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STORIA - TRADIZIONI

Il bicentenario del Teatro Ballarin

Dai presupposti culturali alla concretizzazione del progetto. A partire dall’inaugurazione del 1814, due secoli di scommesse

di Laura Viaro

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 56–59

Duecento anni rappresentano un’entità cronologica di tutto rispetto, non assoggettabili a giudizi determinanti eventuali caratteristiche di relatività. Un lasso di tempo che ci porta all’inizio dell’ ‘800, quando a Lendinara – nonostante i sovvertimenti politici che avevano da poco portato alla fine del governo della Serenissima e all’alternarsi della presenza dei nuovi dominatori Francesi ed Austriaci – si parlava di costruire un teatro. Una volontà che alla fine divenne concreta per giungere, il 3 settembre 1814, all’inaugurazione del prestigioso Teatro Ballarin.

Parlare del Ballarin significa dunque anche rievocare tappe determinanti della storia del nostro Paese, che nella città di Lendinara si sono esplicitati, nei vari contesti, attraverso figure di rilievo. Ciò a cui dapprima si assiste, è la consonanza di intenti che allinea in prima fila il nobile Pietro Perolari Malmignati, il conte Giovan Battista Conti, dignitari lendinaresi nonché personaggi di spicco nel panorama culturale, e il conte Francesco Gherardini il quale fra l’altro favorirà la nascita della prima banda cittadina. Da ricordare altre figure di rilievo: l’Abate Griffi, monsignor Domenico Scipioni e altre autorità religiose, tra le quali i fratelli Francesco Antonio, Gaetano e Giacomo Baccari, svolgono un ruolo davvero fondamentale nella cura dei luoghi sacri, occasionali teatri di rappresentazioni musicali.

A questi personaggi, riconosciuti animatori del mondo culturale lendinarese a cavallo tra ‘700 e ‘800, vanno affiancati nomi di artisti, quali il famoso tenore Domenico Ronconi e l’ecclesiastico Pietro Vicentini, organista ed autore. Sempre in tema di premesse, l’elenco potrebbe senz’altro estendersi oltre i confini cittadini includendo, tra gli altri, il nome di Pietro Cappellini originario di Legnago che in Lendinara fissa la residenza e raccoglie contributi per la creazione di un’orchestra che assumerà un’importante funzione per la città.

Ma anche le più lodevoli intenzioni necessitano dell’apporto di notevoli risorse per essere in qualche modo concretizzate, nonostante i favorevoli presupposti, “un Teatro, ove Principi e Regi suolsi onorare, ove a seder s’impara le umane bizzarrie, gli fatti egregi non era ancora surto in Lendinara.” Così segnala Pietro Perolari Malmignati nel suo “Capitolo intorno alla edificazione del Nuovo Teatro di Lendinara e allo spettacolo ivi eseguito nella prima sera dell’apertura” edito dalla tipografia Michelini nel 1814, sottolineando che “tutti al Teatro avean gli animi pronti, ma non la mano”.

Ma ecco infine materializzarsi l’idea del luogo – sulle forme di quello che per secoli era stato un deposito di granaglie – grazie all’intervento dei tanto declamati signori Girolamo Ballarini e Giovanni Maria Bertazzi i quali, avvalendosi di professionisti e artisti di indiscusso pregio, donano alla città un Teatro che – come continua Pietro P. Malmignati – “Milàn, Vinegia, Napoli ne vanta di più grandi, e più ricchi, ma un più bello, più leggiadro, e gentil, che proprio incanta, quelle città non hanno”.

Annotazione autoreferenziale forse, ma rispondente al vero almeno nello spirito e agli occhi degli appassionati cittadini, i quali non reputano biasimevole spendere danaro per l’abbellimento di un siffatto edificio, anche in epoca di ristrettezze economiche e orribili fatti bellicosi; convinti, al contrario di altri, che non saranno le “Sirene lubriche e discinte…a vìolar con salti, e trilli, e con moine finte a giovanetti i casti cor” e che il luogo non è causa di dissolutezza bensì chi, entrando, “sua malizia scopre”.

In questo senso ci induce a riflettere Pietro P. Malmignati, invitando “l’almo paese” a godere dei favori di Apollo che daranno alla città un lustro degno di Atene, pronosticando per il Teatro un imminente futuro e l’opportunità di beneficiare, attraverso le rappresentazioni, degli innumerevoli esempi sulla natura umana, dai quali “più vantaggio viene…che con cento Orazion di borra piene”.

Il nuovo Teatro, la cui realizzazione venne affidata all’architetto Antonio Foschini di Ferrara, sarà puntualmente e amorevolmente descritto dall’Avvocato lendinarese Francesco Nobili in un libretto pubblicato il 2 settembre 1814 e donato ai suoi concittadini. Ed è un battesimo con tutti i crismi, nel quale l’acqua piovuta dal cielo si presenta in varie forme, “tra la contentezza di quei pochi benpensanti bacchettoni, che non avevano lesinato i loro acuti strali a proposito del nuovo teatro.”

L’opera rappresentata nella serata d’inaugurazione, l’ “Amor marinaro ossia il Corsaro” di Joseph Weigl, alla quale segue il balletto “Il bosco magnifico” viene scelta in sostituzione della presenza del tenore lendinarese Domenico Ronconi, con precise e più che comprensibili motivazioni, legate al contingente panorama politico.

Come ogni significativa esistenza, anche quella dell’ex Granarazzo, conosce stagioni sorprendentemente variabili, a cui facciamo qui un fugace cenno. La prima e sostanziale modifica avviene con la sua acquisizione, nel 1863, da parte del Signor Giorgio Voltolini fu Bellino, cittadino “geniale” che in più ambiti si adopera per il miglioramento della città fra l’altro sostituendo, a proprie spese, vecchie e povere abitazioni con decorosi fabbricati. Inoltre erige una prestigiosa officina di lavori d’intaglio e decorature nonchè uno stabilimento balneare galleggiante sull’Adigetto.

Artista di sicuro pregio, provvede ad alcuni adeguamenti del teatro, grazie alla collaborazione dell’architetto milanese Invernici, a cui fra l’altro si deve il disegno della facciata tuttora caratterizzante il Ballarin.

I nuovi interventi permettono fra l’altro l’utilizzazione del Teatro per spettacoli diurni e spettacoli di minore importanza, quali ad esempio le marionette, costruendo allo scopo un teatrino nel Teatro.

La successiva gestione, avviata dopo il decesso di Voltolini dalla “Società di Palchettisti”, commissionerà all’architetto bolognese Colliva un nuovo piano di ristrutturazione interna che ne aumenterà la capienza e affiderà al valente pittore Baldi l’esecuzione degli affreschi. Il Teatro, nel più moderno gusto liberty, ospiterà ancora spettacoli d’opera durante la Fiera e qualche occasionale evento, prima della radicale trasformazione interna avvenuta nel primo dopoguerra.

Fu infatti nel 1948 che il Ballarin venne definitivamente adibito a cinematografo con l’eliminazione di tutti i palchetti che rendevano armonioso il suo interno.

Il lento declino iniziato dagli anni ‘80 del secolo scorso porta nel 1986 all’apparente conclusione, scongiurata dai nuovi e decisi interventi avviati all’inizio del 2005 che ne hanno permesso la ripresa, festeggiata con la memorabile cerimonia del 2 settembre 2007.

L’attività del Teatro è a tutt’oggi regolarmente svolta con la consueta stagione ed eventi di ogni genere.

Anche se una sorta di scaramantica superstizione può trattenere dal porgere anticipati auguri di buon compleanno, nulla vieta, fin d’ora, l’auspicio condiviso di lunga e intensa vita e, in tempi di innegabile crisi, di salvaguardia delle finalità artistiche e culturali del nobile concepimento.

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Come citare questo articolo

Laura Viaro. “Il bicentenario del Teatro Ballarin”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-bicentenario-del-teatro-ballarin/

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