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POESIA

Il Polesine e la poesia

La voce di due poeti a confronto

di Claudio Garbato

Ventaglio Novanta n. 31 2005 pp. 124–128

“Ma vu, vegnì vanti – vèci de na olta-…”

Questi versi di Gianni Sparapan, posti in apertura di un libro pubblicato qualche anno fa (“CIAO”, Europrint, nov. 2002), possono costituire un interessante avvio di letture comparate di due poeti polesani: Gianni Sparapan, nostro contemporaneo, la cui voce trae linfa da tradizioni del nostro Polesine; Gino Piva, cantore innamorato della terra dei fiumi, che compose le sue “cante” nella prima metà del secolo scorso.

Le immagini richiamate dal testo di Sparapan riportano la memoria a qualche cosa che, nella nostra infanzia, abbiamo conosciuto: vecchi intabarrati con la pipa, donnine magre con l’ultimo figlio in braccio, arredamenti spogli con le foto incorniciate dei nonni e cesti di pan biscotto, mazzi di patate americane, pannocchie.

S’intravede una vita frugale, ancorata alla continuità delle tradizioni, a quella cultura rurale diffusa in tutto il Polesine, nei paesi come in città. L’invocazione, così originale, alle figure più rappresentative di tale cultura, non è fine a se stessa. I “veci bravi”, strappati all’improvviso da questa terra, sono avvertiti come i custodi di una terra “malsegnà”, ignorata ed emarginata. In un immaginario controcanto di rabbia, essi assistono allo snaturamento dell’ambiente nativo, via via omologato e stravolto.

E’ in gioco il senso stesso di una storia, che fa tutt’uno con quei dignitosi patriarchi e gli oggetti della vita contadina. E’ forse questo che spinge l’autore a trattenere i fantasmi “sol meale de la porta”, usando gli antichi ritornelli affettivi appresi da bambini (“-man morta, man morta, pècia so la porta-”). Il suono intenso delle parole dissepolte dalla memoria pare tuttavia spegnersi con la coscienza dell’inarrestabile svanire della memoria. L’immagine si allontana, si fa sfocata, destinata “par sempre dal cuore sparire”. Poesia dell’anima, dunque, venata di uno spirito civile che schiuma rabbia e alza invano gli argini della memoria.

Anche nella poesia di Gino Piva, ritroviamo i fantasmi dei numi tutelari della famiglia polesana. “Vecia cità” riproduce lo stesso genere di invocazione riscontrato nel testo di Sparapan:

“O nostri noni da le facie oneste Con el capello a quarta e le velade, de vedarve me par per ‘ste contrade puliti e buli e sensa tute queste porche miserie che ogi ne scavezza e ne tien come bestie a la caveza!”

L’ambientazione è certamente diversa: sullo sfondo ci figuriamo Rovigo tagliata in due dall’Adigetto, la torre del Castello e i ponti; la “nebia su le grame case”, “i copi bassi e i portegheti neri”, “le campane intorno”…Non è un interno; siamo al di là del “meale de la porta”. L’immagine dei vecchi prende forma nell’arredo povero e dignitoso di una “vecia cità senza beleze d’arte”.

Una nota tutt’altro che negativa se fa scattare suggestive impressioni da innamorato: Rovigo “nata sconta come un fior de vale drento un intrigo d’àleghe marine, o scampo de remenghi tra le brine piene de zighi corti de cocale…”. Matura, in questo scorcio paesaggistico, il carattere stesso della città: quello della virtù nascosta o delle solitudini animate dalle grida dei gabbiani.

Le immagini che ci aspettiamo non possono che essere quelle di uomini onesti, che fanno tutt’uno con le contrade, di fronte ai quali, a dispetto dello scorrere degli anni, ci si sente sempre “putei”, perché la paternità è un valore che non può dissolversi.

I ritratti possono sì perdere i colori, ma le memorie no: è la storia, un divenire senza fine, nel quale si fissano forme e testimonianze di civiltà in un percorso faticoso, segnato da crisi, sofferenze, povertà. E’ proprio questa fiducia nella storia a richiamare l’invocazione di partenza:

“Fasive avanti o nostri noni morti, fasive avanti per un giorno solo, vegnì fin qua dove se piega el colo e i minuti ne pare massa corti in cerca de scarpioni leterari o de polenta o d’altri calendari…”

Le sofferenze presenti, vuol dire il poeta, si potranno superare col conforto degli antichi padri, ancorché la vita sia breve nella ricorrente ricerca delle ragioni che la rendono significativa o, quantomeno, umana. Tutto sta a viverla intensamente, facendosi storia nella propria “grisa cità”.

Qui, fissato alle proprie forti radici, l’uomo si riconosce parte viva del paesaggio storico, “una docile fibra dell’universo” per dirla con Ungaretti, solidale e compagno di strada dei propri simili, di quelli in particolare che sono stati rovinati dalla furia “de tempeste e rote, de racolti distruti in t’una note…”

Rivive la tragedia di distruzioni e incendi: “…cità che sente le campane intorno sonar a stormo e vede alzarse fiame e putini tacarse a le so mame e po’ fantasme al slusegar del giorno che spande sangue insanguinando i fiumi co’ i oci rossi ch’i arde come i lumi…” E’ stato! sembra registrare con dolore Gino Piva. Ma ciò che è stato, è il prezzo del drammatico cammino della storia. “I morti, i vivi, i noni e le sorele”, tutti coloro che hanno lasciato questa terra e non potranno più tornare “per contar le stele”, saranno i nostri numi tutelari “quando rusa el vento e le nuvole scapa de spavento”.

Dolore sì, ma non rassegnazione in questa sofferta invocazione, in cui la vita merita di essere vissuta per un riscatto fraterno e umano.

Due testi a confronto, sullo sfondo dello stesso mondo polesano, mutato sì dal tempo di Piva a quello di Sparapan, ma, in un certo modo, abitato da una “gente” che ambedue hanno conosciuto, sia pure a distanza.

Ambientazioni e paesaggi diversi, passioni singolari, sentimenti fortemente avvertiti. La stessa invocazione produce reazioni e atteggiamenti diversi: dolore ma anche volontà di riscatto in Gino Piva; rabbia a tratti travolgente in Gianni Sparapan.

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Come citare questo articolo

Claudio Garbato. “Il Polesine e la poesia”. Ventaglio Novanta, n. 31, 2005. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-polesine-e-la-poesia/

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