Non c’è un’unica via per cercare la pace interiore, ma una delle più sicure è indubbiamente quella di seguire il percorso dell’arte. Non tanto quella dell’arte fruita (che comunque può dare dei buoni esiti, a meno che non si persegua una sorta di ossessiva identificazione con il soggetto rappresentato, che può portare alla destabilizzante sindrome di Stendhal) ma soprattutto quella dell’arte praticata: quella che assicura appagamento nel momento creativo; quella che dona al pittore l’intensa soddisfazione del vivere una situazione irripetibile: la percezione interiore che la rappresentazione che si sta formando sulla tela è intimamente legata al proprio mondo. In questo caso all’autore non importano più di tanto gli esiti del quadro; non ha rilievo se, alla conclusione del procedimento creativo, si ottenga o no un consenso collettivo. Importa soprattutto il proprio sentire nel momento del fare arte.
Non sorprende allora che vi siano autori (qui stiamo parlando delle arti figurative, ma il discorso vale ovviamente anche nel campo della letteratura) nei quali manca completamente lo stimolo a rendere pubbliche le proprie opere. Pittori che realizzano con passione i propri quadri e di ciò si sentono appagati; tutt’al più li mostrano ad una ristretta cerchia di amici, ma si sottraggono con decisione all’opportunità di allestire qualche mostra o, tanto più, all’ipotesi di partecipare a dei concorsi.
Una premessa questa necessaria per comprendere lo stato d’animo di Marco Valdura, che solo dopo anni di insistenze degli amici, ha ceduto mettendo in mostra i suoi originali lavori a Rovigo presso lo spazio espositivo del Circolo Arti Decorative di Piazzetta Annonaria. Quadri sorprendenti per i soggetti e i colori quelli di Valdura, che presentano una realtà che non c’è: un mondo fatto di fantasia ed echi magici in scenari per lo più aperti (siano essi caratterizzati da distese d’acque o paesaggi innevati) con primi piani solitamente dominati da soggetti statici (alberi o strane lune) su cui si esercitano minuscole creature silvane che rimandano al mondo degli elfi.
Esseri benevoli questi che – invisibili ai più – popolano il mondo della natura. E beneficiano del miracolo del succedersi di giorni senza ansie, soffermandosi sul ramo di una nodosa quercia priva di chioma per godere della suggestiva luce del crepuscolo, o impegnandosi in semplici attività connesse al mondo naturale, o ancora facendosi cullare dalla luna provvidenzialmente scesa sulla terra.
Già la luna. E’ una luna terrestre e magica quella che più volte troviamo nei quadri di Marco Valdura; un astro che non sta in cielo a compiere il suo incessante ed affannoso movimento attorno al nostro pianeta, ma che viene a riposarsi sulla terra, scegliendo la sua forma più accattivante: quella di un grande spicchio dorato, a volte assiso tra i rami di una pianta, altre volte cullato dalle onde del mare. Una luna che, in un paesaggio privo di turbamenti, trova profonda pace tanto da permettersi un sonnellino, propensa nel contempo ad offrire ospitalità e protezione, nella sua accogliente curvatura, a due elfi che si abbracciano con lo sguardo fisso all’orizzonte.
Immagini surreali, realizzate sulla tela dal “pittore dei sogni”, come è stato definito Valdura, il quale in un altro quadro presenta una scena in cui sono le strane creature silvane a soccorrere la luna: una luna con qualche acciacco, spiaggiata su una ampia distesa marina. Cosicché, mentre due elfi, abbracciati su una pianta emergente dalle acque guardano verso l’orizzonte, un altro è intento ad ancorare con funi la luna al grande albero, perché non vada alla deriva, assicurandole un sonno ristoratore.
Se è evidente che nei quadri di Valdura i riferimenti al mondo oggettivo sono molto blandi, è però altrettanto vero che è presente la stagionalità. Ecco dunque la luna che nelle giornate invernali non esita ad apparire ammantata di neve o ad indossare perfino i panni di un silente babbo natale, per soffermarsi ad osservare stupita un elfo che, vestito come uno dei re magi, è in cammino verso la capanna del Salvatore.
E’ insomma un mondo magico quello che ci presenta Marco Valdura nelle sue opere. Una fuga da una realtà che si palesa troppo spesso estenuante e caotica. Un approdo a visioni di pace, fatte di paesaggi silenti in cui, senza frenesia alcuna, si muovono piccole creature fantastiche che rimandano alle favole della fanciullezza, al mondo incorrotto dei sogni che vivono di una loro vita propria, in una dimensione senza età.
E non sorprende, pertanto, in questo mondo fatato, trovare anche Pinocchio, accolto da una luna sorniona, questa volta raffigurata in cielo, in una notte estiva, fra una miriade di stelle. Sorpreso di questa avventura celeste il burattino di Collodi; e sorpresi anche i due elfi che si reggono su una nube forata dall’inusitato naso di Pinocchio.
Tutto questo ed altro ancora nei quadri di Marco Valdura, personaggio schivo, che ama vivere appartato nella borgata di Granzette ad un centinaio di metri dal fiume Adige, sotto il quale si aprono ampi rettangoli verdi sapientemente coltivati. Un mondo, il suo, fatto di cose semplici, in cui si può cogliere ancora la suggestione della natura e si possono scoprire nuovi incanti nel succedersi delle stagioni col loro variegato mutare dei colori.
Un mondo in cui, chi sa ascoltare le voci più intime e i sussurri del vento, può forse percepire i lievi mormorii di magiche creature, quelle che popolano il mondo delle favole col nome di elfi.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Il pittore dei sogni”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-pittore-dei-sogni/