Che i frutti della terra, quali mais, girasole e barbabietola, potessero essere coltivati non a fine alimentare ma per produrre energia, è una idea quasi sacrilega, impensabile per quanti, nei tempi passati, hanno affrontato e sofferto la fame. Oggi, invece, questa nuova visione della realtà è estremamente attuale, anzi sembra essere il futuro dell’energia mondiale. Si parla, in tal senso, di fonti di energia “rinnovabili” e ci si riferisce a quelle fonti non “esauribili” nella scala dei tempi “umani” o percepibili dall'uomo, che possono permettergli uno sviluppo sostenibile senza danno alla natura e per un periodo di tempo indeterminato.
Le fonti di energia rinnovabili si pongono come alternativa alle fonti di energia di origine fossile, carbone e petrolio, quest’ultimo destinato ad esaurirsi nel giro di poche decine di anni.
Ben conosciute (anche se in Italia decisamente sottoutilizzate) sono l’energia solare, idraulica ed eolica, mentre meno note, perché meno diffuse, sono quelle derivanti da produzioni agricole sulle quali solo negli ultimi tempi si è incentrato un interesse crescente. Ci si riferisce in particolare all’olio combustibile vegetale, al biogas, al biodiesel, al bioetanolo e alle biomasse, su cui è bene fare un po’ di chiarezza.
I biocarburanti
L’olio combustibile vegetale è ottenuto mediante l’estrazione meccanica dai semi delle colture oleose (girasole, colza e soia). Esso può essere destinato alla produzione energetica, senza dover subire ulteriori trattamenti industriali. Rispetto al biodiesel, che vedremo successivamente, gode di un significativo vantaggio di ordine economico. Il limite, che lo penalizza, è la sua elevata viscosità, che lo rende poco idoneo all’autotrazione.
Con il termine biogas si intende il gas ottenuto dalla digestione anaerobica della sostanza organica (in particolare il liquame derivante da allevamenti zootecnici, le colture energetiche, gli scarti di origine agricola), che può essere impiegato come sostituto del metano. La digestione anaerobica è la biodegradazione della sostanza organica in assenza di ossigeno, che porta alla formazione di biogas, combustibile ad alto valore calorifico. Il biogas può essere utilizzato nella produzione combinata di calore ed elettricità; nella produzione di calore sotto forma di acqua calda, di vapore o d’aria calda; nella produzione di carburante per veicoli.
Il biodiesel, invece, si ottiene da oli vegetali estratti dai semi delle colture oleifere (girasole, colza, soia, ecc.) ed è in grado di sostituire il gasolio nei motori dei veicoli e di contribuire alla riduzione dell’inquinamento da gas di scarico nei centri urbani. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, il biodiesel non è un olio vegetale puro e semplice (come i summenzionati oli combustibili vegetali), bensì il risultato di un processo chimico a partire da questi o altri componenti biologici. Il biodiesel può essere mescolato con il gasolio in determinate proporzioni ed impiegato nei moderni motori diesel. È stato dimostrato da molteplici ricerche scientifiche che il biodiesel può essere miscelato al gasolio fino al 30% senza che si renda necessario apportare modifiche al motore. Le case automobilistiche tedesche, per esempio, segnalano già nel libretto dell’automobile la quantità di biodiesel compatibile con il buon funzionamento del motore.
Il bioetanolo è un alcol, che viene prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali zuccherini o amidacei (come la canna da zucchero e la barbabietola) ed è analogo a quello che si forma nei processi di vinificazione e birrificazione delle filiere alimentari. In molti paesi del mondo, sopratutto in quelli economicamente più svantaggiati, viene usato come combustibile al posto della comune benzina, dato il suo costo molto contenuto. Il Brasile è il paese dove più si fa uso di etanolo per autotrazione (con particolari motori) e dove esistono le più grandi centrali di raffinazione di canna da zucchero, da cui si ottiene. Il processo di trasformazione del bioetanolo, infatti, è molto più rapido ed economico se la materia prima è la canna da zucchero piuttosto che la barbabietola; ecco il motivo per cui i paesi dell’America Latina sono all’avanguardia nella sua produzione e nel suo utilizzo.
Infine, le biomasse che rappresentano la forma più sofisticata di accumulo di energia solare. Mediante il processo di fotosintesi, i vegetali sono in grado di convertire l’energia radiante in energia chimica e immagazzinarla sotto forma di molecole complesse, ad elevato contenuto energetico. Si parla di biomassa, nello specifico, quando ci si riferisce alla parte biodegradabile di prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali ed animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali ed urbani.
Il protocollo di Kyoto
L’interesse verso i biocarburanti e le biomasse è stato imposto anche dal Protocollo di Kyoto, strumento attuativo di impegni verso la salvaguardia dell’ambiente, firmato nel 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005. Il Protocollo comporta l’impegno di riduzione delle emissioni annue di gas serra del 5,2% nel periodo 2008-2012, con percentuali differenti per ogni singolo Paese aderente. L’Italia si è impegnata a ridurre le proprie emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1990 (vuol dire che il parametro di riferimento è il valore di quell’anno e non il livello attuale, che di sicuro è superiore). Per raggiungere tale ambizioso obiettivo è necessario migliorare i processi produttivi ed industriali e incrementare la quota di produzione di energia derivante da fonti rinnovabili di un punto percentuale all’anno.
Si comprende allora come la volontà di produrre energia rinnovabile non dipenda esclusivamente dagli agricoltori o dagli ambientalisti, ma investa anche il mondo industriale e le istituzioni pubbliche. I primi sono i produttori di materia prima, i secondi contribuiscono alla trasformazione in larga scala dell’energia, mentre le istituzioni sono “il collante” idoneo per evitare squilibri e speculazioni, per definire una strategia chiara, trasparente e duratura e garantire la stabilità del mercato.
Si parlerebbe così di “filiera agroenergetica”, ovvero l’insieme di imprese agroenergetiche, di trasformazione di biomassa di origine agricola in biocarburanti, imprese di produzione, di trasporto, di distribuzione e di commercializzazione di biocarburanti.
Le associazioni di categoria del mondo agricolo si sono già mosse in tal senso (la Coldiretti, ad esempio, ha avviato una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che favorisca la produzione di bioenergia e la costituzione delle filiere agroenergetiche) e anche il comparto industriale ha dimostrato interesse. Un buon esempio lo abbiamo proprio dalla ditta polesana Grandi Molini Italiani s.p.a., che ha in progetto di realizzare a breve a Porto Marghera (Venezia) uno stabilimento per la produzione di bioetanolo.
Favorire la produzione di energia tramite le fonti rinnovabili è dunque sicuramente una scelta consapevole che porterà miglioramenti nello stile di vita futuro. Una scelta lungimirante, indispensabile per la tutela dell’ambiente, della salute e per la prevenzione dei rischi conseguenti ai cambiamenti climatici. Certo i fattori che determinano la competitività delle bioenergie rispetto ai carburanti di origine fossile non possono prescindere dall’esame del mercato attuale dell’energia, ma sembra che si sia sulla buona strada.
L’impegno della Coldiretti
L’associazione che, come dicevamo, in Polesine si trova in prima linea nel sostenere un’azione decisa per accelerare la strada della produzione dei biocarburanti è quella dei Coltivatori Diretti. Ci incontriamo col presidente Valentino Bosco per saperne di più.
– La sua associazione si è fatta carico di promuovere una raccolta di firme per incentivare azioni legislative a favore dell’uso dei prodotti della terra quali fonti di energia. Quale risultato ha avuto l’iniziativa nelle piazze del Polesine e d’Italia? Quali esiti vi attendete sul piano normativo?
“I risultati della raccolta delle firme in piazza sono stati buoni perché i cittadini italiani sono sensibili alle problematiche legate alla salvaguardia ambientale e al risparmio energetico. Mi permetto di aggiungere che parte di questo merito può essere attribuito alla Coldiretti che da anni ha fatto del dialogo con il consumatore e con il cittadino un punto di forza della sua politica sindacale. Nello specifico l’importanza strategica della promozione delle fonti energetiche rinnovabili nella politica energetica europea e nazionale ha portato alla presentazione di questa proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a garantire, in particolare, la promozione e l’impiego di biocarburanti di origine agricola. L’esito di questa azione ha portato all’approvazione della legge 11 marzo 2006, n. 81, con l’introduzione dell’obbligo, da parte dei produttori di carburanti diesel e di benzina, di immissione al consumo, a partire dal 1° luglio 2006, di biocarburanti di origine agricola in misura pari all’1% rispetto alle quantità immesse al consumo nell’anno precedente (tale percentuale è incrementata di un punto per ogni anno, fino al 2010). La legge, inoltre, prevede strumenti per l’integrazione della filiera dei biocarburanti ed introduce agevolazioni fiscali per il biogas. Sono proprio i contratti di filiera ad essere in elaborazione attualmente”.
– Nella nostra provincia vi sono già in atto alcune iniziative volte a ricavare energia dalle produzioni dell’agricoltura? Di quali incentivi godono?
“La Coldiretti sta ovviamente spingendo affinché le aziende agricole, che ne hanno le caratteristiche, si dotino di impianti per la produzione, in particolare, di biogas; ma attualmente non ne è attivo nessuno in provincia di Rovigo. C’è comunque fermento ed interesse, e lo testimoniano i viaggi di alcuni imprenditori agricoli polesani, accompagnati dai tecnici Coldiretti, in visita a impianti di biogas già attivi da anni in paesi come l’Austria e la Germania. Dal punto di vista normativo, la possibilità, da parte delle imprese agricole, di produrre e vendere energia, è legata alla recente modifica dell’art. 2135 del Codice Civile, che estende la qualifica agricola per connessione anche alle attività di produzione e vendita di energia termica ed elettrica, anche di origine fotovoltaica.
Rispetto ai vantaggi per l’impresa agricola, in virtù delle opportunità di diversificazione legate al concetto di multifunzionalità, va considerata la concreta possibilità di incremento del reddito aziendale sia attraverso la vendita dell’energia prodotta che tramite il risparmio sulla bolletta energetica (grazie alla produzione per autoconsumo di energia termica ed elettrica) oltre che, in prospettiva, il miglioramento dell’immagine grazie a marchi di qualità energetico ambientali.
I vantaggi sociali collegati all’impegno del settore agricolo nelle produzioni energetiche permettono, inoltre, l’accesso ad un legittimo sistema di incentivazione (vedi le misure dei Psr, i premi Pac per le colture energetiche, le deroghe al set-aside, i certificati verdi, il conto energia nel fotovoltaico) che, in aggiunta ai vantaggi diretti già menzionati, costituisce un ulteriore stimolo”.
– Il mondo agricolo è preparato a seguire i nuovi orientamenti di destinare parte della produzione per i biocombustibili?
“L’agricoltura in Italia è sensibile alla diversificazione delle attività aziendali. La cosiddetta multifunzionalità delle aziende spinge gli agricoltori ad orientarsi a forme di attività innovative e alternative a quelle tradizionali. In questo ambito un ruolo importante lo giocano le associazioni di categoria come la Coldiretti, che hanno il compito di informare e preparare al meglio gli imprenditori in merito alla diverse opportunità”.
– Quali sono i rapporti col mondo dell’industria che deve farsi carico della costruzione degli impianti per la lavorazione dei prodotti della terra al fine di ricavarne biocarburanti? In particolare a che punto sono le pratiche per riconvertire il dismesso zuccherificio di Porto Viro in struttura produttrice di biocombustibili?
“I rapporti con il mondo dell’industria sono fondamentali perché ne derivano i già citati contratti di filiera; senza tali accordi, sui quali si sta lavorando e dialogando, difficilmente si avrà una produzione di energia costante e senza intoppi.
Parlano dello zuccherificio di Porto Viro, la prospettiva continua ad essere quella della conversione in un impianto produttore di bioetanolo da mais granella. La questione fondamentale per noi è che vengano privilegiate e valorizzate le produzioni locali. Ancora non sono state intraprese azioni concrete in tal senso. Sarà, comunque, cura delle istituzioni assicurarsi che i fondi destinati alla sua riconversione seguano questa strada e noi della Coldiretti vigileremo affinché tutto proceda il più velocemente possibile”.
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Come citare questo articolo
Lisa Cappellari. “I campi fonte di energia rinnovabile”. Ventaglio Novanta, n. 34, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-campi-fonte-di-energia-rinnovabile/