Un compleanno importante per Rovigo, per la sua identità, per la sua cultura. Nel 2019 il Teatro Sociale ha compiuto 200 anni e la sua città non ha perso l’occasione di celebrarlo, di valorizzarlo come un segno fondamentale della sua storia e un monito verso il futuro.
Fiore all’occhiello della cultura polesana, inserito nella rosa dei 28 teatri di tradizione di Italia, il Sociale vanta una storia gloriosa che affonda le radici in epoca asburgica, quando l’illustre Antonio Roncale – già proprietario di un teatro omonimo costruito alla fine del ‘600 ma superato – all’inizio dell’800 si mise a capo di una società per realizzare un nuovo edificio. In un’area dove prima sorgevano la chiesa e il convento di Santa Maria dei Battuti, nel 1817 vennero iniziati i lavori su progetto di Sante Baseggio.
Il 3 marzo 1819 ci fu un’inaugurazione provvisoria con “L’ombra di Fetonte, ossia l’omaggio della riconoscenza rodigina” di Sante Campioni, in occasione della visita a Rovigo dell’Imperatore Francesco I d’Asburgo, che soggiornò a Palazzo Angeli. In realtà all’apertura ufficiale del 3 marzo 1819 andarono solo la moglie Carolina Augusta e il fratello di Francesco I, il viceré, perché l’imperatore era raffreddato. Per compiere il viaggio, aveva lasciato gli oneri viennesi a uno dei fratelli; per qualche giorno in Polesine fece alcune udienze, emanò degli atti ufficiali e poi si diresse verso sud, raggiungendo Firenze, Roma e Napoli per trattare questioni spinose. Al suo ritorno, durante un nuovo passaggio a Rovigo, desiderando ammirare il teatro che gli era stato magnificato dalla moglie, fece aprire il “Teatro nuovo della Società”, che l’imperatore dimostrò di apprezzare, come risulta da quanto ebbe a scrivere nel suo diario personale.
La vera inaugurazione fu realizzata però con l’opera seria in due atti “Adelaide di Borgogna”, rappresentata il 26 aprile 1819 e composta per l’occasione da Pietro Generali, che all’epoca godeva della fama di essere secondo solo a Rossini. Tra i solisti si ricordano Violante Camporesi, Claudio Bonoldi e Giuseppe Fioravanti.
Adelaide di Borgogna si ispira alla storia della celebre donna medioevale, regina d’Italia per due volte, regina consorte dei franchi orientali, imperatrice consorte del sovrano del Sacro Romano Impero, a sua volta reggente per un breve periodo, del Regno di Germania e del Regno d’Italia e venerata come santa dalla Chiesa Cattolica. Le sue vicende ed azioni pubbliche si intrecciarono continuamente con quelle dei suoi congiunti: fu madre, moglie e nonna di tre imperatori. Donna colta, parlava quattro lingue, esercitò un grande influenza sulle politiche imperiali sia in Germania che in Italia.
Quest’anno, domenica 14 aprile, una interessante edizione dell’”Adelaide di Borgogna” ha rappresentato l’apice dei festeggiamenti per il bicentenario del Teatro Sociale. L’opera, su libretto di Luigi Romanelli, è stata proposta nelle parti musicalmente più significative, in certe sezioni paragonabili agli stilemi di Rossini e Donizetti, e con un coordinamento scenico a cura di Elisabetta Brusa. Particolarmente suggestiva la scelta di proiettare sul palco una grande immagine del Teatro Sociale di parecchi decenni orsono, con alcuni passanti e una carrozza nel piazzale antistante.
I ruoli principali sono stati interpretati con buona vocalità e calda accoglienza da Carolina Lippo (Adelaide), Francesco Toso (Berengario), Julija Samsonova-Khayet (nella parte en travesti di Adalberto), Francesco Marsiglia (Ottone I) e Roberto Cresca (Rambaldo). Le parti musicali sono state affidate all’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, arricchita dei migliori elementi del Conservatorio Venezze assieme al Coro Lirico Veneto, in una compagine maschile. Sul podio Stefano Romani ha guidato il gruppo con precisione, curando fraseggio e dinamiche con gusto e abilità. A introdurre la vicenda e integrare le sezioni drammatiche mancanti è stato Massimo Contiero, già direttore del Conservatorio e direttore artistico del Teatro Sociale.
L’opera è stata trascritta in edizione filologica nel 2012 dal rodigino Franco Piva, compositore, musicologo e direttore d’orchestra e il 17 marzo dello stesso anno fu proposta al Sociale in forma di concerto, poi incisa su cd da Bongiovanni.
I festeggiamenti per il bicentenario dello storico teatro sono durati dieci giorni, avviati dall’applaudito concerto della Banda Musicale della Guardia di Finanza diretta dal col. Leonardo Laserra Ingrosso. I 102 strumentisti hanno reso grande la serata non solo dal punto di vista artistico, per la bravura mostrata, ma anche per il valore storico e culturale del repertorio che hanno scelto. Particolarmente applaudite sono state la Danza delle Ore di Ponchielli, tratta da La Gioconda, l’opera che vide il debutto al Sociale di Beniamino Gigli al Sociale il 14 ottobre 1914; l’Inno del sole da Iris, che lo stesso Mascagni venne a dirigere a Rovigo nel 1902 per la riapertura del teatro dopo i lavori di ristrutturazione a seguito di un terribile incendio; la Danza Guerriera di Petrassi dal balletto La Follia di Orlando, in omaggio al suo poema epico in cui si legge l’origine del nome Rovigo. Sullo sfondo scorrevano, davanti agli sguardi commossi dei presenti, le immagini della città, del suo territorio, alcuni momenti difficili e anche le bellezze attuali del rodigino.
Tra i festeggiamenti, apprezzata anche la mostra “200 di questi anni. Il Teatro Sociale in mostra”, allestita nell’ex Pescheria Nuova con i più bei ricordi del Teatro Sociale. C’erano materiali di scena realizzati dai laboratori rodigini e utilizzati per rappresentazioni liriche e di prosa, documenti, parti scenografiche, cimeli e testimonianze dei grandi protagonisti che hanno calcato le scene del Teatro, tra cui il costume che Gigli indossò al suo debutto in Polesine.
Fondamentale poi la sezione “teorica” delle celebrazioni, con due convegni. Il primo, intitolato “200 di questi anni”, ha visto avvicendarsi contributi, ricerche e anche ricordi di chi ha vissuto il teatro dall’interno, lavorando per alimentare l’affascinante magia che da sempre attira e meraviglia gli spettatori. Maurizio Romanato e Lodovica Mutterle, hanno presentato il libro “Un imperatore a Rovigo”, il frutto di una ricerca sui diari inediti di Francesco I, tracciandone un ritratto preciso e mostrando il suo contatto diretto con il Polesine, in cui si è mostrato nel ruolo di “buon padre” ma anche di persecutore dei carbonari.
Massimo Contiero ha tracciato, sulla base degli annuari, una carrellata dei nomi principali che si sono susseguiti sul palco e dietro le quinte: cantanti, registi, direttori, ballerini di primo piano. Lo scrittore Alfonso Malaguti ha approfondito alcuni aspetti della vita teatrale a Rovigo degli ultimi decenni, dall’introduzione delle prime assolute di composizioni commissionate ad alcuni autori, alle collaborazioni con il Venezze fino al contributo di Gabbris Ferrari, che ha firmato lavori di successo e originali. Franco Piva ha infine parlato di “Adelaide di Borgogna”, commissionata a Pietro Generali per l’inaugurazione del Teatro Sociale. In quell’occasione sono state scoperte le intitolazioni di due palchetti di barcaccia a due persone che hanno trascorso gran parte della loro vita a contatto con il Teatro Sociale e Rovigo: Sergio Garbato e Gabbris Ferrari.
“L’architettura storica del Teatro Sociale” è stato il titolo del un convegno sulla parte architettonica del teatro Sociale, per completarne gli approfondimenti conoscitivi. Valeria Tomasi, con “L’architetto Sante Baseggio e il primo Teatro Sociale” ha spiegato la progettazione e la nascita dell’edificio; Guido Pietropoli, con “L’incendio e la costruzione”, ha illustrato il periodo a cavallo tra 800 e 900; Stefano Zaggia, con “Daniele Donghi: architetture teatrali e nuove tecniche costruttive”, ha raccontato le difficoltà legate alla liquidazione da parte dell’assicurazione a seguito dell’incendio: pare che tra le cause più probabili ci sia un lampadario a candele che veniva issato al soffitto e posizionato poi in un sottotetto. Sono intervenuti anche Andrea Giordano, con “Sistemi interoperabili per lo studio e la gestione del patrimonio architettonico”; Leda Bonaguro e Pierpaolo Modonesi con “L’ultimo restauro: anni 2000”: hanno spiegato i più recenti lavori realizzati per adattare il teatro alle nuove esigenze e ai nuovi sistemi di sicurezza.
Successo oltre le aspettative anche per l’annullo filatelico: sono stati realizzati dei francobolli con le immagini Beniamino Gigli e Maria Callas ma sono stati anche usati i programmi delle stagioni di spettacolo.
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Come citare questo articolo
Sofia Teresa Bisi. “I 200 anni del Teatro Sociale”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-200-anni-del-teatro-sociale/