMENTO A MEMORIA DEL GHETTO

“Mai più ghetti”, ha detto con forza Paolo Avezzù intervenendo alla cerimonia di scoprimento della lapide a memoria del ghetto di Rovigo.

Il monumento, posizionato all’entrata di Piazza Annonaria in via X Luglio, opera dell’arch. Luigi Papparella, è stato inaugurato domenica 20 Marzo scorso, alla presenza delle autorità, delle associazioni d’arma e di numerosi cittadini, per non dimenticare il passato. Per far sì che gli errori non abbiano a ripetersi e per instaurare rapporti di collaborazione con le altre etnie che oggi – ha sottolineato il sindaco – a Rovigo sono ben 70 e costituiscono una ricchezza per la città votata all’accoglienza.

Per il vescovo è intervenuto mons. Claudio Gatti che, ricordando la tragedia della shoah, ha osservato che davanti alla nuova lapide non è lecito passare con indifferenza, mentre il rabbino capo di Padova Adolfo Locci, convenuto col presidente della Comunità ebraica patavina Romanin Jacur, ha ricordato la presenza degli ebrei a Rovigo, a partire del XIV sec., poi la delibera del ghetto del 1627 ed infine le persecuzioni nazifasciste che hanno completamente distrutto la secolare comunità.

A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Rovigo ha dunque inteso assicurare, grazie alla posa in opera del nuovo monumento, il ricordo di un passato di sopraffazione che non va rimosso dalla memoria collettiva: per non dimenticare e per indicare percorsi di libertà e fratellanza per il futuro.

L’arch. Luigi Paparella, autore del monumento, ci ha così tracciato, in breve, la storia e il significato dell’opera:

Roberto Magaraggia, che incontro ogni mattina all’edicola di piazza Roma ora Merlin, mi ha sollecitato, con la sua discreta ma perentoria insistenza, a pensare ed abbozzare qualche idea per realizzare una piccola ma significativa “lapide” da posizionare nelle vicinanze dell’ex Ghetto degli Ebrei, in ricordo e monito di quella triste vicenda storica che tutti rammentiamo come Shoà.

Più ne parlavamo più mi convincevo che la cosa era importante tanto che riuscii a coinvolgere l’amministrazione comunale di Rovigo e alcuni sponsor. L’idea prese significati e così mi impegnai per proporre un bozzetto che esprimesse in poco, tutto quello che nel tempo avevamo ragionato.

Pensai ad una lastra di pietra scolpita, densa di simboli che esprimessero le difficoltà di questo popolo. E’ così che il monumento iniziò a concretizzarsi e diventare espressione di forza di ribellione. La lamiera si squarcia, si taglia, si apre; dalla lamiera esce e prende forma il marmo, emerge quasi abbracciato alla lamiera che ancora lo tiene e lo costringe.

Il Marmo pieno di significati e simboli della storia e della forza di un popolo mai integrato e ancora non completamente accettato. Nel Ferro il simbolo della costrizione, nei tagli la volontà di rinascita, nel marmo la storia e il riscatto del popolo Ebraico.

Nel marmo l’origine dell’umanità, il cratere la genesi, la crepa e il filo spinato il dolore; dopo la crepa il lavoro dell’uomo e la rinascita verso la nuova storia del popolo Ebraico. La storia recente e l’antisemitismo nel proclamare la superiorità dei teutoni sull’obiezione giudaica ha avuto come conseguenza lo sterminio di sei milioni di persone tra i quali un milione di bambini.

C’è sembrato giusto con questo piccolo gesto ognuno per la sua parte, chiedere scusa al popolo Ebraico.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Roberto Costa. “Gli Ebrei a Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-ebrei-a-rovigo-2/

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