Quando mio padre capì che la situazione si era aggravata, si sedette sullo scalino davanti all’aia, e si accese una sigaretta di trinciato. Poi mandò il bovaro a chiamare nonno Vittorio. Si stavano compiendo per mia madre le fasi del parto, e da quel parto stavo per nascere io, primogenita della famiglia Bordon. Era notte, solo la brace della sigaretta, ravvivata ad intervalli, forava l’oscurità.
Il dottor Braga scese dal capezzale di mia madre, febbricitante e semicomatosa. Nonno Vittorio scatarrò sulla sputacchiera e raggiunse mio padre.
«Giorgio, cosa ghe xé?», apostrofò duro.
«El dotore gà dito che la pole morire. Tromboflebite alla gamba sinistra. E’ in pericolo anche la creatura…»
«Io vi consiglio di ricoverarla in ospedale a Trecenta. Se supera la notte, la faremo visitare dal primario, il dottor Grisetti», aggiunse il dottor Braga. Poi, fraccandosi il cappello in testa, prese la bicicletta, accese la dinamo, caricò la borsa sul manubrio e si diresse verso il ponte.
«Buona fortuna!», disse loro, spingendo il pedale. «Feme saver!»
«Giorgio, va’ a ciamare Magro. Dighe che ‘l vegna con la macchina», ordinò nonno Vittorio.
Mia nonna piangeva in ginocchio a fianco del letto, e i lamenti squarciavano l’alba più del latrare dei cani.
Magro, l’autonoleggiatore, fu sollecito: una Topolino scabinata aspettava sull’aia.
Mia madre venne caricata sul cassone, e avvolta nelle coperte. Si era di marzo, e la notte era fredda.
All’ospedale fecero flebo e iniezioni. Impacchi caldo umidi alla gamba, toccature con etere e canfora. Mia madre peggiorava. Temevano che l’infezione si estendesse dalla gamba all’utero, attraverso il sangue.
Alle nove arrivò il Primario, dottor Grisetti. Sapevamo che veniva dall’Università di Padova. Era stato allievo di Nicola Badaloni, e aveva a cuore i più poveri.
Non era molto alto, portava occhiali tartarugati, a lenti spesse. Sorrideva, ma era serio. Lo seguiva una schiera di apprendisti, in camice bianco.
Toccò la gamba al polpaccio. Gli apprendisti mormoravano. Ascoltò il cuore e i polmoni con lo stetoscopio di bosso. Si fermò a pensare, e quell’attimo di silenzio lasciò i parenti appesi a un filo.
«Stefani, prenda la mia auto e si rechi immediatamente al Policlinico di Padova. Si faccia dare otto flaconi di penicillina a mio nome, e ce li porti subito!»
«Preparatevi a indurre il parto, dobbiamo far nascere il bambino, prima che s’infetti!»
Poi toccò sapientemente la pancia di mia madre.
«E’ una femmina», aggiunse certo. La sua voce non ammetteva obiezioni.
Tutti scattarono ad eseguire il proprio incarico.
Venni alla luce sana e salva. Nonno Vittorio però, all’alba del giorno seguente, vendette le bestie nella stalla per pagare le cure.
Indussero il parto con farmaci sperimentali per quell’epoca; per l’anestesia forse usarono la Ketamina.
Dopo l’iniezione, mia madre vide figure danzare ed elefanti rosa in un circo di colori, come – anni dopo – seppi esser descritto nei sacri testi di medicina.
La mamma rimase in ospedale per molti giorni, e si salvò.
Quando fu sufficientemente lucida per parlare in modo compiuto, mio padre entrò nella stanza e la baciò. Lei lo riconobbe e lo fissò.
«Giorgio, cosa facevi questa mattina a Ramodipalo, davanti al negozio di biciclette?», gli chiese sicura.
E aggiunse: «Ti ho visto dall’alto mentre volavo, staccata dal corpo. Volevi comprare una bicicletta?»
Mio padre era stato davvero davanti al negozio, ma era solo, e non lo aveva detto a nessuno.
Come avesse fatto mia madre a vederlo in sogno nessuno lo sa, ma lui non le ha mai creduto.
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Milo Vason. “La penicillina”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-penicillina/