Nell’impossibilità di dare spazio a tutte le numerosissime esperienze, che potrebbero riempire pagine e pagine di resoconti e commenti, pare opportuno – in occasione del 50° del Coro Monte Pasubio – isolare i momenti più significativi della lunga storia.
Uno, in particolare, riguarda l’udienza pontificia con papa Giovanni Paolo II, nel 1991, in occasione del venticinquennale di fondazione. Un evento che ha superato ogni aspettativa: il gruppo corale polesano, disposto in prima fila, è stato invitato a cantare, e il papa stesso, nella irripetibile atmosfera di naturalezza e semplicità dell’incontro, ha intonato un canto polacco, che il coro aveva messo in programma in una precedente tournèe in Polonia. Dell’udienza, oltre al ricordo di chi ha partecipato, restano le istantanee che raffigurano i coristi sorridenti davanti al papa.
Un altro momento storico è legato all’incisione del primo disco. Per lunghi anni, fu più un evento sognato che un’opera reale: occorrevano i soldi, che un’associazione di volontariato fatica a mettere assieme; occorreva, altresì, l’impegno assiduo dei coristi, oltre alla capacità progettuale e tecnica del maestro. Alla fine, a distanza di sedici anni dalla fondazione, il sogno fu coronato con l’edizione del primo LP di soli canti polesani, messi in opera dal direttore storico Nazzareno Fogagnolo in collaborazione con l’armonizzatore polesano Piero Avanzi.
A quel disco, oggi non più in circolazione, che ritrae in copertina l’immagine di un vecchio che racconta “le nostre storie”, ne sono succeduti altri cinque, curati con lo stesso impegno e la stessa dedizione.
L’ultimo, edito da appena un anno (2015) con il titolo “Veneto terra di guerra e di pace”, portato a compimento stavolta dal m° Pierangelo Tempesta, racconta storie di guerra, in sintonia con il Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia e le manifestazioni che hanno accompagnato l’evento. Quelle memorie, dirette e indirette, passando da una generazione all’altra, hanno colorato la storia di “epos”, sedimentando sentimenti ed emozioni che hanno trovato voce nella memorialistica di guerra e nel canto popolare.
Nel corso della sua lunga attività, il Coro ha partecipato a concorsi nazionali e internazionali (1° Premio a Como-Brunate nel 1974; 1° Premio a Vienheim, Germania, sez. pop. e 2° Premio sez. polifonica nel 1996); è stato protagonista di numerosissime rassegne corali, tournèes in Italia e all’estero (Inghilterra, Francia, Germania, Polonia, Austria, Ungheria, Slovenia). Sei le incisioni discografiche, l’ultima delle quali risale al maggio 2015, in memoria della Grande Guerra. Il 24 maggio 2015, il coro ha partecipato alla manifestazione musicale “Conto cento canto pace” promossa dall’ASAC all’Arena di Verona, assieme a tutti i più importanti gruppi del Veneto.
Sul piano nazionale, si segnala la partecipazione al Concerto di Natale della Coralità di Montagna presso l’aula di Montecitorio a Roma nel 2009 e, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’ambito riconoscimento di “Gruppo di interesse nazionale”.
Un capitolo importante dell’attività è riservato al repertorio musicale religioso: frequenti sono infatti gli interventi di animazione delle Sante Messe promosse nelle occasioni più significative. Al calendario cristiano si ispira, inoltre, l’attività del periodo Natalizio e Pasquale, nonché la realizzazione teatrale della Via Crucis, durante la Quaresima, all’interno delle chiese della città, della provincia polesana e del Veneto.
Rientra nello statuto dell’associazione, infine, l’esercizio della carità e della solidarietà nella forma di concerti, promossi a scopo di beneficenza, nelle case di riposo, nelle carceri e nel corso di manifestazioni missionarie.
La storia di un’associazione non è anonima, impersonale: dentro, vi si ritrovano persone in carne ed ossa, animate da passioni, caratteri, aspirazioni. Dietro le numerosissime esibizioni (oltre 1300), c’è il lavoro di preparazione del maestro, l’intreccio di relazioni dei dirigenti, l’opera di divulgazione sugli organi di stampa, la cura dei rapporti istituzionali con gli enti pubblici e le associazioni culturali: una realtà ormai complessa, costruita giorno per giorno con tenacia, che può avvalersi di una sede-auditorium (la quattrocentesca chiesa di S.Rocco adiacente alla chiesa parrocchiale di Grignano Polesine) e della sponsorizzazione di un istituto finanziario (Rovigo Banca).
Nella conduzione tecnica del gruppo, fra i tre maestri che si sono avvicendati, quello che ha retto l’incarico più a lungo è stato Nazzareno Fogagnolo, che ha diretto il coro per oltre trentacinque anni, con professionalità ma anche con l’umiltà di chi vuole condividere l’amore della musica con tutti e lo spirito del buon esempio. Perennemente presente in tutte le prove e manifestazioni, anche con la febbre addosso e magari dopo aver saltato la cena, Nazzareno, durante la sua lunga militanza, ha puntato ad allargare le sue conoscenze, frequentando direttori e musicisti insigni (De Marzi e Malatesta su tutti), ascoltandone i suggerimenti, perseguendo costantemente l’intento di migliorare la propria direzione. A lui va ascritto anche il merito di aver predisposto la sua successione, affidando l’incarico a Pierangelo Tempesta, che prima l’ha affiancato e poi gli è subentrato a partire dal 2004.
La qualità e la maturità di un coro non si misurano esclusivamente sulla cifra tecnica; diversi altri fattori intervengono ad affinare l’espressione: l’intesa con il maestro; il gusto personale; la capacità di interpretare il tema e la situazione; l’attenzione alle voci di chi sta attorno; la consapevolezza che nasce dall’interesse e dalla cultura; il piacere dell’ascolto e così via.
Alla formazione del gruppo, conferiscono particolare significato ed efficacia i suggerimenti e le indicazioni anche pratiche di valenti musicisti che, incontrati nelle sale da musica, sono poi diventati amici e consulenti. Tra questi in particolare Gianni Malatesta, Bepi De Marzi, Mauro Pedrotti.
La nascita di queste collaborazioni, relativamente a Gianni Malatesta, affonda nel tempo delle origini, circa sessant’anni fa, nelle occasionali rassegne, condotte assieme. Di qui, è poi nata una relazione più stretta, perché Malatesta, direttore del coro “Tre pini” di Padova, ha avviato con successo l’attività di registrazione discografica e il suo contributo è stato prezioso, sia per la novità delle sue armonizzazioni, sia per la straordinaria esperienza musicale. Da questa collaborazione hanno preso impulso le prime tre incisioni, che ancora oggi, a distanza di tanti anni, conservano invidiabile freschezza interpretativa.
Con Bepi De Marzi, il rapporto non si è limitato ai suggerimenti, ma si è notevolmente intensificato con i suoi interventi a tutti gli anniversari del coro: 100°, 400° concerto; 20°, 30°, 40° anno di fondazione etc. E’ nata una vera e propria amicizia, favorita dai rapporti personali del maestro Fogagnolo e dell’allora presidente Giorgio Ferrari, unico tra i fondatori in attività. Di questa amicizia, lo stesso De Marzi si è fatto interprete e narratore: il coro Monte Pasubio, racconta, gli ha fatto scoprire il Delta, la terra di sua nonna; le relazioni con il proprio territorio vicentino; la generosità e l’ospitalità polesana. Il Monte Pasubio gli deve riconoscenza anche per le scelte di repertorio, che, dopo anni e anni di canti alpini, hanno puntato sulle tradizioni e la cultura del territorio.
Agli appuntamenti con il Monte Pasubio, non è mancato il mitico coro SAT, fondatore del genere popolare e in attività da quasi un secolo. Dopo il memorabile concerto nell’autunno del 2001, Mauro Pedrotti, il maestro, ha tenuto proprio nella sede-auditorium del Monte Pasubio, un corso sulla dinamica, il ritmo, l’emissione del suono e la modulazione della voce.
Ma qual è l’anima di un coro popolare? Più che a uno spirito serioso e sussiegoso, viene spontaneo pensare a un gruppo di persone che si divertono a stare assieme, coltivando brani e canzoni spesso pervase da allegria e arguzia.
Negli anni eroici, il più delle volte, i concerti finivano in gloria, intonando arie come “La porta un litro de chel bon!… el merenderooo… l’è pien de neroo… e mi la dona rossa no voio no!… quan l’è inverno la fa la giòssa…”. Pareva scatenato il coro Monte Pasubio nel cosiddetto terzo tempo. Tutti si sentivano protagonisti e, nell’euforia generale, il più sfacciato si accostava cantando alla ragazza più vistosa e attaccava: “Son vegnù da Montebel, a cavalo d’un asinèl… lallallà…. chi t’ha fato ste bele gambòttole… trallallallero…. Me le ha fate la mia mammòttola…”. Strofa dopo strofa, l’occasionale solista, assecondato da un nugolo di coristi, risaliva dalle gambe su su ai fianchi, al seno, al volto, esaltando le fattezze dell’occasionale bellezza paesana.
Al ritorno, in corriera, ancora si cantava e si rideva, ricordando i discorsi di presentazione del presidente, mantenendo viva quest’anima collettiva scanzonata.
Ma sul palco, nei momenti più intensi dell’esibizione, trovavano posto anche la sensibilità, la memoria di un passato contemplato con nostalgia, la pietà per i caduti in guerra, l’amore per la famiglia. Quando il coro attaccava “L’aqua xe morta” di Bepi De Marzi, la voce era davvero quella dell’anima e le parole sferzavano la coscienza. “Le strade no’ ga più l’ombrìa, le piazze xe posti de pena, nei pra’ no’ se trova più fiori, i boschi ga perso la pace…”.
Questa voce dell’anima, che via via nel tempo ha trovato espressione prima nei brani alpini, poi in quelli d’autore, oggi vive soprattutto nel canto “Polesine” di Fossati-Liberovici-Vacchi, proposto da qualche anno come sigla del coro. Testo e musica si fondono strettamente, richiamando, nella melodia cantilenante, nelle immagini di paesaggio e nei sentimenti, uno spiccato senso di identità polesana.
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C. G.. “Il 50° del Coro Monte Pasubio”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-50-del-coro-monte-pasubio/