Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

“L’arte de’cenni” di G. Bonifacio

Nell’opera, pubblicata nel 1616, sono catalogati oltre 600 gesti del corpo umano, attribuendo a ciascuno un valore semantico, simbolico o morale

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 68 2026 pp. 56–57

Che cosa racconta un gesto? Una mano alzata, un sopracciglio inarcato, un piede che batte a terra? Dietro ciascun movimento del corpo si cela un mondo di significati. Oggi lo dicono psicologi e antropologi, ieri lo aveva intuito un magistrato rodigino, Giovanni Bonifacio, autore di un’opera monumentale e singolare: L’Arte de’ cenni, pubblicata a Vicenza nel 1616, ma scritta probabilmente già negli anni Novanta del Cinquecento. Il gesto è “muta eloquenza”, capace di esprimere ciò che le parole spesso dissimulano.

Un testo quello di Giovanni Bonifacio che, pur essendo rimasto a lungo nell’ombra, rappresenta un unicum nella storia della gestualità e un antesignano degli studi moderni sul linguaggio non verbale. E’ un catalogo esuberante dei gesti umani come forma di eloquenza muta. Nell’opera sono catalogati oltre 600 gesti del corpo umano, attribuendo a ciascuno un valore semantico, simbolico o morale. Nel tempo L’Arte è stata inclusa a volte nella categoria delle curiosità erudite, altre volte in quella delle inutili fatiche. Recente è la sua rivalutazione.

Erudito poliedrico e uomo di legge, Giovanni Bonifacio nacque a Rovigo il 6 settembre 1547 (morì a Padova nel 1635) da una famiglia nobile e ben inserita nei ranghi della burocrazia ecclesiastica e civile (il padre Sebastiano era notaio, cancelliere del vescovato di Adria e provveditore alla sanità). Fu allievo del filologo Antonio Riccoboni.

Giurista di formazione e uomo di ampie curiosità intellettuali, non era nuovo alle fatiche erudite. Avvocato di scarso entusiasmo – la professione, confidava, era “piena di travagli e pericoli” -, trovò nel mondo delle lettere e delle accademie un terreno più congeniale. Frequentò i circoli culturali di Treviso, Verona, Padova e Venezia; compose opere teatrali senza grande successo; si distinse come oratore nei panegirici ufficiali. La sua produzione è vasta e disomogenea, segnata da una prolissità che i critici gli rimproverarono già in vita, e che Benedetto Croce avrebbe liquidato come “furia citatoria monotona”.

Eppure, dietro quell’accumulo di riferimenti, L’Arte de’ cenni cela un’intuizione radicale. In oltre seicento pagine, Bonifacio passa in rassegna più di seicento gesti umani, ordinati dalla testa ai piedi, cercando per ognuno di essi un significato, impegnandosi a darne una spiegazione. Nella seconda parte, più breve, riflette su come i cenni si innestino nelle attività pratiche e speculative, dalle scienze al governo, dal teatro alla vita quotidiana. Bonifacio stesso nel sottotitolo della sua opera dichiara: “con la quale formandosi fauella visibile, si tratta della muta eloquenza, che non e’ altro che un facondo silentio”.

Il risultato è un testo tanto affascinante quanto paradossale. Affascinante perché, per la prima volta, il gesto diventa oggetto sistematico di studio, trattato come linguaggio autonomo: una “favella visibile”, una “muta eloquenza”, come Bonifacio stesso scrive. Paradossale perché il libro che analizza il silenzio del corpo è, in realtà, un profluvio di parole senza illustrazioni, infarcito di citazioni, esempi, rimandi. È la grammatica del gesto, ma raccontata con la logica del letterato erudito.

Per lungo tempo l’opera non trovò fortuna. Troppo ampollosa per i lettori moderni, troppo priva di apparato iconografico per gli storici dell’arte, troppo dispersiva per i filologi. Fu derubricata a curiosità erudita o a fatica inutile. Al contrario, ebbe più circolazione la Chirologia dell’inglese John Bulwer, stampata a Londra nel 1644, limitata però alle mani e, in parte, derivata proprio dal trattato di Bonifacio.

Solo nella seconda metà del Novecento, con l’affermarsi delle scienze sociali e delle discipline legate alla comunicazione non verbale, l’Arte de’ cenni è stata riscoperta. Antropologi, psicologi, studiosi di cultura visuale hanno visto nel testo un antecedente prezioso, una miniera di spunti che rifletteva non soltanto sulla funzione dei gesti, ma anche sulla loro percezione in un contesto culturale preciso, quello del Rinascimento veneto.

L’interesse, infatti, di Bonifacio non nasceva per caso. Figlio di un’epoca in cui la retorica e il teatro davano grande peso alla gestualità, egli trasforma quella sensibilità in progetto enciclopedico. La sua opera dialogava con la cultura visiva e performativa del tempo, anche se non la traduceva in immagini.

Oggi il libro viene guardato con occhi nuovi: non più semplice catalogo bizzarro, ma specchio di un’epoca che, tra parola e immagine, cercava di definire l’uomo nella sua interezza. La scelta di analizzare ogni dettaglio corporeo, dalle ciglia fino agli organi genitali, citati per mettere in guardia dall’oscenità, testimonia un approccio che unisce rigore giuridico, sensibilità teatrale e moralismo cattolico. Persino le attività più nobili, dalla filosofia alla scienza, non possono fare a meno dei cenni: il corpo, suggerisce Bonifacio, tradisce sempre l’anima.

I nostri movimenti, i gesti, le espressioni corporee e facciali parlano un linguaggio silenzioso ma assordante. Questo modo di comunicare, specialmente se è inconsapevole e istintivo rivela emozioni e pensieri più di quanto sia immaginabile. Purtroppo se ne fa uso troppo spesso per scopi impropri. Lo sanno bene oggi, ad esempio, i servizi segreti e spionistici quando dell’avversario registrano le reazioni corporee, più che quelle verbali, perché più veritiere o nei dibattiti politici quando i protagonisti si controllano per studiare le reciproche reazioni psicosomatiche. Chissà quante volte in qualche film di spionaggio abbiamo avuto modo di vedere questo gioco tra avversari.

Se la sua metodologia appare oggi datata, resta straordinaria la radicalità dell’impresa. Senza strumenti iconografici, Bonifacio costruisce un dizionario del corpo che, pur con le sue ingenuità, prefigura le tassonomie moderne della gestualità.

In questo senso, la recente ripubblicazione e il lavoro di ricerca condotto da studiosi come Silvia Gazzola hanno restituito L’Arte de’ cenni alla storia culturale europea. È un risarcimento tardivo a un autore troppo a lungo relegato ai margini.

C’è, in fondo, un’ironia nel destino di Bonifacio: l’uomo che celebrava il “virtuoso silentio”, convinto che la vera autorevolezza si esprimesse con gesti più che con parole, ha lasciato un’opera ridondante di testi e citazioni. Eppure, proprio quella contraddizione rende l’Arte de’ cenni un documento vivo, capace di restituirci il sogno di un’epoca: dare voce al silenzio del corpo, e attraverso di esso penetrare nei segreti dell’anima.

Immagini dell’articolo

“L’arte de’cenni” di G. Bonifacio

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. ““L’arte de’cenni” di G. Bonifacio”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/larte-decenni-di-g-bonifacio/

Pubblicità