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POESIA

Il mio rifugio

Poesie di Gianfranco Turato

di Gianfranco Turato

Ventaglio Novanta n. 53 2016 pp. 141–143

LE NOSTRE OMBRE

Come una pennellata nell’azzurro l’allodola si levò dal prato e ci lasciò libero il profilo del colle. Disegnate dal sole radente le nostre ombre s’incontrarono oltre le ginestre dove i monti le nubi il vento riposano.

PASSA LA SERA

Passa la sera passa il mio sguardo sopra i tetti la mano tra i capelli di seta. Sfiora il vento le pietre e i nostri piedi la sabbia l’onda stanca il mare. Vanno le strade e i sentieri le stelle e i pensieri un sorriso e la speranza. La tua mano la mia ora tutto mi fugge via.

QUATTRO ORME SULLA SPIAGGIA

La prese in braccio e le disse “ti amo” Parve che il mare avesse un fremito invece era una parola che valeva una vita.

Sono rimaste quattro orme sulla spiaggia. “Può esser più calmo il mare?” L’acqua si fermò fino notte fonda per non cancellarle. Quando il vento si alzò e la sabbia si sciolse tra goccia e goccia si sussurrò “ritorneranno”

‘NA PICOLA STORIA

Co’ ła prima steła torna casa el me omo.

Par primo ło sente el core a porta e łasso cascare ła calsa. In meso ai so brassi so’ come ‘na foja che al ramo torna tacarse. E voria quasi fare ł’amore ma ła pignata me ciama.

Ła tovaja zé neta i piati bianchi, a fiori. El magna e se incontremo coi oci el beve e el me ne łassa metà.

Stuemo ła łuce ’ndemo a dormire e tante matine quando che saria ł’ora el gało no’ canta par farne piassere.

E NOALTRI SEMO QUA

La canpagna zé chieta stanote La luna alta e granda la zé là dove che finisse el celo. I monti ga ‘na sengia d’argento. ‘Na luce bułega in fondo e subito sparisse. Vieni al balcon l’aria zé fresca.

Amore, disemose tuto: ‘sto mondo che pare ‘na tera de sogno, ch’el pare belo,diverso, novo no’l ga gnente né respiro, né luce, né vita e noaltri semo qua persi in te ‘sta scura pianura dove eserciti de orbi se scontra in mezo la note.

COME UN LADRO

La luna mi prende sempre alla sprovvista come un’amante gelosa che improvvisa spunta all’angolo. Gliene abbiamo dette tante immeritate parole ora non lascatemi solo con lei per favore non so cosa dirle Sono come un ladro che gira la città di notte e fugge la luce

IL MIO RIFUGIO

Quando sento l’affanno della vita che fugge c’è sempre un posto nella mia anima dove appendere il cappello. E lì mi riposo. Nella poesia c’è una piazza che mi guarda una strada che ancora ascolta i nostri passi. C’è qualcuno che mi ricorda?

***

Un grillo canta spezzando il vento. Una luce. L’aria fresca sul viso. Hai paura del buio e di me? Non temere Andiamo

ARABESCHI

Solo un papavero un papavero rosso che fu felice di morire tra le tue mani

****

Una torre lassù senza luce illuminata una sera da uno sguardo d’inaspettata meraviglia Era l’ amore inatteso

***

Cerco la tua mano e trovo solo il ricordo un fiore che fugge senza stelo

***

Un sentiero. Salire bianchi di polvere e d’amore tra chiese perdute tra castelli spaccati salire per due strade diverse trovarsi in vetta e scendere assieme.

***

Quando il dopo è tristezza e il presente è fuggito la felicità rimane nella certezza di un ricordo.

***

Quella strada che finisce a metà. Vorrei continuare a camminare sui tetti verso quei colli che le nubi smorzano in un verde profondo. Com’è triste una strada che finisce a metà.

***

Una mano tra i capelli. Come il vento quando leggero passa tra i pini.

***

Ginestre pensieri di primavera non vi ho raccolto e vi lascio parlare – se volete – di quanto è stato.

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Come citare questo articolo

Gianfranco Turato. “Il mio rifugio”. Ventaglio Novanta, n. 53, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-mio-rifugio/

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